Burial Clouds, DOPPLeR, Godthrymm, Musth e The Fifth Alliance. Episodio #53 decisamente altalenante, in cui ognuno potrà – forse – trovare quel qualcosa che ad altri sfugge, più o meno volutamente. Cinque dischi molto diversi tra loro, nel pieno spirito :: acufenico ::
Burial Clouds :: Burn Holy
Burn Holy è il secondo album per gli statunitensi Burial Clouds. Una realtà che conoscevamo molto poco, ma che abbiamo piacevolmente scoperto con questo loro ritorno discografico, a distanza di tre anni da quel Last Days Of A Dying World, pubblicato nel 2023 dalla Church Road Records, che era stato accolto con grande interesse ed entusiasmo. L’album, a dire della band, va a descrivere un percorso in cui ogni brano è da vedersi come parte di una meditazione complessiva su che cosa significhi oggi vivere con un cuore gentile (e conseguentemente livido, per tutti i contraccolpi subiti) in un epoca disumana come quella che stiamo attraversando.
Burn Holy è un album molto poco convenzionale, che vuole essere quanto più ambizioso possibile, in modo da presentarci tutto il potenziale di una band che ancora non ha avuto tempo e modo di dimostrare tutto il proprio carattere. Un album in cui tutto è possibile, dove non ci sono cliché a cui guardare, e dove ci si muove in totale libertà artistica, in un contesto in cui la creatività viene prima della resa sonora. Attenzione però, non si tratta di un esercizio di stile, sterilmente indirizzato verso un qualcosa di debole e di innocuo, anzi siamo alle prese con un disco che va nella direzione esattamente contraria, grazie ad un gran lavoro di costruzione e arrangiamento.
Questo dei Burial Clouds è un album dinamico, che non guarda soltanto all’impatto dirompente, ma piuttosto alla costruzione di un pattern sonoro atmosferico, che possa racchiudere tutti i momenti di cui è composto all’interno di un concept riconoscibile e di grande fascino, soprattutto grazie alla toccante interpretazione della cantante Marina Lavelle, autrice di una prova graffiante, ma soprattutto versatile, intorno a cui è stato costruito il disco. Un album che mescola rabbia e ricerca della bellezza in modo elegante, realizzando tutto quello che si era prefissato, attraverso un mix di potenza e impatto che si modella costantemente. Un album che avremmo preferito meno affine a sonorità frenetiche, orientato verso una sorta di galleggiamento in ambiti più controllati, ma qui si tratta di dinamiche secondarie al nostro gusto personale, che nulla incidono sul quadro generale di insieme.
DOPPLeR – Pourquoi Ce Disque?
Sfidiamo a farsi vivo chiunque potesse anche solo aver pensato ad un ritorno dei DOPPLeR dopo ben diciotto anni di silenzio. Crediamo che nemmeno i più ottimistici nella fanbase della band francese potessero aver creduto che un giorno il loro ritorno sarebbe divenuto realtà. E invece, è successo per davvero. Li avevamo lasciati nel 2008 con Songs to Defy (SK Records / HAK Lofi Records) l’album che li aveva ulteriormente consacrati ai vertici del circuito noise rock internazionale. Li ritroviamo oggi con un album che già dal titolo (Pourquoi Ce Disque?) ci fa capire molte cose, e ci presenta una band che riprende il discorso esattamente dove lo aveva interrotto allora. Una band più che mai determinata a recuperare il tempo passato, andato in un certo senso perduto. Il trio francese mostra infatti una (ritrovata, o forse mai smarrita, questo non lo sapremo mai) grandissima attitudine, esaltata attraverso un disco selvaggio, intransigente e dissonante, che mette subito le cose in chiaro, intenzionata a portarci a spasso in un universo sonoro disturbantemente affascinante, in cui faticheremo, e non poco, a respirare.
Pourquoi Ce Disque? è un album che mostra immediatamente grandissimo carattere, attraverso un saliscendi di emozioni, che si dipanano in un percorso impossibile da decifrare, e che riserva sorprese dietro ad ogni curva, in un mosaico di soluzioni sonore che materializzano un labirinto caleidoscopico spiazzante.
