Claudio Fasoli
Inner sounds – Nell’orbita del jazz e della musica libera
A cura di Francesco Martinelli e Marc Tibaldi
(Agenzia X)
Ho conosciuto Claudio Fasoli a metà anni novanta, quando ho scoperto il mondo incantato del Perigeo, una delle realtà jazz rock progressive che hanno cambiato il mio modo di approcciare, e di pensare la musica. Il suo sassofono da allora accompagna il mio immaginario jazzistico, in un continuo rimando tra gli anni settanta, in cui ha portato ovunque il credo a cui si era dedicato, e i giorni odierni, in cui sento spesso la mancanza di un certo tipo di sonorità e di coraggio.
Inner Sounds esce nel 2016, e noi lo raccontiamo esattamente un decennio dopo. Ancora una volta arriviamo fuori tempo massimo. È una costante della nostra esistenza, una delle poche immodificabili. Ma è, al tempo stesso, una delle cose che ci permette di essere sempre riconoscibili. Non è comunque questo il contesto in cui parlare di noi stessi, siamo qui per celebrare la figura di Claudio Fasoli, e lo facciamo attraverso questo volume edito un paio di lustri orsono da Agenzia X, grazie alle penne e alla cura di Francesco Martinelli e Marc Tibaldi. Non poteva che essere la casa editrice milanese, da sempre così attenta alle dinamiche di frontiera, a decidere di dedicare un testo alla sua figura. La sua continua e mai sazia sete di bellezza sposa alla perfezione, da un punto di vista concettuale, l’approccio di un editore come Agenzia X, che nel raccontare il paese in ogni sua sfumatura, punta ad elevare la cultura alternativa che si sta spegnendo sotto il peso di una classe politica che ha scelto di confinare la cultura e il pluralismo in un angolo, spogliandoli del proprio valore rivoluzionario.
Restando su Fasoli, nel testo emerge netto il suo amore per la musica jazz, vista non solo come insieme di suoni e di emozioni, ma come un autentico stile di vita. Inner Sounds racconta infatti la sua vita attraverso le varie fasi che l’hanno attraversata da un punto di vista musicale. Un testo completo, che ripercorre la sua carriera, sin dagli esordi sul finire degli anni Sessanta, proseguendo con il Perigeo e i Settanta, gli Ottanta e quelli a seguire, in cui ha intrapreso la strada delle sperimentazioni sonore, che lo hanno portato, oggi, a poter essere considerato come uno dei massimi interpreti italiani di sempre.
Claudio Fasoli guarda al passato nel tentativo di trovare quegli spunti che possano aiutarlo ad approcciare il futuro. Esattamente come fa il jazz, la musica che ha scelto come compagna di vita, nel momento in cui si rinnova e si ripropone con una forza ancor più dinamica rispetto al passato. Il suo è un sentire che lo porta verso un’idea di jazz che esula dal canonico e autocelebrativo stereotipo che la vuole musica “colta”, ma che possiamo senza dubbio pensare rivolto ad un’idea di contaminazione che possa, anzi debba, essere indirizzata anche in ambito sociale e politico.
Al netto delle sue parti più “tecniche”, legate a dissonanze, silenzi, tonalità, registri e armonie, Inner Sounds è un libro gradevole e interessante anche per chi non è solito accompagnare le proprie giornate con il jazz. Diviso in tre parti, il testo racconta la vita e i pensieri di Fasoli, attraverso un primo capitolo in cui il sassofonista veneziano si apre in modo completo. A seguire arriva quella che è la parte centrale del testo, quella forse più interessante, in cui Fasoli ci parla della musica come esperienza strettamente intima, personale. E infine, in chiusura, la parola passa a tutti coloro, musicisti e non, che nel corso degli anni hanno collaborato con lui. Dalla commistione tra queste tre parti, come in brano jazz in cui le varie anime si fondono pur mantenendo la propria identità, emerge forte la figura di Claudio Fasoli non solo come musicista di valore e di talento, ma come uomo.
Inner Sounds è quindi da vedere come un testo che invita a riflettere sulla forza (e sull’importanza) del linguaggio. In questo caso si parla di musica, ma il concetto è allargabile a qualunque ambito. Come detto poco sopra, il volume è consigliato anche a chi il jazz non lo ha mai preso in considerazione, se non marginalmente, o per nulla. Noi stessi che ne parliamo qui, in questo spazio, non siamo dei jazzisti tour court. Ma abbiamo saputo cogliere gli spunti che le parole di Fasoli ci hanno trasmesso. Basta aprire la mente, come nel momento in cui ci si siede e si mette sul piatto un album jazz, senza aspettarsi nulla, se non quel senso di libertà che il genere garantisce, almeno in linea teorica. Alla fine, neanche noi siamo degli amanti del jazz più puro. Ci piace invece perderci in quei meandri che hanno origine dalle contaminazioni, perché crediamo – e qui ritorna il parallaelo con l’ambito sociale – che sia proprio nella contaminazione e nello scambio reciproco che si nasconda il segreto dell’esistenza.
Riuscire a spogliare il jazz del suo lato più elitario è un qualcosa di non poco conto. Essere riusciti in questa impresa è segno di grande intelligenza e di grande padronanza, per cui non possiamo che rendere merito agli autori per essersi imbarcati con successo in questa impresa. Grazie anche per averci riproposto il jazz come elemento fortemente caratterizzato da quell’imprevedibilità che avevamo troppo presto messo da parte in ambito musicale, adagiandoci sugli standard che sposano l’innocuo. Se il mondo cambia, il jazz è una delle musiche che meglio rappresenta questa esigenza di cambiamento, e che quindi ci porta – per assurdo – a considerarlo non più come un qualcosa di elitario ma come un’interpretazione estesa del concetto di musica popolare. Oggi più che mai abbiamo bisogno dell’imprevedibilità e della sorpresa del jazz, per arginare la deriva a cui siamo condannati. Impresa non facile, ma che grazie ad un testo come Inner Sounds appare meno difficile di quello che pensavamo finora.
Quello che ci piace di Fasoli è il suo sapersi porre in una posizione che rifiuta gli stereotipi (di qualunque tipo essi siano) e che esula dalle granitiche certezze di chi non ammette il confronto con gli altri. La sua è una figura sempre pronta a rivedere le proprie posizioni, a sperimentare, a cambiare in corsa. Non solo in ambito musicale. In questo lo hanno sicuramente aiutato gli incontri, gli scontri e gli scambi con personaggi del calibro di Art Blakey, Miles Davis, Dexter Gordon, Dizzy Gillespie, e dei Weather Report, con cui ha suonato ai tempi del Perigeo. E a proposito di questi ultimi, se qualcuno in Agenzia X avesse la voglia e la lungimiranza di dedicar loro un libro saremmo le persone più felici del pianeta, almeno per un giorno.










