Recensione : :: ACUFENI :: FASTIDI AURICOLARI CONTEMPORANEI #52

Angellore, Desiccation, Gadget, Orphan Donor e Reliquia. Cinque dischi per provare a ricucire con un passato sonoro di grandissimo spessore. Cinque dischi che potrebbero, per alcuni, suonare fuori tempo massimo, ma che per noi, sono la linfa a cui aspirare per alienare l'alienazione.

Angellore, Desiccation, Gadget, Orphan Donor e Reliquia

Angellore, Desiccation, Gadget, Orphan Donor e Reliquia. Cinque dischi per provare a ricucire con un passato sonoro di grandissimo spessore. Cinque dischi che potrebbero, per alcuni, suonare fuori tempo massimo, ma che per noi, sono la linfa a cui aspirare per alienare l’alienazione. Buon Ascolto. Buon #52.

Angellore :: Nocturnes

Nocturnes degli avignonesi Angellore è un ottimo esempio di come il folk tradizionale provenzale possa andare a sposare il sound britannico più etereo, quello per intenderci degli anni novanta, sdoganato internazionalmente dalla Peaceville Records. La band, giunta a ridosso del ventennale di carriera, torna a far sentire la propria voce in un immaginario incantato che il quintetto ha saputo costruire passo dopo passo (a partire proprio da quel lontano 2007, anno in cui ha rilasciato il proprio demo Ambrosia, seguito poi, a pochissima distanza dall’EP Les promesses de l’aube) in cui i riferimenti ai cliché del metal si sono costantemente ridotti, fino quasi a scomparire. Un universo meticolosamente modellato, anno dopo anno, con pazienza e costanza, che si caratterizza per la capacità di attrarre, e di poi, successivamente, affascinare l’ascoltatore, nel momento in cui il sound si fa più dilatato.

Gli Angellore sono sicuramente una band crepuscolare da tenere in massima considerazione laddove si voglia andare a cercare il calore di una proposta che vada a congelare e a disintegrare il concetto di tempo, e che sia in grado di trascinarci in una dimensione parallela realmente sognante, in grado di emanare emozioni profondissime, a contatto diretto con quella natura che è negli anni diventata protagonista centrale del loro credo. Nocturnes è un album che lacera l’anima, ma non prima di averla condotta alla fine di un percorso di sofferenza ed espiazione necessarie per potersi elevare. Un album che sa essere oscuro e toccante, ma anche delicato e sognante, sostanzialmente permeato dalla consapevolezza di chi ha le idee chiarissime su quello che è il proprio pensiero musicale.

Cupo e intriso di una tristezza dolcissima, Nocturnes dispensa gioia durante l’ascolto, e lo fa attraverso la capacità di riuscire a rivelare momenti di autentico lirismo che sembrano prontissimi per stagliarsi nel cielo carico di pioggia che non attende altro che piangere sulle nostre anime. Un album appassionante, che guarda alla melodia, infondendo fiducia anche in chi, come noi, sta attraversando il periodo peggiore dell’anno, in attesa di poter nuovamente poter pensare e vivere in quel bianco e nero invernale che tanto ancora deve attendere per poter spegnere tutti i colori dell’estate. Un album che parla direttamente al nostro cuore, e alla nostra anima, in grado di infondere speranza, in attesa dell’oscurità purificatrice. Un album malinconico per menti malinconiche che hanno ancora voglia di sognare.

Desiccation :: Legatum Mortuorum

Gli statunitensi Desiccation, che avevamo conosciuto nel 2022, con Cold Dead Earth, album di debutto (uscito per la californiana Transylvanian Recordings) tornano a far sentire il proprio credo sonoro con questo Legatum Mortuorum, pubblicato prima dell’estate dalla Carbonized Records. L’album è un continuo crescendo, fortemente atmosferico, che possiamo pensare costruito come un’ipotetica colonna sonora realizzata da una band che sin dai primissimi momenti riesce a mostrare grande personalità, e notevoli passi avanti rispetto al debutto di quattro anni fa. Ci sono dei momenti in cui tutto pare – forse – essere anche eccessivo, ridondante, ma si tratta comunque di un disco che, al netto di tutto, suona in modo impeccabile.

