I Monteverde sono una delle più recenti espressioni della viva e variegata scena musicale genovese. Fautori di un’esplosiva miscela di noise rock molto diretto, senza fronzoli ma al tempo stesso estremamente ricco dal punto di vista dei contenuti e dei messaggi veicolati, il duo composto dai veterani Cesare Pezzoni (voce, chitarra baritono) e Fabio Speranza (batteria) rappresenta, quantomeno agli occhi di chi scrive, una proposta davvero molto interessante. Proprio per questo mi trovo con Cesare e Fabio, con l’intento di approfondire alcune questioni e per sapere qualcosa di più.
Anzitutto grazie per avermi concesso un po’ del vostro tempo. Per prima cosa vorrei concentrarmi un attimo su voi due in quanto individui e soprattutto in quanto musicisti. Tu, Cesare, sei stato leader di una delle formazioni genovesi più amate e seguite degli anni dieci del Duemila, i CRTVTR, con i quali hai creato brani memorabili e suonato davvero dappertutto (per chi non li conoscesse o non se li ricordasse: https://crtvtr.bandcamp.com/music). Poi, dopo lo scioglimento del gruppo, hai vissuto qualche anno di silenzio musicale prima di tornare in attività con i Monteverde. Quali sono state le ragioni di questa lunga pausa e soprattutto cosa ti ha convinto a tornare sulla scena?
Eh bella domanda…
Gli eventi che hanno determinato la mia pausa sono stati due direi, uno lo scioglimento dei CRTVTR che non pensavo potesse succedere, a cui probabilmente nemmeno ero preparato. Mi ero identificato molto nel progetto, e ancora oggi chi ci ha suonato per un giorno o per una vita, per me è famiglia. L’altro evento è decisamente più trasversale, la pandemia. Visto che i CRTVTR hanno fatto l’ultimo tour europeo a fine 2018, in un certo senso per me la pandemia, musicalmente parlando, è iniziata un anno prima ed è stata lunghissima.
Quando era il momento per cominciare a ripensarsi musicalmente fuori dai CRTVTR, superato il “lutto”, è arrivato quel periodo lì in cui immaginare di mettere su una band e fare un tour era davvero difficile. Oggi ne parlo con molta serenità ma onestamente per me è stato un duro doppio colpo. Avevo anche un’età in cui era più facile pensare di smettere che di ricominciare.
Poi penso che abbia vinto la mia indole. Dopo aver passato quasi tutto il lockdown a fissare gli strumenti che ho a casa senza suonarne nessuno, ho ricominciato improvvisamente, soprattutto strumenti acustici e strambi. Mi è tornata la voglia di scrivere e penso sia stato il primo passo. Quasi contemporaneamente a Genova stava succedendo Sudore, una serie di serate organizzate da Wet Mary che ancora esiste ma che nel periodo immediatamente postpandemico ha rappresentato per molti l’unica possibile boccata d’aria per la musica underground. Io e Fabio quelle serate le abbiamo frequentate da sempre, erano organizzate da amici comuni con cui condividiamo palchi e vita da quando eravamo adolescenti. Una volta ci siamo detti di vederci per suonare, senza particolari aspettative. Così basse che entrambi ci siamo messi a suonare strumenti che non avevamo mai suonato.Così per vedere cosa ne veniva fuori. Ne sono venuti fuori i Monteverde.
Per quel che riguarda te, Fabio, le cose sono leggermente diverse: principalmente si pensa a te come a un chitarrista e cantante, un songwriter creativo, autore di pezzi antemici per i Temple of Deimos, attivi ormai da un po’ di anni e degni esponenti della scena stoner rock italiana (eccoli: https://templeofdeimos.bandcamp.com/). Vorrei sapere qualcosa di più sul tuo lato di batterista. Se non sbaglio non è la prima volta che ti cimenti alle pelli. Da cosa nasce questa esigenza espressiva alternativa rispetto a quella abituale?
