Recensione : The Cramps – Gravest Gravy

La felicità che noi amanti del rock ‘n’ roll stiamo provando nel godere di questi solchi ritrovati e riesumati dalle sessions registrate nell’anno di grazia 1977 (quello canonico della consacrazione del punk rock, come si dice sempre) è incommensurabile. La notizia era stata diffusa qualche mese fa: i leggendari Cramps sono virtualmente tornati (almeno, solo a livello discografico: inaccettabile pensare di sostituire uno dei migliori frontman della storia del R’N’R dalla fortissima aura carismatica, e una delle due anime pulsanti della band come lo è stata il compianto frontman Lux Interior, venuto a mancare nel 2009) e “Gravest gravy” è la prima gemma grezza pubblicata attraverso il lancio della nuova etichetta Cramps, Inc. (che vede, tra i suoi fondatori, Jimmy Maslon e Larry Harry della In The Red) e il ripristino della Vengeance records (label fondata dalla band statunitense).

L’iniziativa, fortemente voluta dall’altra anima dei Cramps (e dolce metà di Lux) la chitarrista Poison Ivy Rorschach, è stata appoggiata da due pilastri dell’hardcore punk americano (ma, al di là di tutto, anche due fan appassionati, la cui vita è stata cambiata dalla musica dei quattro popolarizzatori dello psychobilly) come Henry Rollins e Ian MacKaye, che hanno collaborato attivamente al recupero di nastri, missaggio e mastering del materiale d’archivio dei Cramps, mettendo quindi mano anche alla restaurazione del lost album “Gravest gravy“, registrato quasi cinquant’anni fa, agli Ardent Studios di Memphis, dalla prima, e più iconica, incarnazione del gruppo (quella con Lux Interior alla voce, Poison Ivy e Bryan Gregory alle chitarre e Nick Knox alla batteria) insieme al mentore (e in seguito promosso a santo laico dell’indie rock e del power pop) Alex Chilton, che aveva aiutato i ragazzi a incidere il loro primissimo materiale, dai singoli finiti sull’Ep “Gravest hits” al successivo – e vero proprio debut album – “Songs the lord taught us” nel 1980. I dodici brani di questa antologia, proposti in versioni differenti di pezzi poi pubblicati in album o compilation, furono già riscoperti nel 1989 da Ivy e Lux e valutati due volte per una realizzazione, di cui l’ultima nel 2008, ma che è rimasta nei cassetti, fino ai ripescaggi odierni e la supervisione di Rollins e MacKaye.

Ritornano dall’oltretomba Lux, Bryan e Nick, risalgono Fulcianamente dalle viscere dell’Inferno come zombie famelici per azzannare i nostri timpani. E noi non scappiamo: li lasciamo fare volentieri. Riemergono dalle nebbiose tenebre del tempo frattaglie di rockabilly, surf, soul, psichedelia, Sixties punk, Link Wray, il cadavere di Elvis Presley trafugato dai Sun Studios a Memphis, depravazione sessuale, immaginari sci-fi e trash da B-movies horror slasher. La copertina – opera della amica fotografa Stephanie Chernikowski, scomparsa pochi mesi fa – parla già da sola: avvicinatevi a vostro rischio e pericolo. Se non siete graditi, e gli chiedete: “Ma perché non c’è il bassista nel vostro gruppo?” i quattro vi sguinzagliano addosso i cani.

C’è il rumorismo tribale di “TV set“, praticamente identica alla versione che, tre anni dopo, aprirà l’album d’esordio “STLTU”; torniamo a eccitarci con la chitarra voodoo rockabilly di Poison Ivy, redhead sexy e mortifera al tempo stesso, a trafiggerci il cuore coi suoi riff deraglianti (emblematico esempio ne è “Weekend on Mars“, in passato presente solo in veste live, e che oggi possiamo ascoltare in tutta la sua potenza in studio) i lamenti psicotici di Interior, letali come i morsi di un serpente velenoso che ti fa stramazzare al suolo nella giungla (evidenti nelle cover di “Twist and shout” di Phil Medley e Bert Russell e in “Jungle hop” di Kip Tyler, poi apparsa, insieme alla rilettura di “Rockin’ Bones” di Ronnie Dawson e alle autografe “Can’t find my mind” e “The natives are restless“, qui con testo differente, sul secondo Lp della band, “Psychedelic jungle“) la batteria martellante di Knox e la sferragliante sei corde della chitarra primitiva e selvaggia dell’inafferrabile Bryan Gregory che omaggia uno dei pionieri del rockabilly, Charlie Feathers in “I can’t hardly stand it” (comparsa nella compilation “Off the bone“) Sam Phillips (nella succitata “Domino“, uscita come singolo e poi in “Gravest hits”) Roy Orbison (in “Problem child“) Paul Revere and the raiders (“Hungry“, resa energicamente, alla maniera di un brano delle compilation “Nuggets“, con tanto di organo suonato da Chilton!) e – esercitandosi nell’amata pratica del disseppellimento di pepite perdute del passato per riproporle “punkizzate“, con un feeling minaccioso e ferale – “Rocket in my pocket” di Jimmy Lloyd, che chiude il disco e, alla fine del brano, si possono udire scambi tra la band e (presumibilmente) Chilton, si sente accennare qualche secondo di quella che sarebbe diventata “I was a teenage werewolf” e poi Lux Interior sclera, letteralmente. Già solo questo stralcio di vita in studio vale il prezzo del reperto.

Il vero spirito del rock ‘n’ roll rivive in queste outtakes scalcagnate e tenute insieme con lo sputo, ma che testimoniano i veraci inizi dell’epopea trentennale di una delle formazioni più incendiarie della storia del rock ‘n’ roll, una gang di provocatori musicali e (sotto)culturali, spesso imitati ma mai eguagliati, il cui impatto rivoluzionario si protrae da mezzo secolo e continua a ispirare generazioni di rockers. Have bad taste!

TRACKLIST

1) T.V. Set (Lux Interior/Poison Ivy)
2) Weekend on Mars (Lux Interior/Poison Ivy)
3) Twist & Shout (Phil Medley/Bert Russell)
4) Jungle Hop (Kip Tyler)
5) Can’t Hardly Stand It (Charlie Feathers/Jerry Huffman/Jody Chastain)
6) Hungry (Paul Revere/Mark Lindsay)
7) The Natives Are Restless (Lux Interior/Poison Ivy)
8) Domino (Roy Orbison)
9) Can’t Find My Mind (Lux Interior/Poison Ivy)
10) Rockin’ Bones (Jack Rhodes/Charles Thompson)
11) Problem Child (Roy Orbison)
12) Rocket in My Pocket (Jimmy Lloyd)

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