Recensione : Il Quartiere di Vasco Pratolini

“Il Quartiere” di Vasco Pratolini, edito da BUR rizzoli. Questo è un romanzo di giovani e poveri, ma uniti: nati e cresciuti a Santa Croce, Firenze.

Il Quartiere di Vasco Pratolini

“Il Quartiere” di Vasco Pratolini, edito da BUR rizzoli

Questo è un romanzo di giovani e poveri, ma uniti: nati e cresciuti a Santa Croce, Firenze. “Nulla sapevamo – dice uno di loro – non volevamo sapere forse. Ci promettevano oneste gioie. La nostra vita erano le strade e piazze del Quartiere.” Ma la realtà, quella città aliena con i suoi bei caffè e le orchestrine, non si accontenterà a lungo di restare fuori a guardare. Farà irruzione nelle loro vite con la prepotenza del regime, delle guerre, della miseria. Distruggerà le loro case, li sparpaglierà nel mondo, li chiamerà chi alle armi, chi in carcere, chi nella lotta politica. Ma non potrà mai derubarli dell’eredità più preziosa del Quartiere, quell’incrollabile fede nell’uomo e nel valore della solidarietà. Quando inizia il racconto siamo nel 1932 e i ragazzi sono quasi tutti adolescenti.

Potrete leggere passaggi come questi:

Se io vi parlo di vizio, voi dite che ciò è naturale nelle nostre strade. Ma entrate nelle nostre case, nell’anno di grazia 1932, dopo tanta letteratura che se n’è fatta; vestite i nostri panni; ingoiate la miseria che ci assiste notte e giorno, e ci brucia come un lento fuoco o la tisi. Resistiamo da secoli, intatti e schiavi. Un uomo cade, una donna precipita, ma erano secoli che resistevano, eternità che stavano in piedi con la forza della disperazione di una speranza – e questa gli è venuta meno dentro il cuore tutto a un tratto. Noi non abbiamo scampo alle nostre debolezze; o si sta in piedi aggrappati disperatamente ai nostri cenci, alla nostra zuppa di cavolo, o lunghi distesi nella mota, irreparabilmente. Non abbiamo armi da usare contro qualcuno: non siamo stati noi a dettare le Leggi che ci governano. Siamo gente difesa soltanto dall’inerzia. Se io vi parlo di vizio, voi che dite? La paga di mio padre è di venti lire al giorno, siamo in tre a mangiare e c’è un conto mensile di assistenza ospedaliera da saldare per la mamma che prima di morire stette lunghi mesi in sanatorio. Ci hanno pignorato la credenza due volte che non siamo stati puntuali. E la tessera di povertà non ci spetta perché mio padre lavora. Verità sacrosante, quanto la margherita che spunta in mezzo al prato. È vero che lavora mio padre; e vorreste non godesse qualche lira delle venti facendo fiasco all’osteria? Eppure siamo in piedi e anche a me nasce la speranza nel cuore: ora lo avverto che ho sedici anni e la prossima settimana riscuoterò le mie prime cinque lire di bardotto.
Ci può essere un modo di voler bene a una donna che è peggio di abbandonarla.

(…) lungo un anno, il loro amore era stato una trepidante ascesa nella grazia, l’elementare bisogno di esprimersi l’inesprimibile che hanno le creature leali innamorate.
Dopo cena stavano entrambi sul terrazzino, e il padre parlava al suo figliolo, gli trasmetteva coi commento ai minimi episodi della giornata la sua umana esperienza, il suo sereno dolore del mondo.
Il quel momento bussarono alla porta. Erano uomini scortesi. “Polizia” dissero. Ammanettarono il padre. Rovistarono la casa per ogni dove, sbuzzando i materassi, rovesciando i cassetti come ladri. Se ne andarono scontenti, portandosi il padre. La madre era rimasta impietrita, accosto a un muro con le spalle, il bambino attaccato al seno, tutto il tempo. Il padre baciò Giorgio, poi la moglie e il bimbo ch’essa aveva in braccio. “Sarà nulla, penso” disse alla moglie. I visitatori sorrisero: “Lo pensi tu” commentarono.

(…) bisogna guardarsi, perché il nostro sudore non ce lo rubino gli altri e lo trasformino in villini per i loro comodi, e in leggi che ci sono contro.

(…) non mi conviene il perché della guerra. Non per paura, non credo di aver paura. Anzi penso che per forza di cosa sarò il primo di tutti noi a combatterla. Mi sembra però che prima ci sarebbero da fare qui tante cose. Mi sembra che basterebbe togliere un poco a tutti quelli che hanno per ricavarne più frutti che dalla occupazione dell’Abissinia.

(…) diceva che anche sotto questa guerra doveva esserci qualcosa che non era fatto a nostro vantaggio, se dopo guerre e guerre eravamo rimasti gli stessi poveri di prima.
Io non intendevo affatto giudicarti (…) non sono mica un prete.

(…) anche quelli che dopo vinta la guerra si credevano di navigare nell’oro si stanno svegliando con la bocca amara.
Chi ha voglia di lavorare vada in Abissinia, dicono, e in realtà chi c’è andato manda dei quattrini, ne guadagna dieci e ne fa guadagnare centomila, questa è la morale. Non cambia nulla per noi. Basta una malattia, sotto quel clima, per buttarti a terra più povero che mai. E anche lavora lavora, quando hai messo da parte qualche migliaio di lire, sarai sempre costretto a misurarti il pranzo con la cena. E gli altri si fanno i milioni standoti a guardare. Tanto vale restare a casa nostra, guadagnando quel poco che si è sempre guadagnato e serbarsi il corpo saldo il più possibile (…).

Capisci com’è? Con la scusa del risanamento abbattono il Quartiere e poi ci ricostruiscono palazzi per allargare il centro della città. Nello stesso tempo costruiscono le case alla periferia. Così le imprese fanno un doppio affare, mentre le nostre paghe restano sempre uguali, oppure oggi le aumentano e domani aumentano il prezzo del vino. È un giro vizioso, vecchio quanto il cucco, ma gli riesce sempre, che vuoi farci?
Anche l’aria e il sole sono cose da conquistare dietro le barricate.

Volete sapere qualcosa di più di questo libro? Dalla prefazione di Goffredo Fofi: “Il Quartiere racconta un popolo che non c’è più, già mutato negli anni del boom e definitivamente morto nel trentennio berlusconiano. (…) Non considero però Il Quartiere un romanzo datato, e credo anzi che il suo valore sia cresciuto nel tempo, perché i “racconti crudeli della gioventù” non hanno fine: anche se vengono oggi declinati su sfondi diversi e dentro contraddizioni diverse, essi fanno parte di una stagione della vita che sempre si ripete e ritorna e alla quale tutti hanno dovuto e hanno o avranno da confrontarsi. È questa, oltre il suo valore storico, l’attualità del Quartiere.”

Marco Sommariva

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