Recensione : :: ACUFENI :: FASTIDI AURICOLARI CONTEMPORANEI #54

Che non è ascoltare la musica, ma pensare al modo migliore per abbandonare la nave mentre sta affondando. Questa volta lo facciamo insieme a Big|Brave, Callous Faulter, Klimt 1918, Maneating Orchid, e Trelldom.

Big|Brave, Callous Faulter, Klimt 1918, Maneating Orchid, e Trelldom.

Il caldo non molla, i carburanti volano, e la noia è l’altra costante delle nostre giornate. Non ci resta che smettere di pensare, e dedicarci alla nostra attività preferita. Che non è ascoltare la musica, ma pensare al modo migliore per abbandonare la nave mentre sta affondando. Questa volta lo facciamo insieme a Big|Brave, Callous Faulter, Klimt 1918, Maneating Orchid, e Trelldom.

BIG|BRAVE :: in grief or in hope

I Big|Brave continuano a sfornare album, che, da un punto di vista qualitativo, non possiamo che inquadrare come di grande spessore. Fin qui non ci sarebbe nulla da eccepire, se non fosse che lo fanno a distanza ravvicinatissima, come fossero in preda ad una trance agonistica, che pare non aver fine. Il trio negli ultimi anni, a partire all’incirca dal 2023 ha deciso di viaggiare alla media di almeno un disco all’anno, costantemente.

E come detto, tutti sempre all’altezza del proprio nome, e del proprio status di cult band. Senza contare che, in ogni disco, la cifra stilistica della band è garantita. Può variare il carico e la portata del disco, possono inserire elementi stranianti, e inusuali, ma possiamo stare tranquilli che ogni album suona Big|Brave al 100%. In a Grief of Hope rappresenta il decimo mattone che mettono sul loro cammino, ma rappresenta soprattutto il tentativo – andato a segno – di guardare alla forma canzone con l’idea di modellarla (a loro modo, con un marchio di fabbrica immediatamente riconoscibile) in modo ipnotico e avvolgente, tramite un approccio ricchissimo di sfumature e di profondità.

I Big|Brave guardano al mondo circostante ma a modo loro, con gli occhi chiusi. Con uno sguardo che si nasconde dietro alle palpebre abbassate, come se avessero paura di toccare quello che sanno essere il male di vivere del quotidiano. E lo fanno con un impeto emozionalmente vivo, che esalta, grida e invoca il trasporto per la trascendenza del dolore più intimo. Il disco racconta infatti l’equilibrio di chi si trova sul baratro della propria esistenza, e ancora non ha deciso se saltare, o restare, in questo inferno chiamato vita. Un album che quindi (ci) lacera (da) dentro, dilaniante, straziante e claustrofobico, che esprime tutta la grande forza di una band che riesce a esplorare il suono, rimodulandolo, stravolgendolo, e plasmandolo a seconda delle necessità.

Callous Faulter :: Callous Faulter

I Callous Faulter sono un duo australiano, che arriva da Melbourne con l’intenzione di dare forma sonora alla solitudine e al materialismo urbano delle città. Il loro è un tentativo (dichiarato) di andare a sonorizzare l’inferno della vita moderna, chiusa nelle giungle di cemento in cui viviamo. L’album (omonimo) per essere un debutto mostra già una buona base di partenza, di grande impatto, su cui lavorare in futuro, per limare quei pochi dettagli ancora fuori posto, e trovare la propria identità definitiva.

Composto di due sole tracce (The Isolationist e Ocean Views) della durata che si assesta mediamente tra i sedici e i diciotto minuti, Callous Faulter si caratterizza per un approccio di grande inquietudine, dissonante, e isolazionista, che non possiamo che considerare estremamente malinconico, ma soprattutto desolatamente oscuro, in cui, l’incedere cupo oltre ad essere il cardine dell’album, è anche l’elemento che più di tutti sublima il rifiuto per tutto ciò che ci circonda. Un album in cui l’energia, messa al servizio della resa complessiva, cerca di mantenersi su soluzioni mai eccessive, ma pur sempre di grande impatto, e disturbanti.

Un disco che non martella incessantemente, ma avvolge e trattiene, provando ad essere mutevole nel suo incedere, perfetto per chi odia la stagione estiva, e il calore dei corpi. Callous Faulter descrive un tumulto interiore, con grande angoscia e sofferenza, in cui è assente ogni forma di ottimismo, attraverso due lati, uno per ogni anima della band, solo in apparente contrapposizione sonora.

Glaciale, e freddissimo, il disco sposa, e sublima il brutalismo della copertina, che si riflette alla perfezione nei due brani di cui si compone, entrambi improntati ad un approccio monolitico, unica strada per andare a sancire l’unità di intenti del manifesto concettuale che la band intende rappresentare.



Klimt 1918 :: Àmor

Quella dei Klimt 1918 è una delle realtà più longeve nel panorama italiano. La loro genesi è infatti datata 1999, anche il debutto vero e proprio avverrà solo nel 2003, con quel Undressed Momento che ha permesso alla band di farsi conoscere a livello nazionale.

