Rock e metal con molto occulto dalla Germania, un disco di sludge drone che pesta duro e il nuovo degli Autumnblaze, che basta il nome.
MELANCHOLOST
“Tales from the poisoned apple” è il disco di debutto del progetto tedesco Melancholost. Melancholost è un progetto tedesco di rock e metal occulto fondato dal musicista e produttore Sven The Axe, noto per il suo lungo lavoro come frontman della band heavy metal Solemnity. Questo nuovo progetto di Sven nasce dalla sua volontà di fare qualcosa di più esoterico, gotico e melodico. Il risultato è pienamente raggiunto con un disco molto gotico, melodico e profondo, che scandaglia a fondo molte importanti tematiche esoteriche e riesce a dare una decisa impronta rock al suono. Proprio il suono del disco è qualcosa di molto particolare, un misto fra rock, metal, sentimento gotico e introspezione.
Ricercando fra segreti e riti ancestrali, alla fine Sven trova sé stesso e le domanda su cosa siamo, e risponde con altra ricerca. In questo lavoro ci sono ottime melodie, costruzioni sonore elaborate ed efficaci, con la voce di Sven che domina tutto, ed è davvero una gran voce, calda, potente e sempre mirata a far risaltare la melodia. L’album è stato registrato in trio, con due amici intimi alla batteria e alle tastiere aggiuntive, che preferiscono restare anonimi, mentre Sven ha eseguito tutto il resto. Melancholost permette a Sven di assumere un ruolo più ampio che va al di là della semplice performance, occupandosi della scrittura dei testi, dei temi concettuali e della direzione artistica.
Il progetto riflette la sua lunga esperienza all’interno della scena metal underground tedesca, aprendo al contempo un nuovo capitolo incentrato sull’atmosfera, il simbolismo e la profondità emotiva. “Tales from the poisoned apple” è un nuovo tassello del percorso artistico di Sven, e rappresenta una intersezione musicale fra luce, tenebra, l’esoterismo e noi stessi. Un lavoro fatto e prodotto molto bene, un suono fra rock e metal con tantissima melodia e molta cura e passione, un altro del lavoro e della musica di Sven The Axe, che va molto oltre i Solemnity e qui trova un suo nuovo sfogo. Disco che parla al alto antico e cosmico dell’uomo, rivolgendosi verso l’altro, verso le stelle, tenendo ben fermi i piedi sulla terra.
MAKE
Dopo dieci anni di pausa tornano i MAKE con “Exegesis at the End of Time” su Accident Prone Records. Un decennio intero in cui i MAKE, quartetto di Durham, North Carolina, hanno lasciato un vuoto che pochissimi nel panorama dello sludge, del drone e del post-metal statunitense sono stati capaci di colmare. Dal 2016, da “Pilgrimage of Loathing” disco che picchia duro e che si sfregola nella malma ì, Scott Endres e Spencer Lee hanno vissuto di tutto: problemi di line-up, il COVID, licenziamenti, nuovi progetti paralleli, la vita, insomma.
Ma i MAKE sono tornati, e sono tornati con un disco che riprende molto bene da dove avevano interrotto. “Exegesis at the End of Time” è il loro quarto album in studio; “esegesi” come lettura critica del mondo, come tentativo disperato e lucido di trovare un senso nel caos, Scott Endres lo dice chiaramente nelle note interne: tutta la conoscenza accumulata in una vita, o in molte vite, che si scontra con una specie troppo ottusa per salvarsi da sola. Non è un concept album nel senso tradizionale del termine, ma è un disco che ha un’anima, e quell’anima è oscura, pesante, bellissima. Circoli di note, rimandi e riverberi, scale che si srotolano e tornano a chiudersi lasciandoci fra piani differenti dell’estetica musicale, scoppi improvvisi, rimandi e dolcezza morente.
La novità strutturale è l’allargamento a quattro elementi: al nucleo storico Endres/Lee si aggiungono John Crouch alla batteria e Aaron Smithers al basso e alle tastiere. Il risultato si sente fin dalle prime note: i MAKE suonano più grandi, più stratificati, capaci di riempire lo spazio in modi che prima non potevano permettersi. Kris Hilbert alla produzione e Brad Boatright al mastering fanno il loro lavoro senza invadere, lasciando al suono la giusta ruvidezza e dando grande potenza. I MAKE sono i MAKE, la loro miscela musicale è davvero unica e particolare, ma se si dovessero dare delle coordinate sonore si potrebbero citare Old Man Gloom, Mouth of the Architect, Rosetta, e Amenra.
In questo lavoro ci sono momenti che ci riportano a quella meraviglia di alcuni dischi post metal NOISE e sludge di fine anni novanta e primi duemila, con colate laviche che uscivano da note infuocate. Ecco qui è proprio così, ad ogni traccia si rinnova la meraviglia per un lavoro assai notevole che non fa pesare i dieci anni di attesa, perché ci vuole tempo e calma per le cose ben fatte, e questo disco ne è la dimostrazione.
AUTUMNBLAZE
“Glut”, brace in tedesco, su Argonauta Records, è il nuovo disco del duo Autumnblaze, una miscela di rock e metal oscuro e gotico, con una copertina bellissima che dice già tantissimo. Gli Autumnblaze esistono dal 1996, creatura di Markus B. e Arisjel, duotedesco, capace in trent’anni di carriera di trasformarsi con ogni disco senza mai tradire un’estetica fondamentale: la malinconia come bandiera, il buio come casa. Con il nono album in studio, la band conferma la svolta verso la lingua madre — il tedesco — già intrapresa con “Auf Zerfetzten Schwingen”, e lo fa con una coerenza e una radicalità che spiazzano e convincono al tempo stesso.
La scelta dell’uso del tedesco è vincente, la metrica teutonica fa diventare ancora più oscuro il loro suono, un qualcosa di sempre particolare e bilanciato, un suono che non è imitazione di nessuno, anzi. “Glut” è un disco che ha rinunciato alla complessità in favore dell’impatto emotivo, e non è una resa: è una scelta consapevole, quasi filosofica. Le strutture sono più dirette, più nude, esposte come nervi. Il dark rock che ha sempre animato il progetto si fa qui ancora più archetipico, e in certi momenti si ha la sensazione di ascoltare qualcosa che esiste fuori dal tempo, in uno spazio tutto suo. La copertina merita una nota a parte :dipinta a olio da Friederieke Myschik su base fotografica, con elementi quasi archetipici, è un atto di resistenza silenziosa contro il mondo digitale e artificiale.
Nessuna AI, solo pittura e tempo e dolore trasformato in immagine che è come la loro musica. “Glut” parla di memoria, di intensità, di un fuoco interiore quieto, e la sua copertina come il suo suono, lo incarna perfettamente. Gli Autumnblaze compiono un ulteriore passo in avanti nella loro poetica, duo di assoluto valore e musica malinconica e di altissima qualità, un altro tuffo nella memoria e nella brace, ciò che è bruciato di un fuoco molto forte.










