Un altro giorno è andato cantava il compianto Guccini nel lontano ’70. Un altro giorno di fastidiosa routine alienata dalle necessarie divagazioni sonore. Un altro giorno in cui nulla è andato per il verso giusto, tranne la scelta di questi cinque album che vi consigliamo. In ordine – come sempre – rigorosamente alfabetico, Ealdor Bealu, Kathryn Mohr, Neptune, The Ruins Of Beverast, e Thrownness. Quattro di questi cinque dischi sono (al momento) nella nostra lista di fine anno.
Ealdor Bealu :: Graves of the Silent Plain
Gli Ealdor Bealu arrivano dall’Idaho, nell’estremo nord ovest degli USA, al confine con il Canada, e sono in attività da poco più di un decennio. Graves of the Silent Plain è il loro quarto album, dopo Dark Water at the foot of the Mountain del 2017, Spirit of the Lonely Places del 2019, e Psychic Forms del 2022. Sin dagli esordi hanno cercato di caratterizzare i loro album in modo da eludere tutti i cliché di una critica che li voleva insistentemente collocare in un contesto heavy psych, in cui non si sono mai trovati a loro agio. Lo dimostra anche questo loro recente album, ricchissimo di sfumature che mostrano una band in grado di sapersi districare in ogni frangente, capace di soluzioni mutevoli anche all’interno dello stesso brano.
Il che ci porta a pensare, ancora una volta, all’inutilità delle etichette. In un disco come Graves of the Silent Plain troviamo infatti una molteplicità di dinamiche impossibili da racchiudere in una ristrettezza di termini (abusati). Il disco suona in modo armonico proprio grazie all’impossibilità di andare a rinchiuderne l’espressività.
È stato concepito per essere libero, e libero deve essere lasciato. Da un punto di vista estetico risulta vincente l’immaginario western contemporaneo del quartetto, che esalta gli aspetti rurali di un territorio desolato. Nel momento in cui ripescano nel passato gli elementi per guardare al futuro, gli Ealdor Bealu mostrano consapevolezza ma anche grande intelligenza. Le soluzioni (sonore ed estetiche) che guardano ad anni neanche poi troppo lontani, vengono quindi ricontestualizzate con sapiente maturità, in modo da mantenere quel senso di libertà che si respira durante l’ascolto come il fulcro di tutte le loro composizioni. L’album, al netto di una varietà espressiva che si sposta costantemente tra un brano e l’altro, mostra però una solidità piuttosto evidente, in grado di ricondurre il discorso complessivo ad un’idea di base chiarissima e immediatamente riconoscibile. Un album quindi di grande respiro, di quelli da rimettere immediatamente da capo non appena sono finiti, ad oltranza.
Kathryn Mohr :: Carve
Carve è il secondo album della statunitense Kathryn Mohr. Pensato e costruito nel corso degli ultimi cinque anni, il disco è stato poi registrato nell’ecoregione californiana del Deserto del Mojave, a nord est di Los Angeles, a ridosso della Sierra Nevada. Qui, in una casa mobile attrezzata a dovere la Mohr ha trovato l’ambientazione ideale per poter rendere al meglio tutto il dolore che ha cercato di raccontare nelle sue composizioni, volte a raccontare il nesso più intimo tra amore e dolore, viste come condizioni stesse dell’intimità degli esseri umani. Un album dalla forte connotazione isolazionistica, spoglio nella sua struttura, ma densissimo di significati. Un album – come detto – intimista, che permette a Kathryn Mohr di aprirsi, senza alcun pudore.
Un album carico di tensione, da ascoltare con il dovuto rispetto, senza distrazioni, in modo da poter essere realmente catturati dalle melodie dissonanti di un disco che disturba pur senza alzare la voce, che sceglie di non gridare, ma invita alla connessione più intima con noi stessi. Potremmo pensarlo, strutturalmente, e concettualmente, vicino a quel southern gothic statunitense che non ci stancheremo mai di ascoltare, ma dato che non ci piace etichettare tutto, sempre e comunque, lasciamo che ognuno interpreti a proprio piacere il sound funereo della Mohr. La forza dell’album, al netto del candore con cui tocca il profondo dell’autrice, trova la sua massima espressione nella scelta di realizzarlo in modo quanto più crudo e diretto possibile.
