Recensione : Bloody Riot – Rivoltiamo

Qui Italia, anno 2026 d.C., ma sembra di essere tornati al Medioevo: la (mala)politica e il clero si arrogano ancora il diritto di intromettersi nelle scelte di un festival musicale, protestando e mettendo il veto sulla presenza di una band garage blues/punk al suddetto festival, arrivando a fare pressione per ottenere la censura e l’annullamento dell’esibizione di quel determintato gruppo “per motivi di ordine pubblico” perché, a detta degli scandalizzati timorati di Dio che hanno sollevato un polverone mediatico in nome della violazione di presunti valori religiosi cattolici da parte di questa band (che tra l’altro aveva già preso parte allo stesso festival, in passato) nel moniker si richiama al demonio, è stata considerata “anticristiana” e dunque giudicata “satanica” e incompatibile col “decoro cittadino e morale” che sarebbe stato offeso dalla partecipazione di questi ragazzi (strumentalizzati in un avvilente teatrino demagogico, e ai quali va tutta la nostra solidarietà). Ci sarebbe da ridere, ma non siamo nel 1026 e constatare che oggi ci sia in giro ancora gente benpensante che vorrebbe tornare ai tempi dell’Inquisizione e delle Crociate contro gli “infedeli”, è una questione piuttosto surreale e grottesca, indice di un substrato di bigottismo e finto perbenismo che viene esercitato con brutale arroganza da emissari replicanti di un Potere che sta avendo una recrudescenza di ottusità e oscurantismo. L’unico aspetto positivo di questa vicenda è che ha generato tanta pubblicità gratuita ai membri di quel progetto, e magari tante persone, spinte dalla curiosità e dalla voglia di “trasgredire”, inizieranno a scoprirli e ascoltarli.

Blasfemia, sacrilegio, il rock ‘n’ roll percepito come una “minaccia” manco fossimo negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando i fanatici integralisti cattolici bruciavano i dischi dei gruppi ritenuti “sovversivi”: come avrebbe risposto a queste accuse un gruppo come i romani de Roma Bloody Riot? Probabilmente assestando ai politicanti/preti un paio di “Mortacci vostra” e sciorinando un salutare rosario di bestemmie, tanto per fare incazzare ancora di più i ferventi e feroci seguaci religiosi, discendenti di coloro che, nei secoli scorsi, nella loro opera di “evangelizzazione” hanno sterminato centinaia di milioni di persone nel mondo per “educare” le masse di miscredenti e convincerli dell’esistenza di un amico immaginario invisibile che ti punisce per l’eternità se non segui alla lettera il suo decalogo.

Ma perché citare proprio i Bloody Riot? Per due motivi:

1) In questo periodo storico-sociale segnato dal riemergere prepotente di rigurgiti nazifascisti, nuovi estremismi di intolleranza religiosa e sentimenti nostalgici verso dittature totalitarie (che hanno trascinato il mondo nel baratro della Seconda Guerra Mondiale, causando decine di milioni di morti) è più che mai necessaria la presenza e la rabbia sociale del veterano combo punk/hardcore romano, antimilitarista e antiautoritario, da sempre poco incline a compromessi e fiero oppositore dell’ordine costituito e delle istituzioni borghesi, nonché una delle voci più intransigenti e credibili dell’underground italiano, tra le più veraci nel vomitare disgusto contro l’edonismo disimpegnato degli anni Ottanta (i cui effetti tossici si riverberano ancora oggi nel tessuto sociale del “Bel Paese”, oggi anestetizzato dai social network, che vanno ad aggiungersi alle armi di distrazione di massa dell’epoca, le televisioni private e le droghe pesanti utilizzate come clava dal Potere per reprimere il ribellismo e annientare le istanze rivoluzionarie delle nuove generazioni) e tra le poche a essere sopravvissute a quattro decenni di accidentato percorso (nel quale però possono fregiarsi del fatto di essere il primo gruppo capitolino ad autoprodurre il proprio materiale, in particolare l’Ep omonimo del 1983) e a essere arrivate, seppur tra varie vicissitudini, ai giorni nostri.

2) E’ uscito un loro nuovo album, e questa è una splendida notizia, perché significa che il rock ‘n’ roll nei sotterranei è ancora vivo e ha ancora delle cose da dire.

Dopo lo scioglimento avvenuto nel 1987 e alcuni successivi tentativi di reunion, e a dieci anni dalla scomparsa del frontman originario Roberto “Perci” Perciballi (indimenticata voce di anthem di fuoco anarcoide come “Naja de merda“, “No eroina“, “Contro lo stato” e “Teppa life“) e spinti anche dalla necessità di scrivere un nuovo capitolo della propria storia aggiungendo nuova musica al proprio repertorio classico, i Bloody Riot sono riusciti a tornare in sella con una nuova line up, con i membri storici Lorenzo Canevacci (alle chitarre) Alex Vargiu (basso) e Fabiano “Master” Bianco (batteria) oggi affiancati da due voci, Valerio Lazzaretti e Simone Lucciola (già coinvolti nel concerto tributo dedicato a Perciballi) e quest’anno hanno pubblicato un nuovo disco, “Rivoltiamo“, realizzato grazie a una coproduzione tra HellNation e Area Pirata.

