«Odio la maggior parte delle persone. E non vorrei che fosse così, è un modo terribile di essere. Ma la razza umana non mi dà alcun conforto»
Se c’è una certezza nel panorama musicale contemporaneo, è che avvicinarsi a un nuovo lavoro di Morrissey richiede ormai una buona dose di equilibrio mentale. Il quattordicesimo capitolo solista dell’ex frontman degli Smiths, Make-Up Is a Lie, pubblicato da Sire Records e prodotto da Joe Chiccarelli, arriva infatti accompagnato dal solito, ingombrante corollario di polemiche, che poco ha a che fare con la sua musica.
Negli ultimi anni, le sue posizioni politiche sempre più controverse, tra dichiarazioni nazionaliste, la presunta simpatia per alcuni partiti della destra populista britannica, successivamente rinnegata con l’autodefinizione di «apolitico», e le numerose invettive contro i media, hanno finito per oscurarne quasi del tutto il valore artistico, trasformandolo in una figura polarizzante, isolata e dal carattere notoriamente difficile.
Le polemiche, del resto, non sono una novità: Morrissey aveva già fatto discutere ai tempi degli Smiths. Dagli attacchi ripetuti alla regina fino alla partecipazione, come ospite, a un concerto dei Madness, durante il quale apparve prima avvolto nella Union Jack e poi la sventolò, scatenando la reazione furiosa del pubblico e persino della stessa band. Il cantante fu costretto a lasciare il palco sotto una pioggia di monetine, lattine di birra e persino sacchetti pieni di urina.
Eppure, quando si spengono i riflettori del gossip e le sue discutibili dichiarazioni lasciano spazio alla musica, si scopre che la voce, le composizioni e i testi conservano ancora un magnetismo capace di lasciare il segno, proprio come negli anni Ottanta e Novanta. Chi ha avuto la fortuna di assistere a un suo concerto di recente, come è successo al sottoscritto e a chi ha riempito Piazza Alfieri per la splendida esibizione ad AstiMusica del 21 luglio, sa bene che l’esperienza dal vivo può far dimenticare polemiche, dichiarazioni borderline e provocazioni. Sul palco, Morrissey trasforma ancora ogni serata in un autentico rito collettivo. L’ironia pungente e una presenza scenica formidabile dimostrano che Moz è vivo e vegeto e che, nonostante gli anni, possiede più energia e idee di molti gruppi e artisti indie rock contemporanei.
È proprio questo spirito, sospeso tra nostalgia e sfida perenne al mondo, a permeare il nuovo lavoro in studio, forse uno dei suoi album migliori.
Il disco si apre con “You’re Right, It’s Time”, brano che si distingue subito per la critica sociale e il profondo senso di disillusione, in perfetto stile Morrissey. È un attacco frontale alla dipendenza digitale e al controllo dei media. Il pezzo ha un carattere programmatico e si scaglia, con sarcasmo e veemenza, contro «chi fissa gli schermi tutto il giorno» e contro la censura mediatica: al centro non c’è più soltanto la malinconia universale del giovane Morrissey degli esordi, ma anche l’ossessione per le contraddizioni del mondo nel 2026.
Segue la title track, “Make-Up Is a Lie”, uno dei vertici del disco, che si muove in un territorio musicale decisamente insolito. Il brano parte e si sviluppa su un groove ipnotico e sincopato, quasi trip-hop, costruendo un’atmosfera notturna, misteriosa e avvolgente, per poi esplodere nel ritornello. La frase del titolo diventa uno slogan scandito con perentorietà, quasi a voler smascherare le finzioni sociali, le maschere quotidiane e le facciate dietro cui le persone cercano disperatamente di proteggersi dalla noia o dalla mortalità.
Arriva poi “Notre-Dame”, l’episodio più spiazzante del lavoro: un brano electro-pop cupo e incalzante, dominato da sintetizzatori dalle sonorità quasi industriali. Il testo riflette la diffidenza di Morrissey nei confronti delle versioni ufficiali diffuse da autorità e media, sposando apertamente teorie del complotto sulla natura dolosa del celebre incendio di Notre-Dame.
La parte centrale dell’album trova un punto fermo nella cover di “Amazona” dei Roxy Music. Morrissey rispetta quasi alla lettera l’andamento glam rock dell’originale, reinterpretandolo però attraverso la propria tipica teatralità.
