Death metal brutale e tecnico da New York, poi andiamo nelle praterie statunitensi attraversate da fuorilegge per poi finire con un bel disco di digital reggae, digital dub, e digi stepper.
THAETAS
New York, si sa, è da sempre una fucina inesauribile di death metal tecnico e brutale, e i THÆTAS ne sono l’ennesima prova. Il quartetto, attivo dal 2015, torna con il secondo full length dopo il debutto “Shrines to Absurdity” del 2020, uscito all’epoca per Maggot Stomp: stavolta la band approda a Profound Lore Records, etichetta che di suo ha buon fiuto per tutto ciò che sta ai confini dle metal e sopratutto oltre i confini, e pubblica “The Irredeemable Age”, dopo cinque anni di gestazione.
Alle spalle del progetto ci sono musicisti con curriculum ben radicato nella scena newyorkese: il batterista Nick Crifo, i chitarristi Terrell Grannum (Reeking Aura, Buckshot Facelift, Squelching Flesh) e Pat Hawkins (Asystole, Needlepusher, Kyrios, Aberrated), e Cory Peterson alla voce e al basso, quest’ultimo già attivo con 37564 Recordings. Un pedigree che lascia intuire da che pasta sia fatto il disco, e infatti “The Irredeemable Age” non tradisce le attese: nove tracce per poco più di mezz’ora, un impatto brutale e denso che raffina e intensifica quanto già ascoltato sull’esordio, spingendosi ancora più a fondo nel bizzarro e nell’avanguardia, death metal potente, dissonante, tecnico e brutale.
I giri di chitarra mutano continuamente forma, passano da groove palm muted a rotture dissonanti, da crolli in stile slam a improvvise accelerazioni thrash, senza che il tutto risulti mai sconclusionato. È un death metal organico e cinetico, che guarda a Gorguts, Defeated Sanity e Artificial Brain ma che trova una propria fisionomia precisa, merito soprattutto di un lavoro chitarristico mai fine a se stesso, mai puro sfoggio tecnico.
“The Irredeemable Age” richiede attenzione e ascolti ripetuti, la voglia di perdersi in una scrittura fatta di dettagli che si scoprono solo con il tempo. Ma è proprio in questa stratificazione che il disco trova la sua forza, dimostrando che la sindrome del secondo disco, quella che spesso affossa band con esordi già solidi, qui semplicemente non esiste. Un lavoro brutale, ostico, ma anche stranamente affascinante, che piacerà tantissimo a chi ama andare oltre il death classico e perdersi nel caos vorticante.
NINE POND HAMMER
C’è chi l'”outlaw country” lo canta e chi invece l’outlaw lo vive per davvero, da quarant’anni, senza bisogno di cappelli da cowboy indossati per moda o hashtag da Nashville patinata. I Nine Pound Hammer appartengono decisamente alla seconda categoria: fondati nel 1985 a Owensboro, Kentucky, da Scott Luallen e Blaine Cartwright, quest’ultimo poi passato alla guida dei Nashville Pussy, sono fra i padri fondatori del cowpunk più rurale e sporco, quello che mescolava hardcore punk e blue collar ben prima che diventasse un genere da rivista patinata, coe abbiamo visto negli ultimi tempi.
“Too Outlaw for Outlaw Country” è il loro nuovo EP, sei tracce su picture disc a tiratura limitata, uscito per la sempre affidabile Reptilian Records, e il titolo stesso è già un manifesto, una dichiarazione di guerra al cosiddetto nuovo movimento outlaw, quello ripulito e da classifica, da parte di chi il genere lo praticava quando lo ascoltavano in quattro gatti. Quattro brani inediti, scritti dal duo Luallen/Cartwright, più due cover che pescano dritte dalla tradizione più bevuta e malmessa del genere.
Musicalmente non c’è nulla da reinventare, e i Nine Pound Hammer lo sanno benissimo: chitarre ruvide, ritmiche dritte e velocissime, refrain urlati con quella voce roca che sembra uscita da una sbronza di tre giorni.
La title track apre le danze con un piglio quasi hardcore, un pugno in faccia rivolto proprio a quell’estetica outlaw da cartolina che oggi va tanto di moda; “Burn the Whole World Down” e “Black Rose” proseguono sullo stesso registro, mentre le due cover — pescate dal repertorio classico country — vengono trattate col rispetto dovuto ai vecchi maestri, ma sporcate quel tanto che basta per restare coerenti con l’identità della band. I Nine Pond Hammer fanno musica senza fronzoli e con una grande attitudine, hanno uno stile musicale ben preciso, e questo ep è la testimonianza più forte e divertente di tutto ciò. Se cercate country vero, sudato, suonato da chi in tour ci ha lasciato più di un dente, i Nine Pound Hammer restano un punto di riferimento imprescindibile, disco di punk altro, più stradaiolo e proletario di tantissimi dischi punk che sono ben più celebrati.
PRINCE RAISER
“Through the storm” su Jahtari è il disco d’esordio di Prince Raiser, eclettico artigiano del digital dub da molti anni. In questo disco troviamo potenti linee di basso, e melodie digitali che non si fanno dimenticare tanto facilmente. Il tutto è realizzato con sintetizzatori Kawai, che colpiscono nel punto perfetto tra reggae analogico e digitale, attingendo alle atmosfere dell’eredità di Dread & Fred, Exterminator e Jammy. Il risultato è un disco molto divertente, in linea con le bellissime produzioni digitali della Jahtari, e questo disco vede infatti la produzione di disrupt, il mastermind di casa Jahtari.
Ascoltando il disco si viene sparati nell’universo del reggae dub digitale, un universo che si presenta pieno di meraviglie, scintillante e profondo, con bassi che sono parte integrante delle melodie. Dub, reggae, digi stepper qui la fanno da padroni , tutti intenti a farci muovere e divertire, e riescono pienamente nell intento.
Nel disco compare anche il grande Madi Simmons scomparso nel 2024, e anche la grande prova vocale di Sammy Gold. Un disco d’esordio perfettamente riuscito, una grande carica di levare in digitale per un etichetta che non smette mai di stupire, e che fa sempre dischi di grande qualità.










