Ci sono periodi particolarmente tristi, come quelli festivi di questo inizio di Aprile, in cui non riusciamo a trovare le parole per alienare le negatività delle celebrazioni eucaristiche. Per cui prendete questi cinque dischi e fateli vostri. Per voi, e solo per voi, ecco Deeper Graves, Domhain, Maria BC, Monosphere, e Rise of Mercury.
Deeper Graves :: Pull Me Toward The Dark
Dopo quattro anni di silenzio tornano i Deeper Graves di Jeff Wilson da Indianapolis. Questa volta il progetto solista del capo della Disorder Recordings si orienta verso territori in cui il post punk flirta con un sound darkeggiante di grande atmosfera che predilige il pathos all’impatto. Anche in Pull Me Toward The Dark l’oscurità sembra essere il motore trainante del progetto. Un’oscurità che cerca di interiorizzare ulteriormente l’inquietante mondo di Deeper Graves attraverso un approccio che prova ad essere quanto più diretto possibile, nonostante abbia scelto di spogliarsi di tutto quello che Wilson oggi individua come superfluo, e poco utile alla causa.
Il disco è quindi da pensarsi come un qualcosa che esalta la semplicità, attraverso un’idea di comunicazione fortemente diretta. Pull Me Toward The Dark è nato per caso, senza una reale necessità di esprimere con urgenza il proprio sentire da parte di Wilson. Ed è proprio questa sua spontaneità a renderlo ancor più intrigante. Caratterizzato da un insieme di fondo che ruota intorno all’orchestralità di un sound onirico e atmosferico, l’album fa del gusto per l’oscuro il proprio biglietto da visita. Il disco però non si ferma, e prosegue nel suo percorso di sperimentazione, con cui introduce dilatazioni, e spunti, sempre diversi, ma comunque riconducibili all’anima del progetto. Un album che coinvolge grazie ad una costruzione intelligente, che esalta puntualmente il focus dei brani, mostrando una grande maturità compositiva, che porta Deeper Graves attraverso un percorso che poteva rivelarsi pericoloso, proprio perché caratterizzato da una moltitudine di cliché a cui in troppi si sono votati.
Wilson ha scelto di rischiare, ed è riuscito non solo a passare indenne, ma a ritrovarsi rafforzato nel proprio sentire. Abbiamo sempre amato la malinconia, in ogni sua forma, e ritrovarla così presente in un album di grande intensità come Pull Me Toward The Dark è un qualcosa che ci riconcilia con noi stessi, e con il freddo che ci dilania il cuore, e ci corrode le ossa.
Domhain :: In Perfect Stillness
I Domhain esordiscono nel 2023 su These Hands Melt Records, con Nimue, passano tre anni e, ancora in compagnia dell’etichetta nostrana, tornano con In Perfect Stillness, il loro nuovo album (che può essere anche visto come il primo, dato che Nimue era sostanzialmente un EP) che racconta una band ancora orientata verso una rilettura del black metal meno isterica, e più orientata a inserire elementi vicini ad un certo modo di pensare il post rock più ragionato. La loro è un’espressione tra le più interessanti di quel nuovo corso britannico, orientato a un sound di indubbia matrice avanguardistica, dalla forte componente catartica.
Un disco sicuramente molto ben suonato, che mostra un approccio orchestrale di buonissima qualità. In cui spicca un forte accento malinconico che rende il tutto ancor più affascinante. Un disco – a suo modo – oppressivo, che riesce a sublimare la nostra necessità di interiorizzare il pensiero portandolo fino all’estremità del nostro intimo sentire. Ma il loro punto di forza, al netto di tutto questo, sta proprio nella capacità di astrarre il pensiero mostrando una pluralità di soluzioni sonore mai banali, e sostanzialmente omogenee, che riescono a spostare il focus del disco in favore di un nichilismo tutt’altro che banale. Per essere un debutto (o quasi) fatichiamo a trovare punti deboli al disco.
Segno che la band ha lavorato con pazienza, perizia e intelligenza prima di mandarlo in stampa. Senza la fretta di dover per forza di cose averlo in mano nel più breve tempo possibile.
