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Recensione : Jim Jones All Stars – Cat fight

A tre anni di distanza dall’esordio “Ain’t no peril” (e a uno dal live album “Get down ~ get with it“) con la sua nuova incarnazione sonica degli All Stars, torna a ruggire uno dei veterani del garage rock mondiale, Jim Jones (Thee Hypnotics, Black Moses, Jim Jones Revue, Jim Jones and the Righteous Mind) che il mese scorso ha sfornato, con la sua combriccola, il secondo Lp ufficiale inciso con l’attuale moniker, “Cat fight“, uscito su Silver Arrow Records.

Con una line up lunga quasi quanto una squadra di calcio (e composta da ben nove elementi: Jim Jones alla voce e chitarra; Gavin Jay al basso; Elliot Mortimer al piano; Stuart Dace al sassofono tenore e backing vocals; Tom Hodges al sax baritono; Harrison Cole alla tromba; Carlton Mounsher alla chitarra e voce; Ali Jones alle percussioni e cori; Aidan Sinclair alla batteria e cori) l’ensemble britannico rinnova e consolida la sua formula eclettica che si basa su un dinamitardo melting pot che unisce elementi rhythm ‘n’ blues, funk e soul filtrati attraverso il tradizionale background rock ‘n’ roll di mister Jones, il tutto suonato con veemenza e attitudine selvaggia, un po’ come l’immaginarsi gli MC5 con Little Richard frontman, o gli Stooges con James Brown al microfono.

Registrato e mixato tra Inghilterra e States, e graziato da una produzione ruspante curata da Chris Robinson dei Black Crowes (presente sul disco anche con contributi vocali) “Cat fight” è un full length che fa del groove e delle ritmiche esuberanti la sua bussola, tra vocals viscerali e una poderosa sezione fiati a dare un apporto fondamentale all’economia del sound pungente del combo, la cui missione è quella di farvi scuotere il culo sotto i palchi e sui dancefloor. E ci riesce in maniera impeccabile e trascinante.

Jones è perfettamente a suo agio, calato nei panni del cerimoniere R’N’R che alterna crooning, spavalderia e carica sessuale, infiammando le folle con la sua ugola sguaiata che squarcia l’aria e omaggia la black music e il Fifties rock processandoli attraverso il grezzume di un’ottica proto-punk. L’opener “Make it rain” è un potente swamp blues in cui Jones si danna l’anima, “Goin’ higher” è un’esplosione garage soul devastante e il brano che rievoca maggiormente il passato di Jim, “I’m on fire” è un trash boogie vizioso che suona come una versione doo-wop dei primi Bad Seeds se avessero avuto James Brown alla voce (il cui fantasma viene rievocato anche nel funk anfetaminizzato di “Exiled“) invece di Nick Cave; “Born 2 ride” mischia chitarre fuzzate e ottoni, “Bekolah” ha vibes da locale notturno jazzato, solo una tregua prima di tornare al Memphis soul on steroids della title track, il cui unico scopo è to shake your body ed è difficile resistere alla tentazione di non muovere il piedino e/o la capoccia. “Gashman” ciondola tra ritmi spezzati e un suono che non sembra seguire una linea precisa e vive di istinti; “Drink me” – uno dei migliori brani del lotto – è una portentosa deflagrazione funk/soul JamesBrowniana in cui la gola di Jones va letteralmente a fuoco; “Chubby” si muove più o meno sulla stessa (ma meno eclatante) linea, “Luv u” è un rhythm and blues indiavolato che può richiamare alla mente certe cose degli Stones, mentre “Let u go” chiude l’opera in maniera scoppiettante, con un’atmosfera vintage soul energica che oscilla e ondeggia tra un duetto e l’altro tra chitarre e sassofoni.

Prendersi cura del patrimonio musicale del glorioso passato di città come Memphis e New Orleans e rimodellarlo filtrandolo attraverso la lente del rock ‘n’ roll, in modo da preservarne l’identità per il futuro, tramandandone l’importanza storica (le sofferenze e il riscatto dei bassifondi e nei ghetti del Sud degli Stati Uniti, lì dove nasce quel sound figlio della contaminazione tra popoli e culture diverse tra loro e intriso di dannazione, disperazione, povertà e perdizione, amore e morte, ma anche voglia di vivere e lottare, sogni, rivendicazioni e consapevolezza black and proud) trasmetterla alle nuove generazioni e far suonare tutto più accattivante e figo che mai: Jim Jones e i suoi All Stars lo stanno facendo in modo meraviglioso, e forse fissare tutto su disco resta l’unico modo per non far morire la memoria, in un mondo sempre più digitalizzato che tutto consuma, fagocita, sputa e butta nel cestino (del desktop e dei cellulari) in un batter di ciglia.

TRACKLIST

1. Make It Rain
2. Exiled
3. Born 2 Ride
4. I’m On Fire
5. Goin’ Higher
6. Bekolah
7. Cat Fight
8. Gashman
9. Drink Me
10. Chubby
11. Luv U
12. Let U Go

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