Recensione : The Queen Is Dead Volume 227 – Outshine, Haggus, John Carpenter

Recensione di "Truthsayer" degli Outshine: un viaggio alternative metal oscuro e profondo. Tra atmosfere alla John Carpenter e groove potenti, scopri il nuovo album.

Outshine, Haggus, John Carpenter

OUTSHINE

“Truthsayer” degli Outshine su Eclipse Records è un disco di alternative metal oscuro e profondo, scritto ed eseguito molto bene. Gli Outshine di Gothenburg non sono l’ultima band arrivata a caso su questo genere: nascono come progetto in studio nel 1996, collezionano tour negli Stati Uniti, centinaia di date in giro per il mondo, anche a fianco dei Paradise Lost, portandosi dietro un bagaglio di esperienza che si sente eccome in questo quarto disco sulla lunga distanza. Jimmy Boman canta, suona chitarre, sintetizzatori e piano, ed è anche lui a firmare la copertina, che racconta bene l’anima del disco: un mondo che brucia, ma che può ancora rialzarsi dalle proprie ceneri. Con lui ci sono Pär Arvidsson alla chitarra e cori, Niklas Ingvarsson al basso e Robert Petersson alla batteria, quattro musicisti che suonano come un unico organismo, senza sbavature, senza bisogno di strafare per farsi ascoltare.

Il suono è quello scuro, gotico, malinconico che chi ha vissuto la grande stagione dei Type O Negative e dei Paradise Lost di fine anni novanta riconosce subito, con quell’aggiunta di elettronica e di ambientazioni quasi cinematografiche che ricordano certe atmosfere industrial dei Nine Inch Nails. Le tastiere aprono varchi inquietanti, le voci si sdoppiano in armonie che sembrano due facce della stessa medaglia, e sotto c’è sempre un groove pesante, quasi ipnotico, che ti tiene ancorato mentre tutto intorno sembra sgretolarsi.

Brani come “Enough”, “Our Minds” o “The Darkest Place” raccontano questa condizione con un’urgenza che non scade mai nello slogan facile, e proprio quando pensi che sia tutto buio, ecco che arriva la luce: la notte finisce sempre con l’alba, ci dicono gli Outshine, e dalla terra bruciata può sempre rinascere qualcosa. Nove tracce, poco più di mezz’ora di durata, nessun momento sprecato.

Prodotto a Studio Meltdown da Kenny Boufadene e dallo stesso Boman, Truthsayer è un disco che sa da dove viene e sa perfettamente dove vuole portarti: dentro l’ombra, per poi rimandarti a casa con addosso un po’ più di consapevolezza.

HAGGUS

Ogni tanto è cosa buona e giusta farsi una bella dose di mincecore e grindcore antifascista, ed ecco pronto allo scopo “The Mincecore Manifesto” degli Haggus, nuovo dodici pollici su Tankcrimes di Oakland, etichetta che ha anche recentemente ristampato i mitici Dystopia. I californiani Haggus, che abbiamo già incontrato su queste pagine, sono uno dei migliori gruppi attuali del mincecore, un sottogenere del nostro amato grindcore, e questo dodici pollici contiene otto pezzi belli furiosi e vari, in pieno stile Haggus.

Questo disco contiene molta rabbia e tanta voglia di resistere, infatti gli Haggus dedicano questo disco a chi ha ancora la forza, la voglia e la necessità di combattere il fascismo nel 2026, cosa affatto facile visto l’ambiente che ci circonda. Tutto il lavoro gira intorno al concetto di mincecore, musica violenta per agire bene, e gli Haggus sono i migliori in questo. Il suono è marcio ma non troppo, la musica è tritata ma sempre intellegibile come le parole, e nulla è a caso.

Per chi ama il grindcore fatto all’Agathocles, giusto per intenderci, qui troverà una delle cose migliori degli ultimi tempi, diretta, ben prodotta, sincere e che picchia tanto. A differenza di tanti altri gruppi dello stesso genere gli Haggus fanno musica che si capisce e che ha tutto al suo posto, un degenero musicale mai banale mai fine a sè stesso, ma con un preciso scopo politico. Il loro mincecore parte dalla tradizione ma riesce anche ad innovare ed è super piacevole e con pezzi assai notevoli come l’iniziale “Decrease the police”.

Un’altra grande prova per un grandissimo gruppo di mincecore e grindcore. Il disco è stato scritto e registrato da Hambone, mixato da Andrew Solis (Nails, Despise You) ai Dead Stare Audio, masterizzato da Dan Randall ai Mammoth Sound (Ghoul, Spazz) e presenta la copertina realizzata da Digestor dei Ghoul.

JOHN CARPENTER

“The cathedral” su Sacred Bones è il nuovo disco dell’avventura musicale intrapresa dal regista John Carpenter, autore di immensità come “Distretto 13”, “La cosa”, “halloween” e tanti altri. Affiancato dal figlio Cody Carpenter e da Daniel Davise già nei Karma To Burn, Year Long Disaster e CKY, figlio di Dave Davies dei The Kinks e figlioccio di John. Con questa formazione John mette in musica un suo vivido sogno del 2024, dove una cattedrale di Los Angeles diventa teatro di un efferato omicidio, e un’entità non benefica risiede nella catacomba.

Se l’opera precedente “Lost Themes” era concepita come colonne sonore per film immaginari, qui abbiamo una colonna sonora del primo fumetto scritto da John e pubblicato da Storm King Comics. ogni brano corrisponde a una sezione specifica del libro.

Le note di copertina incluse nella confezione dell’album contengono spunti per ogni traccia, creando un’esperienza completamente interattiva, proprio come se fosse un nuovo film di John. Il tema musicale è l’heavy metal dell origini, inteso alla Black Sabbath del periodo heavy metal, riffs di chitarra di Davies molto efficaci, grande uso di tastiere e passaggi progressive, per un risultato davvero ottimo. Carpenter sa molto bene come utilizzare la musica per suscitare paura, è uno dei temi principali della sua filmografia, e qui ci fa vedere dall’interno tutto questo processo, scrivendo ottima musica, eseguita molto bene e con un grande senso di rispetto e una grande passione.

I tre si divertono moltissimo in questa operazione e si sente molto questa cosa, e ” The cathedral” è un disco maestoso, ottima colonna sonora di un gioco ma andrebbe benissimo anche come musica per un videogioco. Nella musica di John e soci è molto importante l’elemento sinfonico, non c’è un’orchestra qui ma è come se ci fosse, soprattutto nell’uso delle tastiere che sono usate molto bene e rendono un senso di profondità.

Un disco molto piacevole, da leggere assieme al fumetto ma anche senza, un altro dono di un artista che alal tenera età di 78 anni gioca ancora con il nostro immaginario e speriamo lo faccia ancora a lungo con film, o con dischi belli come questo. Entriamo nella cattedrale con John.

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