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Recensione : SONGS THE WEB TAUGHT US vol. 19

Bentornata, gentaglia di poca fede, eccoci qui riuniti per un nuovo appuntamento con “Songs The Web Taught Us“. L’Italia è quel mer(D)aviglioso Paese in cui i canti partigiani antifascisti vengono stravolti nel testo perché ritenuti “divisivi”, gli anarchici vengono sbattuti in carcere in regime di “41 bis” e gli vengono anche negate le richieste per l’acquisto di libri e musica, ma in compenso le “igieniste dentali” e le organizzatrici di “cene eleganti” vengono trattate con un occhio di riguardo e graziate dalle istituzioni. Tra una guerra e l’altra, e mentre i mass media generalisti distraggono il popolino ammorbandolo 24 ore su 24 coi processi sommari e il gossip morboso sui casi di cronaca nera, viviamo tempi grotteschi e tragicomici, e l’unica cosa che ancora ci conforta resta la musica, l’unica Fede che ci fa tenere ancora dritta la barra, e allora per esorcizzare questa epoca dannata procediamo con una nuova infornata di di musica “altra” consigliata da ascoltare, tra cui tanta proveniente dalle viscere – per fortuna ancora vive e pulsanti – del nostro “Bel Paese”.

Iniziamo la nostra carrellata coi DEAR BONGO, quartetto di stanza a Bologna (composto da Paolo Vaglieco alla chitarra e voce; Davide Ingiulla al basso e voce; Fabio Remedia alla batteria e voce; Simone Felici alla voce, chitarra, organo/synth, glockenspiel e tape loops) nato da un’indiscrezione su Captain Beefheart, del quale ne ripecorrono la vena grottesca piuttosto che il sound, che invece si muove lungo sentieri post-hardcore e post-punk. Il mese scorso, i nostri hanno pubblicato il loro secondo full length, “All The Good-hearted People Have a Dumb Face” (uscito grazie a una collaborazione tra Slack Records e Teletaú Records) disco che che spazia dal garage/art-punk alla psichedelia, passando per il post-HC ed echi post-punk à la Bauhaus, Killing Joke e Gang of Four, e che, a livello concettuale, mette in musica i pensieri di un giovane adulto che affronta la vita in un mondo inflazionato dalla strategia comunicativa che punta tutto sull’immagine esteriore e sull’apparenza, e che genera stati ansiogeni di malessere derivati dalle storture di una società moderna esclusiva (ed escludente) ultracompetitiva e spietata, improntata sull’essere perennemente performanti, che esige sempre la perfezione da tutti e non tollera le debolezze e i cedimenti caratteriali, visti come fallimenti, e chi non si adegua alle bolle sociali “giuste” viene emarginato. Otto brani in cui convivono immediatezza e complessità, per raccontare gli effetti collaterali del capitalismo che alleva squali e avvoltoi e discrimina i puri di cuore.

Usciamo un attimo dall’italico Stivale e facciamo sosta in Olanda, a Utrecht, dove troviamo i SICK SHOOTERS, giovane four-piece senza basso (formato da “Rube” alla voce , “Laurens” e “Kees” alle chitarre e “Bradley” alla batteria) dedito a un high-octane rock ‘n’ roll che ha in Ramones, Reatards e Oblivians i suoi numi ispiratori e ha già nel suo pedigree concerti in apertura per i Buzzcocks. Quest’anno i nostri hanno pubblicato il loro album d’esordio, “Super sonic rock saga” (uscito su Wap Shoo Wap Records) nel quale sciorina brani energici e senza fronzoli, come tradizione garage punk vuole, anche se non mancano riferimenti a certo power pop dei Seventies. Young, loud and raw!