Un album che sentiamo intimamente di dover collocare in un immaginario che strizza l’occhio alla natura, alla sua forza, e al male che le abbiamo creato. Un’ipotetica colonna sonora delle nostre emozioni più pure nel momento in cui con la natura dobbiamo confrontarci. Un album che ci invita quindi alla riflessione, e che lo fa con un carattere deciso, ma mai imperioso. C’è infatti una sorta di dolcezza che ci avvolge durante l’ascolto, e che non ci abbandona praticamente mai. Evocativo, incantevole, avvincente.
Maria BC :: Marathon
Maria BC è originaria dell’Ohio, nel Midwest, ma da anni si è trasferita in California, dove ha dato vita al suo progetto, sperimentando le proprie divagazioni artistiche attraverso un approccio solitario che l’ha portata, nel 2022, alla realizzazione del suo album di debutto Hyaline (Fear of missing out Records). Da allora è passata alla Sacred Bones, con cui ha pubblicato Spike Field nel 2023, e Marathon nei mesi scorsi. L’album, concettualmente, sposa l’idea di provare a resistere alle difficoltà che permeano la nostra esistenza, siano esse intrinseche al nostro vivere, che ambientali. È in sostanza un invito a non lasciarsi andare. Invito che Maria BC ci recapita attraverso un album volutamente scarno (ma tutt’altro che povero) e diretto, che ci spinge a trarre il massimo dalla nostra vita. Il suo è un sound che cerca di essere essenziale, e funzionale al suo messaggio, senza perdersi in abbellimenti che possano deviare il pensiero, o distrarci dall’idea di fondo. Un sound minimale, acustico, dissonante, stratificato e sporco.
Ma soprattutto sound che funziona. Marathon è un album che si nutre di quei suoni che sono quotidianità. E che mostrano la necessità di una non più rimandabile catarsi doverosa, soffocante e inquieta. Realizzata attraverso un album che sa essere descrittivo, raccontandoci la desolazione di un mondo in decadenza. In cui noi siamo incastrati alla perfezione. Marathon si nutre di atmosfere notturne, e sbiadite, che si riaccendono nel buio della notte. Esaltate da ballate acustiche che richiamano la tradizione folk statunitense più intimista, ma anche da tutte quelle variazioni sul tema che sposano un approccio più orientata ad un sound rumorista, che esula però dagli eccessi e dalle intemperanze, lasciandoci sempre addosso quella sensazione di calore accogliente. Marathon rappresenta un momento decisivo nella carriera di Maria BC.
Starà a lei decidere che fare da grande. Se continuare nella sperimentazione, e nell’indagine, o adagiarsi in questa che al momento è una comfort zone di tutto rispetto, ma che alla lunga potrebbe risultare limitante per il suo indubbio talento. Noi abbiamo già deciso da che parte stare, e la aspettiamo al varco con il nuovo album che speriamo tracimante emozioni come, e magari ancor più, di questo. Il potenziale ce l’ha, per cui attendiamo fiduciosi un nuovo intrigante viaggio in sua compagnia, in cerca di noi stessi e delle nostre necessità.
Monosphere :: Amnesia
Quella dei tedeschi Monosphere è una realtà decisamente in ascesa. La loro intricata proposta, figlia di una visione musicale che lascia pochissimi punti di riferimento, cambiando declinazione in tempo quasi reale all’interno dello stesso brano, li ha portati sotto i riflettori a livello continentale. Forte di un approccio decisamente dinamico Amnesia rappresenta i Monosphere al meglio della loro forma espressiva. L’album (il terzo per loro nel giro di pochi anni) riesce infatti a mostrare tutta la potenza di una band che non sembra porsi limiti, e che guarda al domani con grande entusiasmo. Il loro è un sound moderno, che sa essere efficace, e che chiarisce, sin dal primo brano, ciò a cui andremo incontro. Vale a dire un assalto tesissimo, enfatico e maestoso in cui la tensione è sempre ai massimi vertici.