Questo dei DOPPLeR è un album esplosivo, e dalla grande tensione, (per nostra fortuna) difficilmente classificabile, che chiede solo di essere ascoltato (e goduto) in modalità libera, senza il dovere di incanalarlo in un improponibile (e cervellotico) neologismo che possa spiegare l’incrocio tra generi. Il trio descrive la propria proposta come “musica su cui nessuno balla”. Sintesi perfetta che non possiamo non condividere appieno, a cui sentiamo di dover aggiungere termini come frenesia e coinvolgimento, per un disegno sonoro carichissimo da un punto di vista strettamente cerebrale, intensissimo, spigoloso e trascinante. “Perché questo disco?” ci chiedono (e si chiedono) i DOPPLeR. Perché se non lo avessero fatto loro, non lo avrebbe fatto nessuno, e sarebbe stato un peccato mortale non poterlo ascoltare – questa l’ovvia risposta che abbiamo pronta per loro.
Godthrymm :: Projections
I Godthrymm si apprestano a festeggiare il loro primo decennale come band, e lo fanno pubblicando Projections, l’ultimo capitolo della loro personalissima trilogia, iniziata nel 2020 con Reflections, e proseguita, tre anni dopo, con quello, che, ad oggi era il loro punto più alto qualitativamente parlando, ovvero Distortions.
Poco prima dell’estate, ancora una volta grazie alla Profound Lore Records, che li accompagna sin dagli esordi, EP compresi, la band britannica è tornata a far parlare di sé con un album che sancisce un’ulteriore crescita nel proprio percorso artistico. Per tutti coloro che non hanno ancora avuto modo di conoscerli, i Godthrymm sono la creatura messa in piedi da due ex My Dying Bride, vale a dire Hamish Glencross (coi MDB dal 2001 al 2014) e Shaun “Winter” Taylor-Steels (coi MDB dal 1999 al 2006). E, visto il loro cv, per non volersi far mancare nulla, i due hanno scelto di ospitare anche l’ex frontman della band Aaron Stainthorpe nel loro brano Endure My Skin. Con queste premesse, non è certo impossibile capire dove il disco vuole portarci. Ma deve essere altrettanto chiaro che si tratta di un percorso che riusciremo a compiere agilmente, grazie ad un incedere sicuro, mai proiettato verso l’eccesso, sicuramente monolitico, ma altrettanto vario, in costante equilibrio tra ogni sua componente.
Projections è un album oscuro, malinconicamente proiettato verso un quadro di insieme che vuole (a nostro avviso giustamente) ambire a risultare quanto più maestoso possibile, in modo da dimostrare la bontà di un lavoro (e di un percorso) che sancisce una crescita per una realtà che sta diventando un autentico punto di riferimento in ambito gothic doom, nonostante si stia parlando di una band ancora piuttosto “giovane”. L’album si caratterizza per un tenore che esalta un gusto estetico di grande eleganza. Eclettico e raffinato, Projections è un album stratificato, ma che possiamo pensare come molto meno intricato di quanto potessimo credere, e che risulta gradevolissimo nel momento dell’ascolto, grazie alla sua fortissima componente emotiva. Un disco complesso, ma stimolante, che, alla lunga diventa davvero molto intrigante, finendo per essere parte di quella ristretta casta di album da riascoltare all’infinito grazie ad una grande fluidità, che si esalta nei momenti meno dinamici, laddove la band riesce a toccarci l’anima nel profondo.
Musth :: Jollysad
I Musth sono una realtà che da oltre vent’anni calca le scene alternative, ma che scopriamo soltanto in questi giorni, nel pieno di questa torrida estate che ci sta mettendo realmente a dura prova. La band norvegese, nella tarda primavera, ha realizzato Jollysad l’EP (uscito per Codfather Records) di cui proviamo a parlare oggi. Il disco mostra immediatamente tutto il suo carattere spiazzando anche il più smaliziato ascoltatore attraverso quattro brani che spingono il sound in direzione di una frenetica corsa che sembra non avere una direzione precisa, in un contesto sonoro che può lasciare sia interdetti che esaltati, a seconda della necessità / capacità di astrarre la mente e il pensiero. Jollysad è un disco eclettico che necessita quindi del giusto contesto per poter essere compreso e assimilato, dato che il rischio di rigetto è davvero alto, e il fastidio è una possibilità davvero concreta.
