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Recensione : The Queen Is Dead Volume 202 – Dawn Of Ashes, Dark Ride, Jah Wobble & Jon Klein

Dawn Of Ashes, Dark Ride e Jah Wobble & Jon Klein: tre recensioni tra elettronica oscura, horror punk e post punk visionario, con groove e tenebre sonore.

Dawn Of Ashes, Dark Ride, Jah Wobble & Jon Klein

DAWN OF ASHES

Elettronica oscura, industrial, aggrotech, ebm pulsante e scarnificata, sintetizzatori malvagi e una voce in growl, questi sono alcuni degli ingredienti di “Anatomy of suffering” il nuovo disco dei Dawn Of Ashes su Metropolis Records.

Il gruppo è stato fondato all’inizio del millennio a Los Angeles da Kristof Bathory, facendosi subito notare nella scena losangelina dell’elettronica oscura, macinando dischi e concerti. Il loro suono è una mutazione continua della rabbia e della lussuria messa in musica, quell’afflato elettronico che proviene dalle nostre peggiori paranoie, una sorta di elettronica concepita e fatta con un’attitudine metal e fortemente nichilista, un continuo filrt con la morte e le sue pulsioni.

Nel 2025 Bathory si è trasferito in Danimarca, e questo è il secondo disco di quello che può essere definito a tutti gli effetti il nuovo corso dei Dawn Of Ashes, cominciato con il precedente “Infecting the scars”.La produzione è molto precisa e rende un gruppo che sa bene cosa vuole il proprio pubblico, e paranoia e sangue scorrono a fiumi. I suoni freddi del gruppo ti entrano sottopelle e dentro il cervello non ti mollano, ti tengono inchiodato e chiudendo gli occhi puoi toccare con mano uno spettro molto ampio dell’elettronica oscura. A differenza di altri gruppi i Dawn Of Ashes sanno usare molti ritmi diversi pere rappresentare ciò che hanno in mente, e hanno un’ottima profondità musicale, figlia della ricerca e della volontà di esplorare nuove possibilità musicali come nel singolo “Penumbra” dove sono insieme ai Suicide Commando.

Disco dopo disco le tenebre diventano sempre più fitte, i sintetizzatori lavorano sempre tantissimo e l’epos musicale cresce sempre, per uno dei maggiori gruppi di questi generi.

DARK RIDE

“Blade manor” su Fiend Force/Massacre è il nuovo album dei californiani Dark Ride, uno dei migliori gruppi al mondo di horror punk, e lo dimostrano proprio con questo lavoro. I Dark Ride sono la creatura di Emilio Menze, musicista poliedrico e figura molto rispettata della scena horropunk, grazie al suo instancabile lavoro per la scena.

La scena horror punk, ovviamente figlia di Misfits e di gruppi affini, è un sottogenere molto di nicchia, ma con una passione ed un coinvolgimento molto alti ed Emilio e i Dark Ride sono la dimostrazione di tutto ciò. “Blade manor” è un disco horror punk pressoché perfetto che unisce punk rock della costa ovest, horror, cori bellissimi, un immaginario che rimanda alle storie creepy come anche ad un rockabilly altro, e poi tanto immaginario anni sessanta e sopratuttto anni ottanta, con il cinema horror e di paura a farla da padroni.

Per chi non conoscesse le bellezze proibite dell’horror punk questo disco è perfetto, qui dentro c’è tutto ciò che amano chi impazzisce per Misfits, Crimson Ghost, Afi o i Tiger Army. Pezzi come “Life at the end of october” sono autentici capolavori del genere, e i Dark Ride sono uno dei migliori gruppi di questo genere, essendo capaci di andare oltre gli steccati del genere, e soprattutto fanno incontrare sempre in maniera sempre perfetta la bellissima voce di Emile con un horror punk di altissima qualità.

Ogni pezzo è coinvolgente, le tracce sono vortici di nera energia, gli intrecci melodici sono pazzeschi, la produzione di Randy Moore e di Olav Tabatabai, con il mixaggio di Olav Tabatabai e la masterizzazione di Zack Ohren sono di alto livelo e contribuiscono molto bene al grande risultato finale. Un bellissimo disco di horror punk come da tempo non se ne sentivano, opera di un gruppo che è davvero un piacere ascoltare per far galoppare le nostre fantasie insieme alle loro melodie.

JAH WOBBLE & JON KLEIN

L’ottima coppia Jah Wobble & Jon Klein produce un gran bel disco, “Automated paradise” su Dimple Discs. Jah Wobble è lo storico bassista dei Public Image Ltd, e uno dei migliori musicisti britannici usciti dal periodo della new wave e post  punk, mentre Jon Klein ha militato per sette anni come chitarrista nei Siouxsie and The Banshees, per poi collaborare con tantissimi musicisti come Sinéad O’Connor e Talvin Singh. Questi due maestri del rumore hanno prodotto un disco davvero potente e visionario, spaziando fra mille generi differenti, fluttuando oltre le catalogazioni, analizzando a fondo la connessione fra uomo, macchina e l’ambiente circostante.

In questo album prende vita in maniera prepotente l’interstizione fra new wave, post punk e il futuro, ovvero ora si stanno avverando molte cose che il futuro del punk aveva narrato molti anni fa, e musicisti come Jah e Jon sono molto indicati nel raccontare cosa stiamo vivendo, in questo paradiso automatizzato come da titolo del disco.

Rumore e melodia si fondano assieme per arrivare a qualcosa di nuovo, un ritmo che scorre da lontano, e porta con sé molte cose. Innanzitutto non vi sono generi precostituiti, ci sono ritmi, momenti e flussi, e soprattutto c’è la consapevolezza e il peso di dover narrare un passaggio non semplice della nostra storia. Le linee di basso senza tregua di Wobble che guidano l’intero disco si fondono molto bene con le chitarre atmosferiche e ornamentali di Klein, e il tutto arriva ad un livello ancora più alto grazie all’ottima produzione.

Un disco totale che suona benissimo, un insieme di suoni e di immagini del nostro presente e del nostro futuro che ci conducono ad una visione musicale mai scontata. Jah Wobble e Jon Klein dimostrano ancora una volta che chi ha la mente aperta a suoni e situazioni differenti riesce a proporre cose nuove da più di quarant’anni a questa parte, e questo disco è avanti di anni luce rispetto a tante produzioni contemporanee.

“Automated paradise” è un disco che riserva molti ascolti, uno scrigno nel quale ci sono moltissime cose, con un groove tremendo e con uno svolgimento che sembra quello di un film o di un libro.

Recensione Jah Wobble

 

 

 

 

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