Da allora sono passati oltre vent’anni, in cui il quartetto romano composto da Marco e Paolo Soellner, Claudio Spagnuoli, e Davide Pesola, ha abbracciato un percorso di grande qualitativo, che li consacra, oggi, tra i maggiori esponenti di una nicchia espressiva che fonde minimalismo, forza evocativa ed eterea capacità di sognare, a livello europeo. Il loro precedente album era del 2016 (Sentimentale/Jugend), la loro ultima release invece dell’anno dopo (l’EP Comandante del 2017), era insomma quasi un decennio che non ne sentivamo parlare. Pur se fermamente convinti del fatto che, prima o poi, avrebbero trovato il tempo, la forza, e la lucidità per pubblicare qualcosa, stavamo cominciando a dubitare delle nostre certezze, proprio quando è arrivato questo Àmor che ce li consegna in ottimo stato di forma, alle prese con quel personalissimo sound che coniuga un approccio atmosferico e sognante con declinazioni più aggressive, in un mix strutturato ed equilibrato.

Il loro è un album di ritorno delicato, sognante, etereo, e affascinante, che sposa in pieno quelle che erano le nostre più rosee aspettative. Un album che racconta la realtà di una band ancora alle prese con il racconto di un mondo malinconico e toccante in cui continuiamo a restare ancorati. Se in ambito musicale possiamo affermare che la bellezza esiste, lo dobbiamo anche a realtà come i Klimt 1918, che cantano la passione e l’ardore dei sentimenti, elevandoli a strumenti che ci permettono di poterci dire vivi. Àmor è quindi un album carico di emotività che prova anche a sancire (e a ricucire) il nostro legame con la Madre Terra, in un momento in cui il rapporto non è mai stato così problematico come adesso.

Un disco che descrive un mondo interiore che continuiamo a tenere nascosto per proteggerlo da quella decadenza che ci circonda e che ci corrode e corrompe le nostre emozioni, in cui eleganza e sublime intimismo sono messi al servzio del tentativo di provare a nutrirci per immagini.



Maneating Orchid :: Cold Logic

Cold Logic, terzo album dei Maneating Orchid, prosegue nel delirante viaggio di sola andata che esalta l’evoluzione di un sound isterico, frenetico e straniante. Poco più di mezz’ora di delirio soffocante che non lascia quasi respiro, in un assalto sincopato costruito insieme ad un muro di suono schizofrenico, che lascia spazio ad aperture jazz/math spiazzanti, ma perfettamente inserite nel contesto di base, sparateci in faccia in modo inatteso.

Quello degli indiani è un album pensato e suonato in modo impeccabile, che racconta un domani post humano costruito intorno alla decadenza odierna, figlia di una freddezza verso i nostri simili – idea che, guardando alla realtà odierna pare molto più vicina di quanto non pensino i Maneating Orchid. La dissonanza portata agli estremi pare essere l’elemento che unisce tutte le composizioni (a tratti cervellotiche, ma sostanzialmente gradevoli nella maggior parte dei casi) che risultano densissime e pregne di soluzioni caoticamente organizzate, messe in piedi da una band tecnicamente ineccepibile, che riscopre il gusto per un metal estremo, che negli anni novanta ha conosciuto il momento di massima espressione.

Cold Logic è sicuramente aggressivo, ma al tempo stesso, riesce ad essere anche lineare nel suo tentativo di assalto ai nostri danni, quasi limpido, nel suo incedere rigoroso, anche nei repentini e cervellotici cambi di tempo inattesi, ma efficaci, eretti su tempi dispari che alimentano la freddezza alienazione acustica. Un disco di grande energia, caratterizzato da un piglio punk, inserito in un sound metal, ma con una costruzione jazz, che non può che far nascere un sound alieno, inteso come proveniente dallo spazio sconosciuto per un album perfetto per rappresentare l’ineluttabilità di un domani proiettato verso mondi lontanissimi.


Trelldom :: …by the word…

I Trelldom sono uno dei primi progetti messi in piedi da Gaahl, ancor prima dei Gorgoroth, che vede nel trittico di album compreso tra il 1992 e il 2007 il suo punto di maggiore brillantezza.

Quando sembrava che tutto fosse stato messo da parte, nel 2024 i Trelldom sono tornati con un album come …By the Shadows… che li mostra alle prese con un disco decisamente ostico, che lascia un pò interdetti. Passano altri due anni e li ritroviamo oggi con …By the Word… album che ce li consegna più in forma che mai, grazie all’intraprendenza di Kristian Eivind Espedal (noto appunto come Gaahl) che spinge al limite la sua sperimentazione, creando un album intricato, ma stimolante ed eclettico, a tratti quasi orchestrale nel suo incedere, con sax, clarinetto, organo e altri strumenti decisamente inusuali per il genere.

Un album inquietante, dissonante, e opprimente, con un alone di mistero incombente, che non puà lasciare indifferenti. Un disco che attrae e, a suo modo, seduce proprio in virtù di una stranezza alienante, di non facile assimilazione, in conseguenza di un carattere deciso, ricchissimo di momenti di estrema tristezza e oscurità, forte di un approccio ritualistico che conferisce ancora maggiore mistero, che lo pone nel novero di quegli album che nascondono più che mostrare. …By the Word… può quasi risultare fastidioso, in taluni frangenti, ma è proprio qui, nei momenti di nicchia, dove facciamo inizialmente più fatica, che troviamo il fulcro da cui deriva la sua forza dirompente.

Chi ha amato e idolatrato i Gorgoroth salterà oltre, noi andiamo in direzione opposta e (ri)scopriamo con piacere una vena creativa di grande spessore e qualità, ma soprattutto folle al punto giusto, che si spinge, e ci attende, al punto di rottura tra i generi. Un progetto di avanguardia che allontana con decisione Kristian Eivind Espedal da quel black metal in cui ha vissuto a nostro avviso anche troppo a lungo.

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