Il nostro modo di dire la nostra: pensieri spesso sconclusionati, ma veri che emozionano.

Agorafobia: Cosa Succede Quando Viene Meno Il Senso Di Sé:

Grazie alla reciproca collaborazione con la conduttrice radiofonica Mirella Catena, abbiamo la gradita opportunità di pubblicare la versione scritta delle interviste effettuate nel corso del suo programma Overthewall, in onda ogni domenica alle 21.30 su Witch Web Radio. Questa volta Mirella ha intervistato Mirko, fondatore della metal band bresciana Death Waltz. MC Il vostro progetto musicale si forma nel 2014, quali sono state le vostre precedenti esperienze musicali? Le nostre precedenti esperienze sono state per me i BigNamy’s Knowledge (Inediti Stoner), per Diego e Jacopo i Bound To Bleed (Inediti Hardcore), per Alberto i Damn (Inediti Hard Rock) e per Stefano tributi metal vari. MC Vogliamo citare la line up completa attuale? Jacopo Polonioli (Batteria), Diego Dangolini (Basso), Stefano Comensoli e Mirko Scarpellini (Chitarre) e Alberto Scolari (Voce). MC Chi scrive musica e testi e quali sono gli argomenti da cui traete maggior ispirazione? La musica di questo disco è stata scritta da tutti, o partendo da un riff creato in sala prove, poi successivamente lavorato oppure partendo da bozze pre-registrate da me, mentre per quanto riguarda i testi sono tutti opera di Alberto. MC Nel giugno del 2018 è uscito ufficialmente sia in formato fisico che digitale Born to Burn. Ci parli di questo disco? Questo disco parla di ribellione e protesta, nel senso che “oggi” con questa vita frenetica si è portati a pensare o peggio a lasciarsi andare, mentre il nostro messaggio è Born to Burn (nati per bruciare), quindi “lasciati scivolare un po’ tutto addosso e combatti, affronta le difficoltà e vivila fino alla fine!” MC Ai giorni nostri è abbastanza facile avere visibilità, soprattutto per le band underground, tramite i social e le varie piattaforme musicali. Secondo la vostra esperienza è un’opportunità in più rispetto al passato o per certi versi il web può penalizzare? Ci sono vari pensieri al riguardo: nel nostro caso specifico diciamo che ci stanno aiutando e non poco, infatti dall’uscita del video ufficiale (https://www.youtube.com/watch?v=X-LOB3ZzCPk) abbiamo avuto un picco di follower e ci sono arrivati messaggi da tante parti del mondo (Giappone, Germania, Ungheria, USA). Però non a tutti va bene, diciamo che come per tutte le cose, se ci lavori funziona se non fai nulla diventa complicato; noi, per fare un altro esempio, tramite i social abbiamo trovato Ad Noctem Records di Muriel Saracino che ci sta aiutando molto nella promozione di questo disco! MC Dove possono seguirvi i nostri ascoltatori? Su Facebook https://www.facebook.com/deathwaltz.band, su Instagram https://www.instagram.com/deathwaltzband/?hl=it, su YouTube https://www.youtube.com/channel/UC_s4eYbIB-Ei4Nr0WyQtW2A … e in giro per locali. MC Grazie di essere stati su Overthewall! A voi l’ultima parola! Grazie mille per lo spazio che ci avete dedicato, continuate a seguirci se lo fate già sui social, altrimenti iniziate a farlo! Stay Metal, Stay Death Waltz \m/

Bar Molinari, Centro Storico Modena.: Una mattina tiepida. Ma irrespirabile. Si ha quasi l’impressione che l’ossigeno sia gomma. Si cementifica nei polmoni. M…

Dei Delitti E Del Pene: Erano 35 giorni che vagavo alla sua ricerca,tra stenti,rabbia forse,risate nervose,avevo perso le unghie del piede destr…

Federico Fabbri del Borda! Fest. Disegnatore e mente del Festival, di recente ha esposto alla Tekè Gallery di Carrara.