Dai Paesi Bassi si scavalca l’oceano e si atterra negli States, precisamente in Pennsylvania, a Philadelphia, per affondare nelle putride paludi del no wave/noise punk deviato dei MY WIFE’S AN ANGEL, destabilizzante progetto (animato da “G” alle liriche e alla voce; “Boone” alla chitarra; “Fancy” al basso e “JAGWAH” alla batteria) che tortura gli strumenti per generare suoni micidiali, cacofonici (perché definirli “lo-fi” sembra quasi un’edulcorazione della materia sonica) deliranti, che sembrano descrivere alla perfezione la violenta aria di caos e il disfacimento etico e morale che gli Stati Uniti stanno attraversando da quando la megalomania “M.A.G.A.” si è impadronita del Potere e pretende – secondo presunte investiture da parte di “volontà divine” – di decidere delle sorti del pianeta, ad oggi ostaggio di élites corrotte fino al midollo e del loro armamentario tossico-nocivo. “Keep honking I’m about to fucking kill myself“, secondo album del combo (uscito quest’anno per Knife Hits records, Broken Cycle Records e GRIMGRIMGRIM) è un disco che non lascia scampo all’ascoltatore, è la sporcizia degenerata maligna che rappresenta il rovescio della medaglia che cavalca la bestia dietro la scintillante facciata del “sogno americano”, è la depravazione del vicino di casa insospettabile che finge di essere accogliente ma poi ti sevizia e ti tiene segregato in cantina. L’opera sprizza paranoia schizoide da ogni solco, tra furiosi suoni distorti distopici, un cantato psicopatico e testi corrosivi che sembrano una via di mezzo tra una colonna sonora delle stragi fatte a scuola dai serial killer (che tanto lì, a momenti, le armi le vendono anche nei supermercati) e i pensieri nichilistici di un tossico depresso che è lì lì per farla finita e farsi fuori (come da titolo). Un disco disturbante, da maneggiare con cautela, che usa il rumore per dare un potente calcio in culo all’industria discografica: immaginate una creatura deforme ibrida ingravidata dai Black Flag di “My war”, GG Allin, i Flipper e devastata dal Fentanyl.

Rientriamo in ItaGlia e passiamo nella Capitale a rituffarci negli anni Sessanta salutando i THEE SYDES, moniker animato dal mitico Massimo Del Pozzo, instancabile agitatore culturale che, with a little help from his friends (e cioè Paolo Muti la basso, Vincenzo Palmieri alla batteria e Fabrizio D’Auria all’organo e piano elettrico) ha ripreso in mano la chitarra e ha ricaricato l’ugola per dare vita a questo progetto di chiaro stampo Neosixties, pubblicando un Ep omonimo (attraverso la sua label, la benemerita Misty Lane Records/TEEN SOUND) in cui i nostri danno sfogo a tutta la loro passione per il beat, il garage rock e la psichedelia – e anche qualche capatina nel Paisley underground – sfornando tre brani firmati da Del Pozzo (che ha realizzato anche l’artwork dell’opera) oltre a una riuscita cover di “As time’s gone” dei Tropics. Calatevi questo Ep e vi assicurerete un trip in cui vi sembrerà di essere tornati indietro al 1965/66, quando tutto sembrava essere più colorato, innocente e, soprattutto, analogico.

E chiudiamo questo nostro viaggio scendendo al Sud e fermandoci a Bari per rendere omaggio ai DIRTY TRAINLOAD, formazione inizialmente nata, nel lontano 2006, su iniziativa del chitarrista/cantante Bob Cillo, che poi si è sviluppata fino a diventare l’attuale trio composto da Cillo, il batterista Balzano e la cantante e polistrumentista italoamericana Livia Monteleone (chitarra baritona, basso, banjo, voce e theremin). La loro proposta affonda le radici nel blues caldo e irriverente, “sporcato” da contaminazioni garage rock e attitudine punk. Dopo aver suonato a lungo in giro per i palchi italiani, europei e negli States, quest’anno i nostri hanno pubblicato il loro quinto album complessivo, “Rise up and stomp“, registrato insieme a Marco Fasolo e uscito – su Ciqala Records e Side 4 Records – il 25 aprile, una data non casuale (il giorno in cui si celebra, in Italia, la vittoria storica e morale definitiva della Resistenza partigiana contro il nazifascismo italo-tedesco) ma una scelta consapevole, perché, a detta della stessa band, “in un mondo occidentale sempre più segnato dal regresso culturale e dalla rinascita dei nazionalismi, i Dirty Trainload rimangono fedeli a una cultura dissidente che canta contro la guerra, la prigionia e le logiche di profitto” e i temi dei loro brani (dieci pezzi originali, più due cover, “Out on the Western Plains” di Lead Belly e “It ain’t right” di Little Walter) suonano oggi più attuali e urgenti che mai.

Come sempre, cari discepoli/e, prendete e ascoltatene tutti, spargete il verbo e acquistate anche, se potete. Rito e ritmo. Fuzzamen!

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