Il grande pregio di Legatum Mortuorum è quello di essere al tempo stesso tanto freddo e glaciale, quanto caldo e accogliente, grazie ad un approccio onnicomprensivo che non preclude nulla in fase di costruzione, e guarda in ogni direzione possibile, a livello di scelte sonore, tentando di sperimentare soluzioni e dinamiche contrastanti, ma comunque sempre efficaci, che vanno a sancire la qualità di un disco decisamente eclettico, ma anche fortemente funereo. L’album dei Desiccation mostra un taglio drammatico, forte e deciso, caratterizzato da momenti sinfonici di grande maestosità e impatto. Un album eterogeneo e stratificato che prova a costruire un unicum sonoro da individuare come peculiarità che consenta l’immediato riconoscimento, anche a chi non ha idea di cosa e chi stia ascoltando.

Rispetto a Cold Dead Earth la distanza può essere inquadrata come il tentativo (riuscito) di distaccarsi da tutto ciò che possa suonare come già visto e già sentito. Non siamo in presenza di “the next big thing”, ma di certo possiamo affermare che la strada intrapresa dal trio statunitense sembra davvero essere quella giusta per ritagliarsi uno spazio personalissimo in un contesto ipersaturo di proposte tutto sommato tendenzialmente sovrapponibili. Sei momenti che vanno a sommarsi per un totale di quarantacinque minuti complessivi che sublimano una decadenza intrisa di drammaticità e di rassegnazione in cui non possiamo non trovare il nostro spazio vitale ideale.

Gadget :: Coerced

L’impatto del grindcore in ambito musicale non convenzionale è stato un qualcosa di forse irripetibile, ma soprattutto è un punto di non ritorno a cui guardiamo ancora oggi, ogni volta che qualcuno – coraggiosamente – si rifà a quel movimento che non è stato, a nostro avviso, celebrato abbastanza. Coerced, nuovissimo album degli svedesi Gadget, arriva a distanza di dieci anni dall’ultima loro uscita, The Great Destroyer e vede il debutto come cantante di Emilia Henriksson, che nel 2023 ha rimpiazzato lo storico cantante della band. Detto così sembrerebbe tutto facile, tutto lineare, tutto bellissimo. Peccato però, che per pensare e realizzare Coerced ci siano voluti tre lunghi anni. Ne è uscito un EP di soli 14 minuti, suddiviso in 8 capitoli.

Il che potrebbe sembrare un assurdo, ma in ambito grindcore siamo abituati ad una scansione del tempo che nulla o quasi ha a che fare con quella abituale, comune alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Restando sul disco non possiamo che sottolineare come si tratti di un EP assolutamente travolgente, non solo a livello compositivo, e di struttura architettonica, ma anche per quello che riguarda registrazione, missaggio e mastering, che vanno ad esaltare al massimo ogni sfumatura dell’album.

Occorre anche dire che la ridotta durata di Coerced va a condizionare pesantemente il nostro giudizio complessivo, che avrebbe potuto essere ben più lusinghiero di quanto già non sia, ma siamo certissimi che già dal prossimo loro album avremmo di che soddisfare la nostra voglia di fastidio e di disgusto sonoro. La resa globale depone in favore di un disco – come detto – ben fatto, esplosivo, travolgente e sfacciato. Uno di quelli che ti leva il fiato, e che ti fa sentire ancor più isolato di quanto già non sei, permettendoti di lasciare fuori tutto il resto del mondo, nel momento in cui premi il tasto play sul lettore. Un disco frenetico che con il suo carico di di violenza iconoclasta che non risparmia nulla e nessuno, ci riconcilia con un passato a cui guardiamo ancora oggi con malcelata nostalgia.

Trattandosi del primo passo con la rinnovata formazione, possiamo pensare di essere ad un punto di svolta, inquadrabile come il primo passo per il nuovo corso di una band, che, stando a quanto abbiamo ascoltato su Coerced, prosegue graniticamente verso una direzione ampiamente tracciata, ma anche riservarci qualche sorpresa, soprattutto se dovessimo mai riuscire a capire il senso di un brano come False Pulse inconcepibilmente inserito in un disco in cui non c’entra assolutamente un cazzo di niente, ma che potrebbe avere un suo senso in un futuro che ancora non ci è stato svelato.

Orphan Donor :: Ailments

Degli Orphan Donor da Allentown, Pennsylvania, USA si erano perse le tracce un lustro fa, quando, a metà 2021 diedero alle stampe il loro Unravel, ultimo album disponibile fino ad oggi.