Ne è uscito un album sporchissimo che non ammette l’indifferenza. O lo si trova fastidioso oppure se ne resta conquistati. Noi, stiamo da quest’ultima parte della barricata, senza se e senza ma.
Un disco tenebroso, per anime desolate, giustamente minimalista, ma di grande effetto. Lo avremmo preferito, se possibile, ancor più crudo, ancor più contestualizzato nell’ambiente in cui è stato realizzato, con una maggiore cura per i silenzi, per i rumori di uno scenario perfetto per sublimare il dolore dell’anima. Ma, queste sono nostre masturbazioni del tutto prive di logica, per cui, prendetele per quello che sono, cioè nulla, e lasciate che sia Carve a parlare al posto nostro.
Neptune :: Play Some Music
Play Some Music segna il ritorno dei Neptune a distanza di quattro anni da Mother of Millions. Con questo loro nono album la band sperimentale del Massachusetts, conosciuta per il sound derivante da strumenti costruiti da loro stessi con materiali di scarto, recuperati soprattutto nelle acciaierie, continua a sorprendere. Il loro è un percorso caratterizzato da un approccio che guarda soprattutto all’improvvisazione, in prima istanza, ma che non disdegna l’idea della forma canzone, pur se rivisitata. Una band che punta all’avanguardia, e lo fa come detto con una strumentazione industriale a tutti gli effetti.
Play Some Music è l’ennesimo esempio di grande creatività per una realtà decisamente inusuale, che ha scelto di andare controcorrente sotto tutti i punti di vista, ma, soprattutto, di farlo con qualità, e intelligenza. Nove brani che martellano come da tradizione, e che riscrivono le regole del caos attraverso atmosfere decadenti, in cui la costante è rappresentata dall’imprevedibilità, e dal rumore rimodulato e trasformato in suono a tutti gli effetti.
C’è molta più melodia in un disco come Play Some Music che in molte delle uscite (recenti e meno) che promettono pathos, emozione e trasporto. Basta solo liberare la mente, eliminando ogni tipo di pregiudizio. Sia chiaro, non inventano nulla, da un punto di vista compositivo, il passato ci insegna che già altri si sono cimentati in dinamiche sovrapponibili, quello però che ci piace del disco è la sua ricerca sonora, volta ad una delicatezza che non ci si aspetterebbe vista l’ostilità del progetto.
Un disco di grande fascino, che merita attenzione, molto più diretto e molto meno ostico di quello che si potrebbe essere portati a pensare, nel momento in cui lo si approccia. I Neptune cambiano il linguaggio, allontanandoci da quello che usiamo solitamente, ma non cambiano il fine ultimo, anzi, proprio perché ci conducono a destinazione attraverso una strada dissestata, siamo portati ad apprezzarli ancor di più. Si parla spesso di sonorizzare il declino della civiltà contemporanea post industriale. Chi dunque meglio dei Neptune, che scelgono di suonare (e far risuonare) gli scarti dell’industrializzazione, può andare a prendersi carico di tutto questo?
Recensione: Neptune prelude to nothing
The Ruins Of Beverast :: Tempelschlaf
Settimo album per una realtà ormai consolidata ma che continua a crescere, e a raccontare la degradante umanità al collasso. In questo recente Tempelschlaf l’ex Nagelfar Alexander von Meilenwald (mastermind di The Ruins Of Beverast, che si avvale di collaboratori solo per le date dal vivo) sorprende ancora una volta, andando a modellare ulteriormente la componente stilistica del suo progetto solista. I brani sono stati infatti spogliati di tutti quegli inutili orpelli che potevano rallentarne l’assimilazione, in favore di un approccio quanto più diretto possibile.