Personalmente non ne siamo stati conquistati, ma ne parliamo, in questo nostro spazio, perché non possiamo non riconoscere alla band un elevato valore artistico, a livello di proposta sonora, e quindi lo facciamo transitare da qui, in modo che chiunque possa farsi la propria idea in merito. A volte, riascoltandolo, sembra di avere a che fare con un qualcosa di già sentito troppe volte, ma, anche in questo caso, si tratta di sfrondare il nostro sentire immediato da tutto ciò che, anche involontariamente, ci influenza ogni qual volta ci veniamo a confrontare con qualcosa di nuovo, ogni volta che dobbiamo capire quanto siamo disposti a metterci in gioco, anziché crogiolarci nelle nostre comfort zone. Jollysad è un disco che risulta (ovviamente, per quanto detto finora) completamente disconnesso, e molto poco omogeneo, ma siamo certi che questo sia esattamente ciò a cui ambiva la band scandinava, nel momento in cui ha iniziato a lavorarci. Quattro brani molto “teatrali” e stravaganti, sia come costruzione che a livello esecutivo, che ci portano ai limiti della follia.
Quattro brani assurdi, ma comunque meritevoli di più di un ascolto, dato che in giro c’è molto, ma molto di peggio, a cui viene dato spazio in virtù di un allineamento a cliché da cui pare non si possa prescindere. Erano quattro anni che i Musth non facevano capolino, e hanno scelto di farlo con un EP di soli diciassette minuti, in cui provano a esaltare il proprio lato eccentrico, attraverso un sound bizzarro, costruito in maniera impeccabile, con grande precisione e quel tocco di follia che non guasta mai. Detta così sembrerebbe che si tratti di un disco che abbiamo gradito, ma si tratta esattamente del contrario. Un disco ben fatto ma che non ci ha detto poi molto.
The Fifth Alliance :: Stenahoria
Nuovo album (il quarto della loro carriera, che arriva dopo quasi sette anni di silenzio) per gli olandesi The Fifth Alliance, il primo con la nuova cantante Natalya Thelen, recentemente arruolata dalla band, insieme al batterista Peter Scheffer. Il lavoro dei due nuovi membri sembra aver dato immediatamente i propri frutti. Stenahoria è infatti subito dentro di noi, al primo ascolto, grazie ad un mix di intensità e potenza, che si muove a cavallo tra i generi, spostando costantemente il focus.
Stiamo parlando di un album algidamente proiettato verso un concept che guarda alla ricerca del dolore, filtrato attraverso l’angoscia per una consapevolezza interiore che diventa certezza e cardine. Un album che, da un punto di vista sonoro, invece possiamo pensare come indirizzato verso una profondità sonora che sembra molto più affine a momenti di pura aggressività rispetto al recente passato della band di Breda. Forte del fatto che la traduzione dal greco (più o meno letterale) di Stenahoria è un qualcosa di molto affine al concetto di dolore, il disco si proietta (e ci proietta) verso una catarsi necessaria per esacerbarlo in ogni sua forma, in modo da purificarci nel profondo. Tra i punti di forza del disco non possiamo non sottolineare la sua capacità di non perdere mai l’intensità e il pathos, nonostante i costanti (e ripetuti) cambi di paradigma.
The Fifth Alliance sembrano quindi in grado di sapersi destreggiare alla perfezione in ambito estremo, pur con la consapevolezza di non star inventando nulla di nuovo, ma con la certezza interiore di chi ha capito come funzionano le cose. La band ha scelto di dimostrarci il tutto attraverso un album che non pare avere particolari punti deboli, e che mostra una ritrovata, e rinnovata, capacità di sapersi districare al meglio in mezzo a soluzioni cangianti, mai del tutto riconducibili a pattern rigidamente fedeli ai cliché del genere. Una band con la mente aperta, che cerca di aprire la mente di chi la ascolta. Impresa tutt’altro che semplice, ma che il quintetto olandese sembra di poter portare a compimento. In estrema sintesi, raccontiamo Stenahoria come un album oscuro, a tratti intriso di mistero, che si rivela poco alla volta, ma che quando lo fa, diventa davvero dirompente, anche nei momenti più apparentemente rilassati.










