Nuovo disco del progetto Bantoriak con ottima psichedelia pesante, poi stoner e desert rock con i Red Sun e per finire i Diminishing che stravolgono tutto e ci portano nell’abisso.
BANTORIAK
A undici anni dal debutto sempre su Argonauta Records con “Weedonism”, torna Bantoriak con “Vol.II“, secondo episodio di un viaggio psych fra stoner, psichedelia e stoner. Il progetto è partito dalla visione solista di Izio Orsini da Livorno, per poi tramutarsi in una visione collettiva e spirituale notevole e mai scontata. Questo nuovo lavoro si immerge ancora più in profondità rispetto al disco precedente, sviluppando maggiormente le tematiche introdotte dal primo lavoro. “Vol.II” è un bellissimo viaggio psichico che parte dall’Italia, passa per il deserto del Nordamerica per arrivare all’India più profonda, ma il vero territorio dove agisce è quello pschico e spirituale, il piano sottile.
I pezzi sono concepiti ed eseguiti come lunghe jams, improvvisazioni dove si sa dove e quando si parte, ma non si conosce il punto di arrivo. Izio ha molto ben presente la sua visione sonora e ce la offre in maniera molto vivida e partecipata, anche da altri musicisti come nel primo singolo “Blu Bus”, che vede la partecipazione del di Sergio Ch. (Los Natas, Soldati) alla chitarra solista un altro notevolissimo esploratore sonoro, offrendo una performance ipnotica che cattura perfettamente lo spirito del disco ,altri momenti salienti includono “La Muerte” e “Ritualism”, entrambi con l’inconfondibile presenza di Dome La Muerte, che aggiunge il suo tocco psichedelico e dark rock signature al paesaggio sonoro dell’album.
Questo disco ha tante facce, tantissime sfumature di un suono psych profondo, rituale e che crea una realtà parallela che è molto meglio rispetto a quella dove viviamo. Immergersi in “Vol.II” significa dare spazio a forze sconosciute che sono dentro ed intorno a noi, in parte primordiali e in parte solo nostre, un viaggio nella psiche dell’universo compiuto attraverso suoni bellissimi, molto curati e davvero coinvolgenti. Un notevolissimo disco di psych hard rock contemporaneo, con solide radici e proiettato verso il futuro psichico e non solo, un grande disco per uno fra gli artisti psych più particolari che abbiamo in Italia.
RED SUN
Nel caso dei Red Sun da Albone in provincia di Piacenza, quella di “Songs From Hidden Places” su Subsound Records è l’ennesima conferma di come la musica underground italiana sappia costruire identità solide senza mai temere il rischio della trasformazione. Dopo tre album interamente strumentali, Stefano “Eno” Dusi (chitarra), Mirco Dugaria (basso) e Federico Rivoli (batteria, synth) decidono finalmente di lasciar parlare anche una voce: quella di Elisa Brusati, entrata in formazione nel 2025 dopo aver calcato i palchi con i Noema. Il gruppo fin dai suoi inizi è in continua evoluzione , ogni disco ha segnato una tappa verso orizzonti sempre più ampli, fino ad arrivare a queste sette tracce che attraversano la forma canzone senza tradire quell’anima stoner-desertica che ha accompagnato il trio sin dall’inizio.
Dentro il suono dei Red Sun, oltre lo stoner desert hard rock, c’è anche tanta psych e qualcosa del post-rock, il tutto fatto in maniera molto originale e con grande gusto. Le chitarre e il basso si fanno più centrali rispetto al precedente lavoro, ma non rinunciano alle lunghe digressioni psichedeliche che hanno sempre caratterizzato l’immaginario della band. “Hidden Places” e “Sleeping Brain” ne sono la prova vivente: due brani che aprono e chiudono idealmente il cerchio narrativo mantenendo intatto quello spirito onirico ed epico che i Red Sun coltivano da anni. L’uso crescente di sintetizzatori e theremin arricchisce ulteriormente uno s pettro sonoro che già parlava di spazi vasti e atmosfere sospese.
Ciò che davvero colpisce di quest’opera è la coerenza concettuale. Il tema dei “luoghi nascosti”, sia fisici e interiori, rovinati dal tempo ma pregni di ricordi, non è solo testuale o musicale ma visivo. La grafica dell’album nasce dal concept del batterista Federico Rivoli, che ha personalmente inciso il font dei titoli e il logo della band nel muro del vecchio mulino di Albone, sala prove storica del gruppo. Un gesto quasi rituale, che lega la musica al territorio, all’intimità di uno spazio fisico dove tutto ha preso forma. La voce di Elisa non irrompe, ma fluisce con la musica del gruppo, innestandosi su un sound già maturo, completandolo e migliorandolo. La collaborazione fra i Red Sun ed Elisa funziona molto bene perché nasce da un ascolto reciproco profondo.
Con “Songs From Hidden Places” i Red Sun confermano di saper evolvere senza perdere radici, portando sempre avanti il loro suono, portando nel loro vortice sonoro la voce di Elisa che è un notevole arricchimento. I Red Sun sono un canale che vi prenderà e vi porterà lontano, nel luoghi nascosti e non solo.
DIMINISHING
“The outcome” su Anti-Corp Music è il nuovo disco dei Diminishing, duo di stanza a New York e in Texas. In ventiquattro minuti, un unico movimento ininterrotto che trascina l’ascoltatore verso il basso, i Diminishing consegnano al pubblico un viaggio nel “abisso personale”.
Non siamo più davanti a una semplice sequenza di brani, ma a una costruzione concettuale che esplora gli angoli più oscuri della psiche umana all’interno della struttura familiare. È una tematica rara nel doom/drone moderno, spesso dedito a visioni cosmiche o distopiche generiche; qui il mostro abita in casa, dietro ogni porta chiusa a chiave, il mostro siamo noi stessi. La genesi del disco è tanto affascinante quanto inquietante: il tessuto sonoro ruota attorno a un “improv dual-guitar drone” grato e desolante, registrato mentre Oliver e Brenner stavano ancora lavorando al materiale per “The Unnamable”. Da quel nucleo grezzo è nata un’evoluzione che spinge il sound oltre i confini della decadenza verso una purificazione negativa, le chitarre non suonano più riff nel senso classico del termine, ma erodono lo spazio circostante; i drone sono ovunque, meccanici, privi di consolazione. Ogni nota sembra portare il peso di un ricordo rimosso, ogni suono metallico evoca la fredda architettura di un sistema familiare in collasso.
Non c’è spazio per la catharsis in senso tradizionale, quella liberatoria tipica di alcuni sottogeneri stoner o blackened; qui la catarsi è nel riconoscere la profondità dell’abisso senza tentare di riempirlo.
La voce è eterea e occupa una dimensione a sé stante, il dolore è ovunque, tangibile come polvere di cemento. Incubo e sogno viaggiano assieme, abbiamo sollevato il sepolcro e siamo in un sotterraneo che sta dentro di noi, un qualcosa che parte da noi e si collega direttamente all’universo. Drone con atmosfere industrial, ma giusto per dare delle coordinate sonore perché qui più che musica ci troviamo davanti ad un fluido, un liquido che sgorga dal nostro cervello e corrode la realtà dannandoci. Ascoltare “The outcome” è come camminare con i dannati all’inferno, oppure guardare fuori dal finestrino mentre siamo in macchina in movimento, il dolore è lo stesso, solo che nella nostra realtà è tutto più nascosto e finto. Un disco che va oltre la musica, si insinua nel nostro spirito cambiandolo, dandogli maggiore consapevolezza, un lavoro davvero senza paragoni.