Nel corso degli anni The Ruins of Beverast ha caratterizzato il proprio percorso con tutta una serie di tappe intermedie, utili alla band per mostrare tutto il proprio talento, sposando di volta in volta, un approccio sempre differente, ma comunque costantemente orientato all’estremismo sonoro, passando attraverso richiami a stili tutt’altro che sovrapponibili. Quello che non è mai mancato, e che anche oggi troviamo alla base del discorso generale è la voglia di andare a colpire duramente, ma in modo tutt’altro che disorganizzato, cercando di mantenere sempre alto il livello qualitativo delle composizioni. Se fossimo nel turbine creativo e per certi versi folle degli anni settanta, potremmo quasi essere spinti a celebrare il tutto con un “eleganza e creatività al potere”, purtroppo però, quel decennio è solo un lontano ricordo.
Tempelschlaf è un album quasi ritualistico, che, al netto di un cambio di paradigma, riesce ad essere assolutamente convincente, anche per la sua voglia di andare ad assottigliare i confini tra i generi, scegliendo quelli che possano risultare maggiormente affascinanti, pur senza dover per questo sacrificare la potenza del proprio sound. Se The Ruins of Beverast continuerà a correggere quei microscopici dettagli che ancora troviamo seminascosti tra le pieghe dei brani, possiamo guardare al futuro con grande speranza, in attesa di album ancor più eleganti, sempre più proiettati verso l’eccellenza.
Secondo alcuni il loro è un approccio black su base doom, e secondo altri l’esatto contrario, a noi, di queste dispute masturbatorie non interessa niente, l’unica cosa che ci preme è che la vena creativa di Alexander von Meilenwald rimanga inalterata ancora a lungo.
The Recensione: The ruins of beverast
Recensione : The Ruins Of Beverast – Takitum Tootem!
Thrownness :: Marrow Part II A Fire Through The Ether
Tre brani soltanto, per trentacinque minuti complessivi. Queste le specifiche del nuovo EP dei portoghesi Thrownness. Marrow Part II: A Fire Through The Ether va idealmente a seguire l’altro EP del duemilaventiquattro, quel Marrow che ne aveva anche segnato il debutto. Trentacinque minuti di disperazione in cui il carattere depressive delle composizioni prende il sopravvento rispetto alla componente ambientale / atmosferica. Il che, dal nostro punto di vista, è da vedere esclusivamente come un punto a favore. È grazie alla cupa e martellante ossessività dell’incedere dei brani che la proposta dei lusitani riesce a rientrare nelle nostre grazie. Se cercate un album in grado di sprigionare nichilismo da ogni traccia, non potete non tenere conto di Marrow Part II: A Fire Through The Ether nel momento in cui fate le vostre valutazioni. Un disco che trasuda oscurità e dolore, e che trasmette un malessere a cui non si riesce a dare forma, ma che si percepisce come ingravescente e assillante.
Caos interiore che non trova pace sotto forma sonora, ma senza eccessi, senza cacofonie, senza isterismi. Un disco monolitico, che riesce anche ad essere graffiante, nel suo tentativo di comunicare tutta la sua necessità introspettiva.
Volendo azzardare un paragone con quello che – concettualmente – dovrebbe essere il primo capitolo della loro opera, l’EP di debutto (non fosse altro che per il fatto di avere quasi il medesimo titolo), possiamo senza dubbio affermare che con questo secondo episodio la band ha scelto di alzare il livello, sotto tutti i punti di vista, sia qualitativo, che espressivo, ma anche e soprattutto a livello di produzione, in modo da permettere alle composizioni di avere il giusto risalto in ogni frangente, andando a suonare in modo praticamente impeccabile.
Un disco che rappresenta al meglio le intenzioni di una band che sembra perfettamente consapevole di quelle che sono le proprie potenzialità, ma ha soprattutto chiaro come impostare il discorso in modo da esprimerle al meglio. Se davvero i dischi riflettono il sentire di chi li compone, i Thrownness sono tra i pochi a guardare l’abisso da vicino come siamo soliti fare noi.
Recensione : Thrownness – The Passage And The Presence










