A un anno di distanza dalla pubblicazione del loro nono album complessivo, “Voyager to voyager” (contenenti le parti di basso postume registrate dal bassista Steve Kille, purtroppo deceduto l’anno prima, a causa di una lunga battaglia contro un cancro) i veterani della scena stoner/psych statunitense Dead Meadow– attivi dal 1998, primo combo a registrare una delle sessions per il compianto disc jockey radiofonico John Peel in uno studio diverso da quelli della BBC inglese – tornano con una nuova uscita, “Foundlings“, una raccolta (che ha visto la luce attraverso la label italiana Heavy Psych Sounds) di materiale, realizzato tra il 2002 e il 2024, che va a pescare a piene mani negli archivi della band, una release pensata per essere soprattutto un tributo al summenzionato Steve Kille, che oltre a suonare il basso è stato anche uno dei membri fondatori dell’ensemble.
Il gruppo, originario di Washington, DC, che si è fatto conoscere e apprezzare in tutto il mondo con la sua tavolozza sonora che affresca affascinanti groove, atmosfere oniriche e ipnotici riff pesanti (e inevitabilmente ispirati alla lezione dei Black Sabbath dei Seventies) recupera sette brani – nei quali, oltre a Kille, si alternano i due batteristi passati e presenti, Mike Laughlin e Stephen McCarty, a dare manforte al chitarrista/frontman/tastierista Jason Simon – di cui quattro originali e tre riuscite cover di “Tomorrow never knows” dei Beatles (che, come si suol dire, capita a fagiuòlo, visto che settimana scorsa l’album in cui era contenuto il capolavoro originale, “Revolver“, ha recentemente compiuto la bellezza di sessant’anni di vita) “Kingdom of Heaven” dei 13th Floor Elevators e “No quarter” dei Led Zeppelin, esperimenti impegnativi, ma affrontati con dedizione ed entusiasmo, in cui si avverte chiaramente lo spirito di un gruppo che si diverte nel cimentarsi a risuonare canzoni di alcune delle loro band preferite.
“Foundlings” è una compilation che riporta tutto a casa, tra sessions, inediti e tributi, facendo luce sull’evoluzione dei Dead Meadow, abili nel miscelare influenze classiche Sabbathiane (che ribollono in “Nobody home” e soprattutto nei sette minuti di “Everything’s goin’ on“, che affoga in un mare di distorsioni e feedback) a scintillanti trame atmosferiche malinconiche à la Cure (“Lost to light“, “From the children of planet Earth“) con le carte in regola sia per fungere da apripista per i neofiti della band, sia per consolidare la soddisfazione di chi è già stato conquistato dai loro mondi sonici.










