Due dischi francesi assai differenti fra loro, uno di digital reggae dub, l’altro di numetal e metalcore, per chiudere con un diamante musicale fatto di post-rock e slowcore con aggiunte psych.
SLIM LEVY
Slim Levy, bassista e tastierista francese noto per aver condiviso il palco con Lee Perry come bassista durante l’ultimo tour del grande “Scratch”, torna sulla Jahtari di Disrupt con un lavoro che è al tempo stesso personale e universale. “Snippet Sounds” nasce dalle tastierine giocattolo dei suoi figli, da un quattro tracce Fostex a cassette e da una mente che evidentemente non distingue tra alto e basso, tra professionale e amatoriale, e giustamente non lo fa.
Il riferimento dichiarato al “Dub Revolution” di Lee Perry non è una semplice citazione: è un atto di fede. Come “Scratch” trasformava il mixer in uno strumento, Levy trasforma la limitazione tecnologica in linguaggio. I suoni son totalmente digitrali, giocosi, vagamente scassati, e per questo risultano più onesti di mille produzioni immaculate. La cassetta strappa, si rompe, si interrompe — le tre “Broken Tape” disseminate nel disco come punteggiatura rumorosa, e queste non sono difetti ma parte del racconto.
L’altro riferimento dichiarato, “Pet Sounds” di Brian Wilson, potrebbe sembrare stravagante per un disco dub, ma in realtà centra il punto: come Wilson costruiva mondi sonori con un’orchestra, Levy costruisce i suoi con tastierine poco costose ma con grandi effetti. C’è cura nella scrittura dei riddims, c’è una logica interna al disco che lo fa sentire come un’opera compiuta, non una collezione di esperimenti. Questo disco è il parco giochi di Slim Levy messo in musica, un musicista dub reggae eccezionale, che diverte e si diverte nel fare digital dub reggae di altissimo livello, una giostra di bassi e di emozioni, un altalena di colori e di splash del woofer. Ascoltare “Snippet Sounds” è entrare nella mente di un musicista che pensa per giri dub, che ha il reggae nel cervello, un musicista che si diverte moltissimo e che fa divertire altrettanto anche i suoi ascoltatori. Il disco ha una profondità e bellezza digitale molto grande, è fatto con pochi mezzi ma tutto prodotto benissimo. L’animo da tastierista e il cervello da bassista fanno di Slim Levy un musicista produttore unico al mondo e questo disco è davvero un unicum per divertimento e qualità, un’altra grandissima uscita della Jahtari.
Bellissima e azzeccatissima copertina di David Farris.
ICE CHEMICALS
“The lowest point” è il debutto discografico dei francesi Ice Chemicals. Lo stile del gruppo prende le mosse dal metalcore e dal nu metal migliore, con rimandi a Slipknot, Korn e tanto metalcore a stelle e strisce, il tutto rielaborato con stile originale e molta cura e passione.
Il groove del gruppo è molto particolare e spazia in maniera molto dinamica fra metalcore, nu metal, e anche momenti melodici di pop, con le voci di Anaïs “Tentaskull” Fadli e Geoffrey “Jeff Skulls” Chrétien che sono un valore aggiunto molto importante per la musica del gruppo, imprimendo un marchio molto ben preciso al loro suono, rendendolo immediatamente riconoscibile. La musica degli Ice Chemicals non è un mero tributo ai padri del nu metal e del metalcore, è innovativa e riesce a creare un tipo di metal fresco e moderno che non si sente spesso nelle miriadi di proposte attuali. Il nu metal e il metalcore fatti bene non passeranno mai di moda, la musica fatta bene ed in maniera appassionata non possiede data di scadenza.
Il gruppo parigino nato nel 2020 arriva a questo debutto discografico con molte idee ed una grande carica, e mette tutto sul piatto passando all’incasso. Altra cosa notevole è che il gruppo ha registrato e prodotto il disco da solo, per poi poi farlo mixare e masterizzare dalla Notos Productions di Éric Dorléans che ha colto molto bene le coordinate sonore del gruppo e gli ha dato un tocco importante e per nulla scontato.
I temi trattati nel disco sono distopici e cyberpunk in alcune istanze, cose ed avvenimenti che pensavamo appartenere solamente alla fantascienza e che invece stanno diventando temi di trattazione quotidiana, in un mondo che sta bruciando e noi con lui.
Gli Ice Chemicals sono un gruppo che sa cosa vuole e lavora duramente per ottenerlo, e la loro prima uscita è assai positiva, la loro musica funziona benissimo e suona ancora meglio, un disco moderno e futuristico, il ritratto di un gruppo che fa ottimo nu metal e metalcore, e non è una cosa comune. Ascoltare questo disco è vivere sia nel nostro presente che nel nostro futuro, e non ci si stanca mai di sentirlo, ottimo metal underground.
FOREIGN FILM
Musica senza fretta, suoni che salgono lenti e pieni, momenti di post-rock, altri post metal e poi si passa alla psichedelia riverberata e allo shoegaze, tutto ciò è “A love letter” il disco d’esordio dei Foreign Film che esce in vinile e digitale. Il gruppo è composto fra gli altri da quattro membri dei Will Haven, un notevole gruppo di alternative metal ed emo attivo fra la fine degli anni novanta e i giorni nostri. Nati per mano di Jeff Irwin, il chitarrista e compositore degli Will Haven, che voleva dare una visione diversa al suono dei Will Haven, espandendo la loro profondità musicale. Il nome del gruppo proviene da una canzone presente nel disco d’esordio degli Will Haven del 1997 “El Diablo”, e lega fortemente questo gruppo ai Will Haven, diventandone quasi un’altra versione musicale. Irwin e compagni volevano esplorare un tipo di suono più cinematografico ed arioso rispetto alla precedente avventura musicale, e ci riescono in pieno.
“A love letter” è una vera lettera d’amore verso la musica e la ricerca musicale, fatta con classe e voglia di andare oltre la propria zona di appartenenza musicale solita.
Questo ottimo disco è il risultato di un anno di prove e scrittura presso i J Rigged Studios di Sacramento, con Jeff alla chitarra, il batterista Mitch Wheeler, il chitarrista Sean Bivins, e il bassista Adrien Contreras tutti degli Will Haven, ai quali si sono aggiunti poi Robin Florkin al piano e tastiere, Rylan Kerr alla chitarra, e Tami Taracena ai cori. Ascoltando il disco si percepisce chiaramente la grande intesa che hanno questi musicisti nello suonare assieme, e questo il disco arriva nel momento nel quale doveva arrivare, né prima né dopo. Un lavoro molto bello, psichedelico e profondo, duro quando serve, perché comunque i Foreign Film sono figli altri dell’hardcore, e quello spirito lo portano dentro.
“A love letter” spazia per tantissimi generi, fluttua e poi arriva in picchiata, con quell’incedere tipico di quei pochi dischi che sanno meravigliare l’ascoltatore anche in questi tempi dove domina tutto meno che la bellezza, e qui invece di bellezza ce n’è tanta, tanta davvero. Tante emozioni in canzoni che sono lo specchio di una realtà altra, un sogno di cui si deve avere nostalgia ma anche paura, luce, leggerezza, dolore e tenebre, il tutto mischiato come dovrebbe essere, per uno dei dischi più sorprendenti di questo 2026.










