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Recensione : Dwarves – Jenkem

Siete in cerca di un disco per rovinare qualsiasi “gioco aperitivo” e far scappare via inorriditi tutti in questa estate che impazza quando siete al mare (meglio una spiaggia libera, o almeno, quelle poche che sono ancora rimaste) a rinfrescar le chiappe chiare, col caldo assassino che fa sciogliere al sole e non fa respirare, e non ne potete più di subìre passivamente l’ascolto molesto dei “tormentoni” sanremesi/estivi e i balli di gruppo latino-americani sparati a volumi assordanti dalle casse degli stabilimenti balneari che invitano coattamente la gente a “muovere la colita“, tra “una mano a la cintura” e “un pasito adelante“? Bene, allora “Jenkem” dei Dwarves è quello che fa per voi: proponetelo ai “dj” di quei lidi, spacciandolo per “gruppo reggaeton”, e avrete raggiunto il vostro scopo. Non è cattiveria: si tratta semplicemente di un efficace rimedio per lottare contro l’inquinamento acustico.

Scherzi a parte (però chissà, magari un giorno qualcuno/a potrebbe anche mettere in pratica questa fantasia, leggendo queste righe) salutiamo con estremo piacere il ritorno discografico della seminale, irriverente, provocatoria, truculenta e longeva garage/HC/punk/shock rock band statunitense (formatasi a Chicago, ma di stanza in California, e attiva da ben quattro decenni) che quest’anno ha pubblicato (sulla loro DIY label, Greedy records) il suo sedicesimo Lp complessivo, “Jenkem“, arrivato a due anni di distanza dal precedente “Keep it reel“.

Allievi di GG Allin a livello musicale, lirico e “concettuale”, fautori di un punk rock veloce e feroce derivato dall’HC punk, con cui si sono costruiti una reputazione da cult band nell’underground (arrivando a sfiorare addirittura il mainstream, dopo aver suonato e condiviso palchi con Nirvana e Green Day) grazie a concerti di brevissima durata (a volte finiti in rissa) in cui il chitarrista Peter Konicek (aka Hewhocannotbenamed) suonava on stage spesso completamente nudo e “vestito” solo di una maschera da wrestling, dileggiano il politically correct, capaci di scioccare e dare scandalo sia negli ambienti conservatori (percularono lo staff di Bush junior nel 2000 con la boutade dell’offerta di una loro canzone, contenente liriche offensive, da usare per la sua campagna del partito repubblicano in vista di quelle discusse elezioni presidenziali che poi lo videro vincere, e ovviamente l’invito venne respinto) sia in quelli “alternativi” (facendosi beffe della Sub Pop records con burle macabre) avallando copertine dei dischi dagli artwork ipercensurati che sfidavano il buon senso e il buon gusto (e che oggi chiameremmo “divisivi”) i Dwarves si sono sviluppati intorno alla figura del frontman Paul Cafaro aka Julius Seizure aka Blag Dahlia, il quale è coadiuvato dal mitico Nick Oliveri aka “Rex Everything” (uno che non ha certo bisogno di presentazioni) al basso e voce, Peter Straus aka Sgt. Salpeter al basso, Mike Pygmie, Gianluca “Ginger” Penaro e Marc Diamond alias “The Fresh Prince of the Darkness” alle chitarre, Andy Now e Gabriel Perez alias “Snupac” alla batteria.

Il disco (prodotto dallo stesso Blag Dahlia) condensa, in meno di venti minuti, uno psicopatico party (che a breve verrà portato in scena anche in Italia per tre date dal vivo, a Treviso, Torino e Bergamo al “Punk rock raduno“) diviso in quattordici fulminei episodi a base di un punk rock grezzo, violento, aggressivo, nichilista e sboccato che vi sfida a star fermi senza pogare (l’opener “Confused“, “Druglust“, “Must confess“, “I wish you were dead“, “Too messed up“, “Bad drugs“, “Be ruthless destroy“) senza disdegnare momenti più melodici (nel singolo “Damned if I do“, sorta di cocktail che shakera Ramones e Bad Religion con un retrogusto glam rock) e goliardici (come nel caso di “Hey Melania“, sarcasticamente dedicata dai nostri alla “first lady” del ciuffo biondo che, tra una guerra e l’altra fatta scatenare in giro per il mondo a causa sua, pretende anche il premio nobel per la pace).

Nessuna nostalgia, nessuna resa, nessuna comfort zone da ex punk ripuliti “in pensione”, ma ancora tanta voglia di fomentare il caos e spaccare i culi. Uno dei dischi dell’anno, per chi vi scrive. Perché, parafrasando una nota serie televisiva, “a noi la qualità c’ha rotto er cazzo! Viva la merda!“. Bomba.

TRACKLIST

1. Confused
2. We Are The Scene
3. Druglust
4. Damned If I Do
5. Must Confess
6. Too Messed Up
7. I’m Dead
8. Bad Drugs
9. I Wish You Were Dead
10. Psychosis Tripping
11. Melania
12. Here We Come Again
13. Be Ruthless Destroy
14. Last Chance Lily

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