Fedele al proprio stile schietto, sguaiato e spietato, l’ensemble mette insieme dieci brani (rilavorandone alcuni, come “The noise” e la controversa “Bitch”, riveduta e corretta nel testo e oggi rinominata “Cuore bugiardo“) che si ricollegano alle radici hardcore punk (anzi, “Ardecore de Roma“) degli Eighties, dall’approccio diretto e provocatorio, e che non hanno perso un grammo di cazzimma ed efficacia, sorretti da un muro di suono devastante, e nati dall’urgenza di confrontarsi con il presente e lo stimolo di trattare tematiche di stretta attualità, senza cedere il passo ai cliché della reunion in nome della nostalgia.

Bloody Riot - Rivoltiamo Bloody Riot Colore 1 Di Gabriele De Marco

Diversi i temi affrontati lungo lo scorrere del full length: la cieca repressione del dissenso da parte dello stato “democratico”, che condanna al carcere duro e bolla come “terroristi” tutti coloro che provano a lottare contro il sistema di potere fasciocapitalista neoliberista (l’opener “Dichiarato morto“, dedicata all’anarco-insurrezionalista Alfredo Cospito) l’abuso di potere (raccontato in “Manganello” attraverso la prospettiva umanizzata dello stesso oggetto “sfollagente”) il peso delle istituzioni religiose nello spazio pubblico (nella goliardica “Radio Maria“, la famosa stazione radiofonica nota per la potenza delle sue famigerate frequenze che prendono letteralmente ovunque, anche sotto gallerie chilometriche e/o sul cucuzzolo di una montagna a 4,000 metri s.l.m.) le nuove dipendenze (“Annusa abusa” di sostanze stupefacenti come la kokaina, un tempo elitaria droga dei ricchi, ma oggi in circolazione a prezzi più “economici”, e ormai per le tasche di tutte le classi sociali, uno “sballo” alla portata di tutti, che arriva a corrodere anche gli ambienti militanti antisistema che dovrebbero contrastarne l’espansione) la manipolazione dell’informazione e il nazionalismo posticcio (trattate in “Patriottista“, che si fa beffe di tanti politicanti e fenomeni da baraccone odierni che giocano a fare i “sovranisti”, forti coi deboli e deboli coi forti, che hanno fatto “egemonia militare” occupando i media tradizionali e i social, di cui usano le grancasse per fare propaganda con la loro presenza invasiva, impostando un culto dell’ignoranza ostentata come vanto, ma che alla fine obbediscono sempre agli ordini dei pupari che li manovrano da Washington, altro che “Italia agli italiani”) la devastazione ambientale (in “Evaporato“, che dipinge crudamente visioni distopiche di un pianeta ormai devastato dal cambiamento climatico causato dalle azioni dannose e nocive degli “esseri umani”) e il disagio esistenziale (nella conclusiva “Ultima chiamata“, dedicata a Massimo Lala dei Last Call, che nel 1994 si tolse la vita, con una riflessione sull’inganno delle democrazie moderne, che non assicurano una vita dignitosa a tutti, e dove il potere decisionale è spesso accentrato nelle mani di élite economico-finanziarie, che lasciano al cittadino un’influenza sempre più ridotta riguardo alle scelte politiche fondamentali per l’esistenza degli individui). In tutto questo magma di chitarre sferraglianti e vocals al vetriolo, trovo spazio anche un immancabile omaggio a Perciballi in “Parole al veleno“.

Il mondo è cambiato in peggio rispetto agli anni Ottanta, ma molte delle ragioni che allora alimentavano rabbia, conflitto e desiderio di trasformazione sono ancora davanti ai nostri occhi, e allora rivoltarsi diventa un gesto necessario per provare a ribaltare le prospettive dei ruoli, delle gerarchie e delle narrazioni dominanti (un concetto espresso anche dalla copertina dell’Lp, che i nostri sono stati costretti a modificare per non incappare nella censura degli algoritmi del mondo digitale tecnototalitarista, che chiude gli occhi sulle propagande neofasciste e sui genocidi dei popoli, ma ti bastona se scrivi una parolaccia e raffiguri un pene sulla copertina di un album (in nome di un ipocrita “politicamente corretto” de ‘sta ceppa) come nel caso dell’animale antropomorfo Pippo che, su “Rivoltiamo“, incarna l’idea di inversione dei rapporti di forza e di ribellione alla propria condizione sociale di subalterno) lottando per una società più solidale, egualitaria e orizzontale, contro il sistema borghese capitalista verticistico per costruire un mondo che non sia più guerrafondaio né oppressore/sfruttatore delle classi sociali più deboli, per fare “remigrare” nelle fogne la merda al soldo dei padroni e vecchia di un secolo, che oggi l’establishment politico-mediatico mainstream spaccia per “nuovo che avanza”. Lo spirito iconoclasta e antagonista dei Bloody Riot serve come il pane in questo momento storico cupo. Daje!

TRACKLIST

1. Dichiarato Morto
2. Manganello
3. Radio Maria
4. Cuore Bugiardo
5. Parole al veleno
6. Annusabusa
7. Patriottista
8. Evaporato
9. The Noise
10. Ultima Chiamata

LINE UP

Bass Guitar, Vocals – Alex Vargiu
Drums – Claudio Finelli
Guitar, Vocals – Lorenzo Canevacci
Lead Vocals – Simone Lucciola, Valerio Lazzaretti

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