Inizio salutando tutta la redazione e i lettori di questa ormai longeva e attentissima webzine, tenendo a ringraziarvi per lo spazio concesso e per il vostro interesse nei confronti dei Monteverde.
Le mie prime esperienze come batterista risalgono agli anni delle scuole medie con i White Ash: io e i miei compagni di band eravamo davvero giovanissimi: dodicenni o giù di lì. Le energie erano davvero molte, quindi dopo le prove, per divertirci un po’, eravamo soliti scambiarci di strumento. Anche a casa mi cimentavo con le bacchette: ricordo interi pomeriggi passati a pestare su una sorta di batteria rudimentale composta da due sedie, ciascuna con un cuscino posto sullo schienale, a simulare rispettivamente il tom e il timpano, mentre il rullante era incarnato da un libro scolastico, che con il suo “tà tà” era il suono più simile a un rullante vero che potessi ottenere. Il charleston e i piatti erano immaginari. Con quei mezzi improvvisati e rudimentali suonavo dietro a dischi come Nevermind dei Nirvana, And Justice For All dei Metallica e Dirt degli Alice In Chains. A quell’epoca ebbi qualche input decisivo anche dalla scuola in cui studiavo, la Lomellini, dove insegnavano due professori di musica piuttosto innovativi e fuori dagli schemi che, conoscendo il mio amore per le pelli, mi iscrissero e mi accompagnarono a un concorso musicale per studenti in Toscana, a Prato per la precisione.
Andando più avanti nel tempo, nel 2009 registrai, per necessità di line up, metà delle batterie del primo disco dei Temple Of Deimos ai Red House Recordings di Senigallia (AN). In quell’occasione feci amicizia con David Lenci che, vedendomi dietro alle pelli e apprezzando il mio approccio allo strumento, mi coinvolse nel 2011 per le registrazioni del suo disco di inediti “David Lenci & the Starmakers”. Sulla base di idee da lui già prestabilite, riuscimmo a comporre l’album in soli in cinque giorni, suonando giorno e notte e registrando le parti di batteria in tre giorni. Ricordo che una volta saltò addirittura la corrente e la paura di perdere tutto il lavoro fatto fu gigantesca, anche perché lo studio avrebbe chiuso definitivamente i battenti da lì a poco e non ci sarebbe stato il tempo per ricominciare tutto daccapo. Fortunatamente poi la luce tornò e non perdemmo nulla, riuscendo a concludere senza ulteriori problemi. In quei giorni David mi diede il soprannome “Batterista Per Caso”, che in parte sento ancora adesso mio, una sorta di abito in grado di scaldarmi come l’abbraccio del vero amico che è stato David nei nostri quindici anni di frequentazione. Purtroppo David ha lasciato questo brutto mondo due anni fa e mi manca molto: buon’anima, che riposi in pace.
Nel 2016 ho suonato anche con gli Isaak per un paio di concerti: maledico bonariamente ancora oggi il cantante, Giacomo H. Boeddu, per avermi dato solo nove fottutissimi giorni per imparare i pezzi.
Rispetto al cantare e suonare la chitarra, che indubbiamente sento più come la mia dimensione, ho sempre considerato la batteria un divertimento usa e getta: per ragioni non sempre dipendenti da me, infatti, è uno strumento che ho per molto tempo suonato con scarsa continuità. Solo negli ultimi cinque anni, da quando è iniziato il progetto Monteverde, ho iniziato ad approcciarmi a essa con più costanza. È vero che sono sempre stato abituato a fare il “frontman” oppure il “songwriter” ma posso stare anche umilmente più nelle retrovie, e cercare di suonare in funzione della musica di un altro compositore, in questo caso Cesare, e mettermi anche dalla parte di chi si limita a eseguire. Il disco è stato tosto da registrare, mi sono impegnato a suonare le parti a metronomo e ogni concerto che facciamo per me è una maratona fisica, ma fortunatamente arrivo sempre vivo alla fine del set, per ora…
C- Io ci tengo ad aggiungere che ho sempre pensato che prima o poi Fabio sarebbe finito alla batteria di qualche progetto, anche se magari non pensavo proprio con me, in questa formazione minima. Però ho un ricordo nitido di noi ragazzetti nelle sale prova della CdM. in un incrocio tra le nostre band, Fabio, tanto per molestare, si era messo alla batteria mentre gli altri montavano (o smontavano, non ricordo). Io lo conoscevo come voce-chitarra ma da quel giorno nella mia testa è rimasto tatuato FABIETTO+BATTERIA=YEAH
Passiamo ora a parlare più da vicino dei Monteverde. Ascoltandovi, la prima cosa che mi è saltata all’occhio è il cantato in italiano, soprattutto perché nelle altre vostre esperienze musicali avete sempre optato per la lingua inglese. Quali sono i motivi dietro a questo cambiamento?
