Fluttuando rumorosamente, da quasi quattro decenni a questa parte, tra noise rock, garage rock, neopsichedelia, dream pop, space/drone rock e musica sperimentale, gli inglesi Telescopes hanno costruito un edificio sonico dalle varie anime e sono ormai da annoverare pienamente, e meritatatamente, tra i veterani del rock ‘n’ roll indipendente britannico.
Frutto della mente visionaria e creativamente prolifica del membro fondatore e protagonista principale del gruppo, il chitarrista e frontman Stephen Lawrie (un rock ‘n’ roll anti-hero con una storia familiare incredibile a dirsi, a priori: figlio di un musicista che, nei Sixties, suonava in una band molto promettente e che poteva sfondare, fu contattato dal bassista degli Animals Chas Chandler, ma per dissidi interni il gruppo si sciolse appena prima di firmare un importante contratto discografico, e alla fine della fiera Chandler ripiegò facendo da manager e mentore a un certo Jimi Hendrix…) ha sfornato quasi venti album, operando sempre al di fuori del mainstream e, proprio in virtù della sua attitudine libera e senza compromessi, ha influenzato generazioni di artisti underground, anche grazie alla sua incessante attività live, con numerosi tour in giro per Europa e States.
“Static charge” è il nuovo Lp del combo (arrivato a due anni di distanza da “Halo moon” e da recenti release sperimentali che hanno coinvolto Lawrie in altri progetti) uscito la scorsa settimana su Tapete records, con Lawrie coadiuvato dal chitarrista Darrell Carter, dal bassista Robert Prest e dal batterista John Lynch.
Il disco è stato completato in un lasso temporale di due mesi, nei quali il gruppo ha scritto, registrato e prodotto i sette brani incidendoli praticamente in presa diretta nello Shropshire al Butterfly House, gli studi di registrazione fondati da Lawrie. Il long playing poggia le sue fondamenta su ritmiche essenziali e ossessive nel loro essere reiterate, tra suoni distorti e un cantato narcotico e “otherworldly“.
Con lo spettro punkedelico di Velvet Underground e Stooges a benedire il tutto, il full length si apre con l’ipnotica “White noise” e la sua struttura minimale e circolare, tra beat ritmici scarni e meccanici à la Suicide che flirtano coi Jesus and Mary Chain e affogano tutto nel feedback e dissonanze chitarristiche; “Come around” si richiama ad atmosfere neopsichedeliche stonate care ai Brian Jonestown Massacre, mentre il drone psichedelico di “28 grams“, “Still nothing” e “I dream of fever” renderà felici gli amanti delle atmosfere “drogate” e le sonorità sature degli Spacemen 3. “Revolutionary blues“, a dispetto del titolo, è il brano più lineare del lotto e scorre via senza sussulti, ma la vera chicca del disco è il conclusivo, lungo raga ambient/psych di “Desolation grows“, per dieci minuti dai toni severi e drammatici.
Con le sue dark vibes melanconiche, “Static charge” conferma l’abilità di Lawrie nel disegnare sempre soundscapes di pregiata qualità, rendendo ancora i Telescopes uno dei tesori meglio conservati e più longevi partoriti da quella meravigliosa stagione dell’indie/alternative nella perfida Albione.
TRACKLIST
1. White noise
2. 28 grams
3. Revolutionary blues
4. Come around
5. Still nothing
6. I dream of fever
7. Desolation grows










