Recensione : K Starck

K Starck

Ci sono voci che nascono già mature e consapevoli, nel senso buono del termine, voci che sembrano portarsi dietro un secolo di canzoni anche quando chi le possiede ha appena ventitré anni.

K Starck, figlia del designer Philippe Starck è uno di questi casi, e per capire perché basta seguire il suo percorso a ritroso: nata a Parigi, cresciuta a Venezia, diplomata in canto classico alla Royal Academy of Music di Londra, oggi divisa tra New York e il Veneto, con la moda come seconda passione dichiarata. Un profilo che su carta suona quasi troppo elegante per essere vero, e invece è proprio quell’eleganza, quella formazione lirica portata dentro un contesto pop, a rendere interessante quello che sta facendo.

Uno dei suoi biglietti da visita è “Quante Volte”, rilettura di Mia Martini, uno di quei pezzi che non si toccano a cuor leggero perché l’originale è già perfetto così com’è, già segnato da un’interpretazione che è pura ferita a cielo aperto. K Starck non prova a copiare Mimì, e questo è già un merito: ci mette dentro la sua formazione lirica, allarga i respiri, dà alla canzone un’intensità diversa, più composta ma non meno sentita. Lei stessa ha raccontato che l’incontro con questo brano è stato amore a prima vista, e che reinterpretarlo è stato un atto naturale prima ancora che artistico — una faccenda di onestà con se stessi più che di calcolo discografico, ed è un approccio che si sente.

Un altro grande rifacimento che rende molto bene il talento di K Starck è la bellissima “Pensiero stupendo” di Patty Pravo, fatta in maniera originale, grazie ad un talento non comune che qui sboccia in pieno.

Poi c’è “Shedding Skin”, il pezzo più suo, quello dove la lezione classica lascia spazio a qualcosa di più personale e contemporaneo. È qui che si capisce dove potrebbe andare a parare tutto questo progetto: una vocalità colta messa al servizio di canzoni che non hanno paura di essere dirette, quasi confessionali. Questo pezzo andrà a far parte di un ep che uscirà in autunno.

Il catalogo per ora è minimo, due tracce e qualche apparizione dal vivo, tra cui un bellissimo tributo a Ornella Vanoni fatto insieme a Mafalda Minnozzi a New York, scelta di repertorio che dice già molto su dove K Starck vada a cercare le sue radici emotive: cantautrici italiane di razza, capaci di trasformare il dolore personale in qualcosa di collettivo. Non è ancora un disco, è un inizio. Ma è un inizio che ha già chiaro cosa vuole essere, ed è raro trovarne di così consapevoli, da tenere d’occhio.

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