Inizialmente anche per i Monteverde avevamo optato per l’inglese. Penso che sul nostro profilo IG ci sia ancora qualche frammento di quel periodo: i primi concerti li abbiamo fatti così. A un certo punto però mi è sembrato strano suonare una musica così diretta senza usare la mia lingua. L’inglese, almeno nella mia esperienza personale come cantante ai tempi dei CRTVTR, è sempre stata una maschera per potersi mostrare senza svelarsi completamente; un modo per ripensare alla propria realtà con altre parole, che dessero un po’ di distacco. Per i testi dei Monteverde mi è invece venuto naturale andare meno sul personale, scrivere testi che non parlassero di un “me” ma di un “noi”. Quel noi erano le persone con cui siamo cresciuti nella scena, persone con cui condividiamo sensibilità musicale, estetica e politica, e in quest’ottica aveva molto più senso usare la loro lingua, che è la mia e la nostra, e che è quella che usiamo tutti i giorni anche se non ero solito scriverci canzoni.
Nell’ascoltare i vostri pezzi si percepisce una certa urgenza di comunicare, di portare all’attenzione messaggi importanti, significativi e ineludibili. Potete approfondire ulteriormente la questione dei temi da voi trattati?
Sì. Tra tutti i progetti realizzati o solo pensati per cui ho scritto testi, sicuramente i Monteverde sono il progetto più politico. Non è stata una scelta programmata, i testi sono l’ultima cosa nata nel nostro duo. Penso che sia stata la potenza e la forza dei pezzi ad averci convinto che dovevano portare un messaggio, una critica. Suoniamo musica “polemica”.
Nei testi cerchiamo di riflettere su come mai siamo diventati grandi ma siamo ancora così arrabbiati.
Tutto il disco parla delle nostre vite precarie, di “class struggle”, di alienazione. Sono canzoni con cui proviamo a stimolare un pensiero, o una reazione.
Da questo punto di vista, mi sembra che anche la vostra musica segua un’esigenza di comunicabilità assoluta: i pezzi sono diretti, semplici in quanto a struttura e piuttosto orecchiabili. Interpretate l’aspetto strumentale come un elemento funzionale ai testi?
Può sembrare strano ma in realtà è il contrario: i testi sono funzionali al linguaggio musicale della band, perché esplicitano un messaggio o un sentimento che già ribolliva nella musica, almeno alle mie orecchie. Anche nello scrivere i testi, ho cercato di porre molta attenzione sulla scansione ritmica delle parole, su dove andavano a cadere gli accenti e dove finivano le sillabe, proprio perché mi pareva che già la sintassi strumentale avesse un “tono”, suggerisse un discorso, una certa concitazione.
Sono completamente d’accordo invece sull’esigenza di comunicabilità assoluta e sulle orecchiabilità dei pezzi. La semplicità è una delle chiavi della nostra musica, penso. Volevamo essere disturbanti, irruenti, al limite violenti ma anche chiari e dritti al punto.
