“Fontamara” di Ignazio Silone, edito da Mondadori
“Fontamara”, pubblicato a Zurigo, in tedesco, nel 1933, è uno dei più clamorosi casi letterari del secolo scorso. Il romanzo, conosciuto e amato in tutto il mondo, in Italia viene quasi ignorato per circa trent’anni. La vicenda s’inquadra nei primi anni della dittatura fascista a Fontamara, un paese della Marsica (una zona dell’Abruzzo); qui, la scala sociale conosce solo due condizioni: quella dei “cafoni”, che sono “i braccianti, i manovali, gli artigiani poveri”, e quella dei piccoli proprietari, ma sono solo i primi a subire i soprusi e le ingiustizie. La figura ribelle è quella del giovane Berardo Viola, che subirà le torture della milizia fascista e sarà il primo “cafone” a morire in nome di una causa collettiva.
Potrete leggere passaggi come questi:
I cafoni si lamentavano, bestemmiavano, litigavano, si angustiavano, non sapevano che cosa mangiare né vestire. Allora il papa si sentì afflitto nel più profondo del cuore, prese dalla bisaccia una nuvola di pidocchi di una nuova specie e li lanciò sulle case dei poveri, dicendo: “Prendete, o figli amatissimi, prendete e grattatevi. Così nei momenti di ozio, qualche cosa vi distrarrà dai pensieri del peccato”. Questo era stato il sogno di Michele Zompa.
Poi cominciò un’epoca in cui la morte degli uomini di Fontamara in età di votare non venne più notificata al comune, ma a don Circostanza, il quale, grazie alla sua arte, li faceva rimanere vivi sulla carta e a ogni elezione li lasciava votare a modo suo. La famiglia del morto-vivo riceveva ogni volta in compenso cinque lire di consolazione. (…) Quel vantaggioso sistema si chiamava (…) la democrazia. E grazie all’appoggio sicuro e fedele dei nostri morti, la democrazia di don Circostanza riusciva in ogni elezione vittoriosa.
Non serve avere ragione (…) se manca l’istruzione per farla valere.
Non bisogna più ragionare (…). Bisogna farla finita coi ragionamenti. E poi, siamo sinceri, a che servono i ragionamenti? Se uno ha fame, può nutrirsi di ragionamenti? Bisogna farla finita con questa cosa inutile.
Coi padroni non si ragiona, questa è la mia regola. Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona. Perciò la nostra vita è cento volte peggiore di quella degli asini veri, che non ragionano (o, almeno, fingono di non ragionare). L’asino irragionevole porta 70, 90, 100 chili di peso; oltre non ne porta. (…) nessun ragionamento lo convince. Nessun discorso lo muove. Lui non ti capisce (o finge di non capire). Ma il cafone invece, ragiona. Il cafone può essere persuaso. Può essere persuaso a digiunare. Può essere persuaso a dare la vita per il suo padrone. Può essere persuaso ad andare in guerra. Può essere persuaso che nell’altro mondo c’è l’inferno benché lui non l’abbia mai visto. Vedete le conseguenze. Guardatevi intorno e vedete le conseguenze. (…) Un essere irragionevole non ammette il digiuno. Dice: se mangio lavoro, se non mangio non lavoro. O meglio neppure lo dice, perché allora ragionerebbe, ma per naturalezza così agisce. Pensa dunque un po’ se (…) invece di essere asini ragionevoli, cioè addomesticabili, cioè convincibili, cioè esposti al timore del carabiniere, del prete, del giudice, fossero invece veri somari, completamente privi di ragione. Il principe potrebbe andare per elemosina.
Si torna alla vecchia legge (…) quando tra le capanne dei cafoni e la reggia non c’erano le caserme, le sottoprefetture, le prefetture di ora, e i regnanti, una volta all’anno, si travestivano da poveri e andavano per le fiere ad ascoltare le doglianze dei poveri. Poi vennero le elezioni e i regnanti perdettero di vista la povera gente.
Un Governo formato con le elezioni è sempre in soggezione dei ricchi che fanno le elezioni. Mentre un Governo d’un solo, può far paura ai ricchi. Può esistere gelosia o concorrenza tra un regnante e un cafone? Sarebbe da ridere. Ma facilmente può nascere tra un regnante e il principe Torlonia.
Ogni Governo è sempre composto di ladri. Per i cafoni è meglio, naturalmente, che il Governo sia composto di un solo ladro piuttosto che di cinquecento. Perché un gran ladro, per quanto grande sia, mangia sempre meno di cinquecento ladri, piccoli e affamati.
Questi uomini in camicia nera, d’altronde noi li conoscevamo. Per farsi coraggio essi avevano bisogno di venire di notte. La maggior parte puzzavano di vino, eppure a guardarli da vicino, negli occhi, non osavano sostenere lo sguardo. Anche loro erano povera gente. Ma una categoria speciale di povera gente, senza terra, senza mestieri, o con molti mestieri, che è lo stesso, ribelli al lavoro pesante; troppo deboli e vili per ribellarsi ai ricchi e alle autorità, essi preferivano di servirli per ottenere il permesso di rubare e opprimere gli altri poveri, i cafoni, i fittavoli, i piccoli proprietari. Incontrandoli per strada e di giorno, essi erano umili e ossequiosi, di notte e in gruppo cattivi, malvagi, traditori. Sempre essi erano stati al servizio di chi comanda e sempre lo saranno. Ma il loro raggruppamento in un esercito speciale, con una divisa speciale, e un armamento speciale, era una novità di pochi anni. Sono essi i cosiddetti fascisti.
Le sedi delle banche erano l’una più grandiosa dell’altra, e alcune avevano delle cupole, come le chiese. Attorno ad esse vi era un gran vivaio di persone e di automobili. Berardo non si stancava di ammirare. “Ma hanno la cupola” io obiettavo “forse sono chiese.” “Sì, ma con un altro Dio” rispondeva Berardo ridendo. “Il vero Dio che ora effettivamente comanda sulla terra, il Denaro. E comanda su tutti, anche sui preti (…), che a parole predicano il dio del cielo. La nostra rovina forse è stata di aver continuato a credere al vecchio dio, mentre sulla terra adesso ne regna uno nuovo.”
Cos’altro aggiungere? Il successo internazionale portò “Fontamara” ad essere tradotto in 27 lingue. Il romanzo, prima censurato dal regime fascista e poi osteggiato dalla cultura di sinistra, trionferà in Italia soltanto nel 1965. Un’ultima cosa: una curiosità: Ignazio Silone è il nome, prima assunto nella clandestinità e poi riconosciuto anche all’anagrafe, di Secondino Tranquilli.










