A volte ascoltiamo rumori indistinti scambiandoli per musica, ma quasi mai il contrario. Forse in questi cinque suggerimenti, possiamo trovare quello che fa al caso nostro, e che può farci vedere le cose da un diverso punto di vista. Abbiamo scelto, per darvi fastidio, Cinder Well, Gudewife, Iskandr, Non Serviam, e Onségen Ensemble.
Cinder Well :: A Blooming Body
Cinder Well è il progetto messo in piedi una decina di anni fa da Amelia Baker, polistrumentista di Los Angeles. La sua cifra stilistica è da ricercare nella trascinante emotività vocale, che sposa alla perfezione arrangiamenti cinematografici in grado di trovare il punto di incontro tra sperimentazione e tradizione. Era all’incirca il 2015 quando la Baker ha sentito la necessità di dare vita (attraverso l’omonimo EP, uscito al tempo con la Black Mold Tapes in cassetta, e poi ristampato lo scorso anno dalla Contraszt! Records in vinile) ad un suo alter ego in grado di permetterle di esprimere tutto quello che al momento ancora teneva dentro.
Quello di Cinder Well è un mondo ricchissimo di sfumature, decisamente anticonvenzionale, cantato grazie, e attraverso un sound sostanzialmente acustico, e quindi caldissimo, che prova a raccontare l’intimo che si nasconde in noi, e che, prima o poi, dovrà per forza di cose uscir fuori. In A Blooming Body, suo quinto album, la Baker, non ci offre alcuna soluzione, ma si limita a descrivere ciò che ci circonda, invitandoci ad accettare il mondo per quello che è (adesso), come primo passo per una nuova consapevolezza di noi stessi.
Si tratta di un album delicato, e avvolgente, che, con voce sommessa, ma graffiante, affascina e conquista, portandoci ad un livello di immedesimazione pressoché totale con un senso di bellezza immanente che supera il dolore portandoci al confine con l’estasi dei sensi. Il talento della Baker – vista, in questo caso come Cinder Well – è un qualcosa che non può essere assolutamente messo in discussione, e un album intensamente emotivo come questo sta proprio a significarlo. Un album armonicamente sublime, che lei stessa ha descritto come un qualcosa “come la nostalgia, ovvero un ricordo felice che ti fa piangere”.
Gudewife :: Atoms, Don’t Die
Dopo In Liminal Space del 2020, ecco arrivare il secondo album, in sei anni di attività, per il duo britannico dei Gudewife, composto da Luke Burrows (chitarra) e Tom Holmes (basso, batteria). Atoms, Don’t Die, uscito in collaborazione con la scozzese Ripcord Records, nel pieno di questa torrida estate che continua a prolungare il proprio dominio anche in autunno inoltrato, è riuscito a conquistare anche noi romantici, e quindi tendenzialmente freddi verso tutte quelle sonorità ostiche improntate ad un math schizofrenico che non disdegna di dilatarsi verso il post rock. Al netto delle classificazioni, che nulla dicono alla resa dei conti, si tratta di un album fatto veramente bene, motivo per cui abbiamo deciso di farlo transitare nella nostra rubrica, anche se non è in linea con quelle che sono le nostre coordinate emotive abituali.
I Gudewife sono stati in grado di realizzare un disco fortemente energico, che sa essere diretto, e che, anche se sacrifica il calore dell’emotività che noi amiamo, sull’altare di un approccio cervelloticamente organizzato in tempi dispari, suona gradevolmente. Siamo alle prese con una realtà che ama sperimentare, provando ad andare oltre i confini e i cliché, in favore di strutture ritmiche, e armoniche, complesse e pluristratificate.
Not my cup of tea direbbe qualcuno, trovandoci sostanzialmente in linea. Va però detto che il disco va visto come un qualcosa di stimolante, che ci invita ad uscire dalla nostra comfort zone, e che, grazie alla sua non eccessiva lunghezza, è in grado di risultare approcciabile anche da chi non è abituato a flirtare con ritmi sincopati e tempi dispari.
Un disco che, a nostro avviso, guarda all’idea di andare a fondo, all’interno di universi ostici, dimostrando che non tutto è ancora stato detto, scritto, e pensato, il che, concettualmente ci sta, a patto però, che non ci si perda in autoerotismi, ed esercizi di stile, perché in quel caso anche il più paziente, e fedele ascoltatore finirà per annoiarsi, e spazientirsi. Come spesso ci piace ricordare, occorre porsi “alla giusta distanza”.
Iskandr :: Sacraal
Iskandr è un progetto partito come black metal, ma che, negli anni, disco dopo disco, ha saputo correggere il proprio tiro, fino ad allontanarsi del tutto dalla cacofonia degli esordi, andando a ritagliarsi uno spazio all’interno di quel mondo neofolk nordico che caratterizza il vecchio continente in questi anni più recenti. Sacraal, episodio più recente della saga, rappresenta l’ennesimo passo avanti della band olandese, da vedere come una sorta di calma dopo la tempesta, e non solo perché ci racconta un mondo introspettivo, ma perché, anche da un punto di vista più strettamente sonoro, aumenta la gamma delle scelte a propria disposizione.