Restando sul versante musicale, l’effetto sonoro dei vostri brani è di grande impatto, dritto sulla faccia, potente e aggressivo. Potete dirmi qualcosa sulla registrazione e sulla produzione?
Abbiamo registrato qui a Genova, nello studio K di Berna. Poi, per ragioni personali, non c’è stato modo di concludere il mix lì, e ci siamo affidati a Stefano Morabito del 16th Cellar Studio di Roma, su consiglio degli Ainu e di Lili Refrain che lo conoscono bene. Entrambi i tecnici sono stati di enorme aiuto e ci hanno aiutato a focalizzare le nostre idee.
Il processo di registrazione è stato non semplice ma direi essenziale. Abbiamo suonato insieme le parti strumentali, a click perché volevamo che fosse un martello. Le mie linee strumentali sono tutte una sola take, senza overdub di nessun genere. Però la stessa linea è stata fatta uscire su due ampli diversi (tre in qualche caso). Penso che questa parte del processo abbia aiutato il disco a suonare “grosso” come deve, ma allo stesso tempo senza snaturare il fatto che siamo solo due. Per noi era importante che non suonasse come un disco qualsiasi ma che al contrario si sentisse che eravamo un duo.
Su queste basi strumentali abbiamo registrato le voci, su cui invece abbiamo fatto un lavoro di layerizzazione più importante. In un certo senso stratificando un po’ la voce volevamo dare la sensazione di un canto collettivo, pur essendo se la voce una sola.
Sempre parlando di suoni, mi interessa molto la scelta di usare la chitarra baritono. Cesare, forse tu sei la persona più adatta per spiegarmi i motivi di questa scelta.
Sì, suono un bassVI, che è la più baritona delle chitarre baritone. Va così in basso che praticamente è un basso travestito da chitarra. Avevo già un bassVI a casa da molti anni, lo comprai dal grande Paolo Cantù (Afterhours/Six Minute War Madness/Makhno). Ho sempre subito il fascino di quel tipo di strumenti. Però sono difficili da inserire in una band e quindi non avevo mai avuto occasione di suonarlo in un progetto. Visto che dare vita ai Monteverde ha significato ricominciare da zero, forse mi è sembrato il contesto giusto per provarlo e cercare di suonare qualcosa di diverso, senza trovarmi a imitare me stesso alla chitarra elettrica.
A differenza di molti duo noi non usiamo loop per sopperire alla carenza di qualcosa, il bassVI suonato dal primo secondo all’ultimo caratterizza moltissimo il sound e anzi quasi lo crea da solo. è l’unico collante. Le sue assenze sono immediatamente teatrali, drammatiche. Quando è distorto ha un suono per me quasi caricaturale, come una chitarra suonata con la clava. In più ho tra le mani un registro estremamente basso ma l’accordatura è standard. Questo secondo me porta naturalmente verso un uso più melodico dello strumento, rispetto a quello che se ne fa nei generi “heavy” contemporanei. La bassline di “Linee Confini Bugie” ne è un esempio.
Veniamo ora al primo pezzo che avete divulgato: “Linee, confini, bugie”, di cui avete anche fatto uscire un video a cura di Stefania Carbonara (leggete la mia recensione del video qui: https://www.iyezine.com/monteverde-e-uscito-il-primo-video-linee-confini-bugie/). Potete dirmi qualcosa di più a riguardo?
Iniziando da zero e non potendo contare su nessun supporto, volevamo pubblicare qualcosa per farci conoscere e raccontarci al pubblico. Anticipare l’uscita con uno (o due o tre, vediamo…) video, ci sembrava un modo per presentare la band, i suoi contenuti, la sua attitudine estetica e politica. Questa modalità ci permette anche di dare più fiato al singolo pezzo, raccontarlo meglio, con immagini e con una comunicazione specifica. Il disco nel suo complesso dura poco più di mezz’ora ma è un disco denso sia di suono che di senso, e vorremmo che le persone si affezionassero alle canzoni.
