Viviamo nel Paese dei balocchi, l’Italia, in cui si celebra il “gigantismo” in ambito musicale e vengono incensate le magnifiche sorti e progressive della musica italiana solo se raccatta milioni di ascolti in streaming (una volta si diceva nelle presentazioni televisive, per giustificarne la presunta grandezza, che tal gruppo/cantante aveva venduto tot migliaia/milioni di dischi, mentre oggi invece la “popolarità” di un artista si misura in base ai milioni di “visualizzazioni” ottenute sul web e sulle piattaforme musicali internettiane… anche perché, nel frattempo, i negozi di dischi fisici stanno lentamente scomparendo) e raduna folle oceaniche ai concerti, per i media contano soltanto i grandi numeri che gli “artisti” mainstream riescono a raggiungere e a sbattere in faccia a tutti, deve essere tutto “big”, l’importante è fare centinaia di migliaia di persone nelle arene e negli stadi, in una corsa al supermegaevento (con l’ossessione del “sold out”, la condicio sine qua non per decretare il “successo” di un cantante o di un gruppo) in un’eterna e stucchevole gara – tra macchine mangiasoldi simili – a chi ce l’ha più grosso.
Sarebbe un mondo fantastico, se esistessero solo i tour negli stadi o negli ippodromi o nei circhimassimi delle notti (e degli incassi) da record. Ma la musica non deve essere solo un business capitalistico che dispensa panem et circenses alle masse e mangia sulle loro spalle. Il rovescio della medaglia di questi spettacoli megalomani è da ricercare nei tanti club, circoli e associazioni culturali in giro per l’Italia che – oltre a essere vessati da burocrazia e controlli stringenti – stanno chiudendo i battenti perché non riescono più a star dietro a questo circo tossico che sta uccidendo le piccole realtà (ma che, essendo “piccole”, non fanno troppo rumore e quindi, secondo la logica dei “grandi eventi”, possono sparire, tanto li rimpiangono in quattro gatti) e di conseguenza fanno sempre più fatica per continuare a proporre e mettere insieme, tra tanti sacrifici e salti mortali, discorsi controculturali, stagioni e programmi artistici “altri” e alternativi alla mediocrità del sistema generalista imperante, perché i superipermega concertoni estivi da “una botta e via” si pappano la fetta più grande della torta del “mercato” musicale in termini di pubblico e introiti (in pratica, dal post-covid in avanti, è aumentato il prezzo di qualsiasi cosa, la gente ha sempre meno soldi da destinare alla musica, e preferisce spenderli “andando sul sicuro” per roba già nota, invece di scoprire nuovi contesti più genuini e dare una mano alle piccole realtà che si fanno il mazzo per tenere in piedi una certa idea di aggregazione e dello stare al mondo). Ma poi dai, sinceramente, che cazzo ve ne fate dei palchi chilometrici se poi vedete solo le sagome da lontano e sentite dei suoni orrendi, e i cosiddetti idolatrati “artisti” li vedete solo attraverso uno schermo laterale, a centinaia di metri distanza dai vostri cellulari che usate per farvi le storie sui social network solo per alimentare la “piaga dell’Io c’ero”, e pure felici di esservi fatti spennare avendo pagato oltre 100 euro per un biglietto?
Morale della favola di questo pippone: se non si vuole far morire il circuito musicale indipendente che si sporca ancora le mani in questo Paese per offrirci un antidoto di resistenza alla montagna di spazzatura mainstream che dilaga nell’etere (e attraverso le nuove tecnologie) bisogna inevitabilmente tornare a supportare le scene locali e i luoghi piccoli/medi che danno spazio alle band che operano al di fuori dell’industria discografica multinazionale. Tra queste vanno sicuramente annoverate anche i Lupe Velez, ensemble toscano formatosi a Livorno, nel 2014 (e che nella scelta del moniker si è ispirato alla omonima attrice e cantante messicana) sviluppandosi intorno alla figura e ai brani del frontman Stefano Ilari, e che, nonostante le conclamate difficoltà del panorama indipendente, ha continuato a muoversi sempre con le proprie forze, mantenendo viva un’identità costruita tra concerti, amicizia e attitudine rock ‘n’ roll, proponendo un garage rock dalle varie sfumature, e con influenze anglosassoni e australiane.
Dopo un long playing pubblicato nel 2018, “Weird tales“, quest’anno, attraverso la benemerita etichetta toscana Area Pirata, il gruppo (che vede Ilari coadiuvato da Alex Gefferson e dalla ex Not Moving Iride Volpi alle chitarre, Doda Mariotti al basso, Marco Piaggesi e Luca Valdambrini alle tastiere e “Gianfra” alla batteria) ha dato alle stampe “21st century sucks“, una raccolta che assembla brani realizzati tra il 2019 e il 2025 (registrati tra Pisa e Livorno, e che si avvalgono del mastering di Justin Perkins, già al lavoro con Screeching Weasel, Kaams, Fatz Waltz, Peawees, Manges ed Elli De Mon, tra gli altri) muovendosi tra lo scattante rock ‘n’ roll di “Where the sunshine meets the rain“, “I sit and watch you” e “One by one“, episodi più elaborati e ricercati (“European jail” e “Sunday“) e momenti dal sapore chitarristico indie/alternative (come la conclusiva “Ride to nowhere” che arriva quasi a costeggiare lidi sonori attigui ai Dinosaur Jr.).
Il ventunesimo secolo fa schifo e amore non ne avremo ma, finché una dittatura tecnocratica globale non ce lo vieterà, tra crypto, bitcoin e turbocapitalismo finanziario, siamo ancora liberi di mandare tutto e tutti affanculo, grazie anche a dischi come questo.