L’album si caratterizza per una ricerca sonora (e personale)) che si slega dai dogmatismi, e che per questo si lascia maggiormente apprezzare, anche, e nonostante, le deviazioni verso lidi post industriali che possono risultare, per taluni (ma non per noi) ostiche. Quello di Sacraal, partendo da titolo e artwork, ci piace pensarlo come a un mondo di stampo liturgico, monocromatico, in grado di rappresentare degnamente una pluralità di emozioni, tra loro contrastanti. Un disco atmosferico, di grande intensità, e di forte pathos, ma costruito sulla freddezza di un suono glaciale, che affascina proprio per questo contrasto emotivo, e che ci aiuta a scendere ulteriormente a fondo, in un percorso di sola andata verso la parte più oscura che si cela dentro ognuno di noi, che possiamo immaginare come un salto nel buio dentro ad un pozzo di cui non vediamo la fine.
In estrema sintesi possiamo spingerci ad affermare che è come se con ogni album si fosse andati a guardare da una diversa angolazione il mondo che Iskandr ci descrive nei suoi dischi, fino a raggiungere quella odierna, liberata da tutto ciò che in passato caratterizzava il suo sound, legato ad una visione, appunto, troppo facile, proprio perché tanto immediata, quanto immediatamente riconoscibile, che invece, era solo la più scontata delle facciate.
Non Serviam :: La Lune Dont Mon Âme Est Pleine
I Non Serviam sono una realtà radicale. Questo deve essere il punto di partenza per qualunque tipo di analisi. Cinque anni dopo Le Cœur Bat (2021), e più di un decennio dopo Un petit peu d’amour pour la haine, abbiamo finalmente tra le mani il loro terzo album La Lune Dont Mon Âme Est Pleine. Consapevoli di rappresentare uno di quegli unicum in ambito estremo, i Non Serviam proseguono nel loro percorso avanguardista di ricerca, e sperimentazione post industriale, volto all’abbattimento delle distanze tra i generi.
La Lune Dont Mon Âme Est Pleine è un concept album che guarda all’assoluto della violenza, e che si rifà alle figure, e all’interazione tra Diana e Atteone, famoso mito classico in cui il cacciatore Atteone viene trasformato in cervo, e sbranato dai suoi cani, dopo aver visto per errore la dea Diana nuda mentre faceva il bagno. Da un punto di vista sonoro invece, occorre guardare al passato per poter, poi, contestualizzare il presente.
Quello che rimane dei primi due dischi è quel costante senso di opprimenti atmosfere che malinconicamente racchiudono i brani, soffocando ogni nostra emozione, in un assalto isterico, dove la dissonanza va vista come l’architettura portante del disco. Si tratta di un album tutt’altro che facile, molto poco accessibile, ma estremamente stimolante, soprattutto per chi guarda alla ricerca sonora, e non si accontenta delle soluzioni facili, e dirette. Un disco che annichilisce, svuota e annienta, ma che sentiamo necessario, anche se – come detto – si tratta di un album impossibile da ascoltare tutti i giorni, a meno che non ci si faccia aiutare da sostanze (purtroppo) considerate come illegali.
Un disco decisamente più a fuoco dei precedenti, anche se forse ancora troppo caotico per la maggior parte dei potenziali fruitori. Quasi barocco in alcuni frangenti, anarchico come struttura, La Lune Dont Mon Âme Est Pleine mescola follia e demenza per un ibrido schizofrenico, ma seducente.
Onségen Ensemble :: A Tale
A Tale è il quinto album del collettivo finlandese Onségen Ensemble, nato originariamente come trio, che negli anni ha saputo costruire una propria identità chiara, e riconoscibile, attraverso la costante riformulazione del proprio pensiero artistico, resa possibile dall’idea che non si possa, e non si debba pensare al progetto come ad un qualcosa di fisso, a livello di formazione, ma come ad un ensemble a tutti gli effetti, in cui il nucleo stabile resta, ma variano i collaboratori esterni, per un’evoluzione continua, che introduce ad ogni disco nuove testimonianze, nuovi suoni, nuove idee. In questo loro ultimo album i finlandesi guardano ulteriormente, e ancora con maggior forza, in direzione dell’abbattimento dei cliché che separano i generi, mostrando quindi una grande apertura mentale, che permette loro di rifiutare in maniera sostanziale il dogmatismo acustico di chi considera la musica come un qualcosa di non universale, ma di settario.
Costruito intorno a dinamiche che flirtano con la psichedelia e il prog, A Tale va visto come la personalissima reinterpretazione della colonna sonora del videogame Cronos: The New Dawn del 2025, con cui condivide l’immaginario post apocalittico. Un disco che narra mondi perduti, inquietudine in un contesto che sta a metà tra il vero e la narrazione mitologica.
Stimolante nel suo non lasciarci punti di riferimento, A Tale è un ascolto gradevolissimo per chi viaggia liberamente a livello mentale. Per nostra fortuna però c’è molto di più nel disco, che emerge strada facendo, laddove l’album rivela tutto il suo potenziale espressivo, grazie all’inserimento (e alla contestualizzazione) di elementi che, ad una prima lettura, non emergono in modo netto, ma che trovano spazio col tempo, con gli ascolti. Si tratta di un disco che mostra come la band finnica sia da considerare come come una delle realtà più interessanti e plurisfaccettate.