È infatti di questa prima parte dell’anno in corso il loro ritorno sulle scene, con Ailments, che, oltre a sancire la loro ricomparsa sulle scene, permette alla band di assestarsi come formazione, passando da due a sei elementi. Quello che invece sembra ancora quello di un tempo, è il loro approccio post hardcore sfrontato, quasi noise rock con cui assaltano i nostro padiglioni auricolari senza alcun tipo di compromesso o di remora. L’album è da vedere, concettualmente parlando, come un concept sullo scorrere del tempo, che non si cura di nulla nel suo incedere, e, anzi, prosegue indefesso nella sua inarrestabile corsa verso la fine dell’esistenza, indipendentemente da quelle che possono essere le conseguenze sulle persone che, strada facendo, andiamo a perdere. Un concept tormentato per un disco altrettanto tormentato, che si mostra anche inquieto e profondo, man mano che l’ascolto procede, attraverso gli otto momenti (per un totale di diciotto minuti complessivi) di cui si compone.

Otto episodi cacofonicamente organizzati secondo una costruzione che alterna momenti di furia iconoclasta e inarrestabile, ad altri in cui l’ardore sembra montare, silenziosamente, sottotraccia, fino al momento in cui nuovamente potrà andare a distruggere la quiete (apparente). Otto momenti assolutamente frenetici, che impediscono alla tensione di allentarsi, anche per pochi istanti, e, non appena pensi di essere riuscito a venire a patti con il caos, ecco che tutto cambia nuovamente, da capo, in modo tanto repentino quanto inatteso, e riparte l’odio.

Ailments è un album costruito secondo una struttura intrigante che riesce a non mostrare alcun punto debole, in grado di mascherare le piccolezze e le stonature, grazie alla grande capacità della band statunitense di sapersi riciclare in tempo reale, andando ad utilizzare paradigmi schizofrenici che spengono il pensiero, e annientano l’ascoltatore.

Quella degli Orphan Donor è la rappresentazione di una confusione emotiva che possiamo sinceramente dire anche nostra, in grado di spezzare il lineare trascorrere del tempo, per andare a costruirne uno alternativo, in cui tutto perde significato e viene riscritto, e reindirizzato, in funzione di un assestamento del caos che possa portare quiete nelle nostre vite.

Reliquia :: In Theory and Practice

I Reliquia arrivano da Manchester, England, e In Theory and Practice è il loro album di debutto completamente autoprodotto. L’album è collocabile in un immaginario retrò che ci riporta agli anni a cavallo tra gli ottanta e i novanta in casa Peaceville Records e affini, in un contesto sonoro che guarda alla commistione tra gothic metal e post punk, in un penetrante incontro/scontro tra melodia e aggressività. Con questa premessa è ovvio che In Theory and Practice debba suonare in modo chiaramente e univocamente malinconico, e così è infatti.

A questo però occorre aggiungere che la band, nonostante la poca esperienza a livello discografico, può vantare già un discreto bagaglio qualitativo, che mette in mostra tutte quelle che sono le caratteristiche e le peculiarità di un progetto che – come detto – per quanto giovane, lascia intravedere grandi prospettive per il futuro più prossimo. L’album è quindi da considerare come parte di un universo sonoro caratterizzato da una ricca stesura a livello di soluzioni, in grado di variare tra un brano e l’altro in modo da costruire un unicum variegato che possa risultare quanto più intrigante possibile anche ai primissimi ascolti. Un album accattivante quindi, spinto da un carattere deciso, cupo e struggente, che talora guarda alla maestosità di un suono di insieme dissonante ma armonioso.

Toccante, soprattutto quando unisce lirica e oscurità, attraverso un approccio notturno che flirta con la malinconia ma senza perdere la bellezza e l’eleganza, in un susseguirsi di momenti fortemente accattivanti che riescono a non far calare mai la tensione di fondo. Volendo andare a cercare quel poco di negativo nel disco, possiamo azzardare, sottolineandolo come, forse, l’unica nota davvero stonata, la mancanza di personalità, che alla lunga sembra emergere, e che fa risultare l’album, se visto sulla lunga distanza, come carente di carattere e inventiva, meno alienato dai grandi cliché del genere rispetto a quanto ci si aspettava. Ma è anche vero che si tratta di una band al debutto, e quindi ampiamente in tempo per correggere il proprio tiro, strada facendo, negli anni a venire.

In chiusura In Theory and Practice è da vedere come un album gradevole, decisamente piacevole da ascoltare, ma ancora lontano dalla piena maturità, quella, per intenderci, che possa portarci verso un domani intrigantemente indirizzato verso l’oscurità più completa.

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