Questo pezzo vuole essere una sorta di anticipazione del disco che verrà. Nel presente, tuttavia, vi siete concentrati su un altro progetto che trovo estremamente interessante: “facciamo un video assieme?”. Di cosa si tratta precisamente?
Abbiamo pubblicato il primo frammento, Linee Confini Bugie. Abbiamo in mente di pubblicare un secondo frammento di disco: un pezzo ancora inedito che si chiama Un Passo Indietro Mai.
Il video sarà un piccolo esperimento di socializzazione, in un certo senso. Vorremmo realizzarlo montando una serie di piccoli video fatti direttamente da chi ha voglia di partecipare. Quando ho scritto il testo l’ho immaginato come un discorso motivazionale fatto a se stessi davanti allo specchio, la mattina, per prepararsi a una consueta giornata di sfruttamento e consunzione.
Cercheremo di rendere visibile questo aspetto del pezzo, coinvolgendo degli estranei che senza sapere niente di noi hanno deciso di seguirci dopo aver sentito Linee Confini Bugie.
Lo sforzo che stiamo facendo è quello di provare a superare la dimensione individuale in cui una band si racconta e il pubblico fruisce, per costruire un dialogo per cui se la band si esprime, ognuno si sente legittimato a farne un messaggio suo, a rispondere, a mettersi in dialogo, a manipolare e rilanciare il messaggio. Non importa se sono poche persone o tante, le uniche a cui dobbiamo arrivare sono quelle che vogliono sentirsi incluse nel racconto.
E ora, il futuro: Quali sono i prossimi passi in vista di un’uscita discografica vera e propria?
E cosa è un’uscita discografica vera e propria, oggi? Non so rispondere alla tua domanda perché non so rispondere alla mia. Non desideriamo stampare qualcosa solo per poter dire “abbiamo fatto un disco”, quello che stiamo cercando di fare è trovare il nostro pubblico.
Il materiale c’è, si può sentire live e creeremo occasioni per fare ascoltare qualcosa di più. A metà gennaio Mike Watt ha fatto ascoltare i pezzi in anteprima in una puntata di The Watt from Pedro Show. Questo per noi è più significativo di qualsiasi cifra di ascolti in streaming.
Personalmente (Cesare) sono da sempre in fuga dalla discografia ufficiale – il mio esordio nel mondo DIY è stato con le prime net-label anti-copyright italiane e da allora mi sono sempre sentito un po’ sul piede di guerra. La discografia oggi è un sistema in cui il banco (la distribuzione) vince sempre e gli altri vivono di stenti. Il successo di un artista viene decretato dal numero di streaming, che dice molto della diffusione di un brano o di un disco, ma non dice nulla di quanto quel brano o quel disco siano stati incisivi nella vita di chi li ascolta. Non pensiamo abbia senso competere su quel terreno, né dannarsi per portare un po’ di traffico alle piattaforme. Non pensiamo sia una dimensione espressiva adatta ai nostri contenuti.
C’è ancora spazio per un po’ di attesa prima che buttiamo fuori tutto. Non è così importante dove si trova il disco finché non c’è qualcuno che sente il bisogno di ascoltarlo, no?
Noi ora stiamo lavorando su quel fronte. O almeno ci stiamo provando.
Quello che cercheremo di fare, quindi, è trovare qualcuno con cui condividere delle scelte, e cercare di sperimentare il più possibile in termini di formati, uscite, iniziative, prima di stampare il disco su supporto fisico o di renderlo semplicemente disponibile su Bandcamp. Può sembrare una risposta evasiva ma in realtà già abbiamo qualche idea. La prima è il progetto riguardante U.p.i.m.; altre arriveranno. Seguiteci.
Grazie infinite ragazzi, è stata davvero una bellissima chiacchierata.
Invito tutti i lettori a seguire i Monteverde, anzitutto sulla loro pagina Instagram (https://www.instagram.com/monteverde.noise/), perché meritano davvero la vostra attenzione.