L’atmosfera è continuamente cangiante, e spazia tra momenti dilatati e sfuriate intensissime che si rincorrono, e si contrappongono, in un confronto quasi teatrale. La loro è una proposta figlia di una padronanza che possiamo senza alcun dubbio inquadrare tra quelle più elevate stilisticamente e tecnicamente nel contesto estremo attuale. Spesso, quando si tende a voler spaziare troppo si finisce per spiazzare l’ascoltatore, andando a distruggere tutte quelle certezze che il brano precedente aveva costruito. Non è però – fortunatamente – questo il caso. I Monosphere riescono infatti a mantenere sempre altissima la concentrazione, e l’attenzione, grazie ad un susseguirsi frenetico ma ragionato e organizzato che non concede tregua. Un sound che si fa in ogni disco sempre più opprimente, ma senza mai deragliare, senza andare a cercare il caos fine a se stesso.
C’è un disegno di fondo chiarissimo nel percorso che la band ha intrapreso e che li sta portando a limare, disco dopo disco, i propri difetti. L’album suona in modo decisamente equilibrato, spostando l’accento di volta in volta, tra un brano e l’altro, ma anche all’interno dello stesso brano, in modo intelligente e ragionato. In alcuni momenti, viene quasi da pensare che si tratti di un unico lunghissimo brano, diviso in nove capitoli, distanziati tra loro solo per comodità in fase di fruizione. Il che, se fosse vero, contribuirebbe ad elevare ulteriormente il valore di un album multisfaccettato che sancisce la qualità cristallina di una band che sta crescendo molto in fretta, ma che non ha paura di mostrarsi, di metterci la faccia, gridando al mondo il proprio intento.
Rise of Mercury :: Pathfinder
Ogni limite diventa una nuova opportunità. Il duo composto da Yvan Guérin e Vincent Boudard in seguito alla perdita del proprio batterista non si è perso d’animo, anzi, ha scelto infatti di andare a sposare un sound maggiormente orientato verso il calore di un ambient atmosferico che non disdegna però di mantenere saldo il legame con il post rock più delicato con cui abbiamo imparato a conoscerli. Pathfinder è un EP a cinque tracce che da qualche mese possiamo trovare online.
Un disco toccante, con cui scendere a patti per provare a esorcizzare l’idea di guardarci dentro, attraverso un minimalismo sonoro che si scontra con la molteplicità delle sensazioni che pervadono il nostro essere, ma soprattutto il nostro sentire più intimo. Un EP che quindi non può che essere la sublimazione di quella malinconia che da sempre governa le nostre esistenze, e da cui non siamo più capaci di allontanarci.
Anzi, forse è proprio questo il nostro motore per sopravvivere. Non è detto che il disco possa realmente condurci alla serenità, anche perché forse non è questo ciò a cui aspiriamo. Al netto di tutto questo Pathfinder è un disco suggestivo, di cui è facile innamorarsi. Non è niente di trascendentale, o di particolarmente innovativo, ma è fatto bene, è accattivante, è maturo, e quindi riesce nel suo intento di catturarci. È un’autentica “esplorazione” (stando alla traduzione letterale) interiore che sposa la voglia di bellezza. Un disco che finisce troppo presto secondo alcuni, ma che invece crediamo sia perfettametne allineato alla nostra capacità di legare con lui.
È meglio un dischetto a cinque tracce da rimettere da capo, più e più volte, anziché una tracklist col doppio dei pezzi che non riusciamo mai a condurre alla fine. Un disco “scarno” che mostra l’inutilità di riempitivi buoni solo per l’autoerotismo dei musicisti. Ogni disco va realizzato secondo quelle che sono le finalità espressive. E in questo Pathfinder non ha nulla in più o meno di quello che è e che rappresenta. Un disco che solo il tempo saprà dirci se orientato ad aprire un nuovo corso per i Rise of Mercury. Per ora preferiamo non pensarci e limitarci a godere delle atmosfere create dai due parigini, il resto verrà.