“Headache” è invece un esempio perfetto della sua abilità nel contrapporre una melodia dolce, quasi una ninna nanna, a un testo profondamente cinico, spietato e apertamente misantropo.
In “Boulevard” la melodia si fa ancora più enfatica e orchestrale, guidata da archi e pianoforte che richiamano la produzione degli anni Novanta. È uno dei vertici emotivi del disco, una ballata notturna e sognante che intreccia alcol e solitudine, raccontando con crudezza e sarcasmo una devastante sbronza in solitudine lungo un viale.
“Zoom Zoom the Little Boy” rappresenta uno dei momenti più espliciti dell’album sul fronte dell’attivismo di Morrissey. Il tema dei diritti degli animali e del vegetarianismo torna al centro della sua musica, a quarant’anni esatti da un capolavoro come Meat Is Murder degli Smiths. Il brano è una sorta di arca di Noè: un elenco di creature che il protagonista, un bambino, vorrebbe sottrarre ai macelli, alla caccia e alla distruzione dell’ambiente, dagli animali domestici a quelli selvatici e da allevamento, fino a immagini di poetica surrealtà.
Con “The Night Pop Dropped” si torna a sprofondare in atmosfere notturne, sostenute da un basso pulsante e molto funky, con un retrogusto darkwave. Il testo rievoca la notte in cui un misterioso personaggio chiamato «Pop» è crollato. Forse si tratta del celebre Iggy Pop, oppure è soltanto una suggestione: il brano si chiude comunque con una massima da ricordare, secondo cui la cosa migliore da fare è essere sé stessi.
“Kerching Kerching” è un altro momento spietato e caustico, in cui Morrissey demolisce il carrierismo sfrenato e il materialismo della società contemporanea. La base synth-pop, minimale, squadrata e fortemente ritmica, è dominata dai sintetizzatori e dalla programmazione delle tastiere e richiama, per certi aspetti, alcuni brani di David Bowie.
Segue la decisa sterzata rock di “Lester Bangs”, tributo serrato e graffiante al leggendario critico musicale americano e all’età d’oro della controcultura.
Arrivano poi le atmosfere soffuse e crepuscolari di “Many Icebergs Ago”, splendida ballata in cui il testo diventa una confessione sul tempo che passa e sull’invecchiamento, tra fantasmi personali e luoghi della giovinezza ormai trasformati o scomparsi. È difficile non riconoscersi nelle sue parole: parla della vita.
A chiudere il disco è “The Monsters of Pig Alley”, un solido, arioso e malinconico brano jangle rock, sostenuto da un eccellente intreccio di chitarre che cresce progressivamente d’intensità. Morrissey lancia le consuete frecciate velenose all’industria discografica e al potere distruttivo del successo. Il protagonista è un artista di provincia che parte alla volta della metropoli in cerca di fama, evocando i «mostri» che vorrebbero richiamarlo indietro: i genitori, i vecchi amici. Il finale è drammatico: una volta raggiunta la notorietà, il protagonista non riesce più a farne a meno, ma finisce consumato e respinto da quel mondo tossico.
In conclusione, è un album che guarda con nostalgia ai vertici della produzione di Morrissey negli anni Novanta, aggiornandoli però con una spinta synth-pop ed elettronica inedita e coraggiosa. Se un tempo cantava la solitudine quotidiana delle cittadine inglesi e il melodramma dei piccoli affetti, oggi la sua scrittura è più perentoria, spigolosa e politica, concentrata sul rancore verso l’era digitale, il mondo moderno e il controllo dei media.
Più che una persona di estrema destra, Morrissey appare forse come un provocatore estremo: velenoso, sarcastico e misantropo.
Morrissey make up is a lie Streaming
Morrissey make up is a lie TRACKLIST
- You’re Right, It’s Time
- Make-Up Is a Lie
- Notre-Dame
- Amazona (cover dei Roxy Music)
- Headache
- Boulevard
- Zoom Zoom the Little Boy
- The Night Pop Dropped
- Kerching Kerching
- Lester Bangs
- Many Icebergs Ago
- The Monsters of Pig Alley