(Diario di una maniaco-ossessivo-compulsiva depressa amante del caffè). 23 febbraio 2019. Prologo. Giorno zero. Anno zero. Genesi. Alba. Nascita di un giorno nuovo. Epifania. Illuminazione. Chiamata. Sono Ilda. Salve a tutti. Mi chiamo Ilda. Benvenuti. Accomodatevi. Voglio che vi sentiate a vostro agio. Questo è il mio salotto virtuale. Sono Ilda. L’ho già detto? Non stupitevi. Io amo ripetermi. Sono perfetta. La ripetizione amplifica. Sono perfetta. Depressa, ma perfetta. Devo ripetermi. Ed io devo essere amplificata. Sono in questo modo, ognuno di voi potrà avere un pezzetto di me. Sono Ilda. Ilda. Ricordatevelo. Ilda. Mi chiamo Ilda. Sono depressa. Chi non lo è in questa società? Sono nata. Cresciuta. Ma non sono diventata quello che volevo essere. Per questo mi deprimo. Sono Ilda. Mi chiamo Ilda. Sono perfettamente depressa. Ed amo il caffè. In questa società di mentecatti. Di avvoltoi. Di ciccioni. Di serpi. Di gente con l’acqua del cesso al posto del cervello. Dicevo. In questa società di egoisti. Di bugiardi. Di meschini. L’unica cosa che si salva. E che mi salva. Dal buio inespugnabile della mia mente. Dal grigiore soffocante del vivere quotidiano. È il caffè. Mmmmmh. Il caffè. Io amo il caffè. Mi chiamo Ilda. Ed amo il caffè. Il caffè è schietto. Onesto. Taluni ci vedono anche il futuro, nel suo fondo. In quel che resta di lui. Io personalmente non ci credo. Il caffè non perde tempo in cose futili come la chiaroveggenza. Se il futuro deve venire, perché sprecare energie anticipando eventi a cui è impossibile sottrarsi? Gente comune. Siete degli ignoranti. Non ponete il caffè al vostro livello. Mi chiamo Ilda. Ed amo il caffè. Mi chiamo Ilda. E l’unica cosa che mi concede una parvenza di gioia. È il caffè. Senza di lui, mi sarei già buttata sotto un treno. Da un balcone. Da un terrazzo. Mi chiamo Ilda. Sono perfetta. E sono depressa. Ci sono mattine in cui suona la sveglia. Ed io tremo. Tremo. Ho paura. Ho la nausea. Non credo di potercela fare. Piango. Non posso alzarmi. Affrontare la giornata? La burocrazia reclama la mia gola. So già cosa aspettarmi: volti nascosti da maschere di pietra. Brutti musi che si susseguono. Come finestrini di un treno in corsa. Umiliazioni. Per lo più gratuite e prive di fondamento. Stanchezza. Mentale e fisica. Aridità morale. Avrò sete tutto il giorno. La vista annebbiata. Il cuore pesante. Un sasso posato malamente sulla bocca dello stomaco. Tremo. La sveglia suona ancora. Che fare? Smettila. Puttana. Che suoni come un’isterica in calore. Smettila. Io non voglio alzarmi. Ti ho detto che ho paura. Non voglio muovermi. Voglio morire. Così. Dolce sonno eterno. Basta. Sono stanca. Non voglio più lottare. Non sarò un Don Quijote contro i mulini a vento. Ma poi. Ecco. Mi arriva l’immagine di lui. Rovente. Tiepido. Fuma. È deciso. Il suo corpo robusto. Sento il suo profumo. Ne assaporo il suo carattere. Così amaro e temibile. Ma avvolgente al tempo stesso. Sicuro. Accogliente. Ti vedo giungere a me in una tazzina rovente. Caffè. Solo tu puoi aiutarmi ad alzarmi. Mi sono stancata. Di vivere così. Tra una tazzina e l’altra. Sempre la stessa. Sempre la solita consistenza. Seppur tanto amata. Ho due tappe fisse quotidiane. La prima. Quella della moka di casa. Famigliare. Conosciuta. La seconda. Quella dell’ufficio. L’infallibile macchinetta a cialde. Nota anch’essa. Promettente ed accessibile. Una dose quotidiana di caffeina. Irrinunciabile. Le amo. Entrambe. Senza di loro, come potrei sopravvivere alle giornate? Sono il mio sale. Il mio sole. Il mio io e dio. Che me ne faccio di un pene se ho il caffè? Ho scelto la via e la vita della zitella frigida. Che me ne frega? Io sono soddisfatta. Il sesso per la maggior parte delle volte è sopravvalutato. È noioso. E sudato. Ma ciò che non delude mai, anche perché non suda, è il caffè. Il mio amato. Bellissimo. Nerissimo. Amarissimo. Caffè. Dicevo. Che comunque un po’ mi sono stancata. Una vita prevedibilmente sicura. Una vita priva di sorprese. Una vita fatta di routine irrinunciabili, certo. Ma pur sempre prevedibili, dicevo. Sono in una fase di apatica noia. Ho bisogno di sorprese. Di stimoli. Ho bisogno di scoprire nuovi caffè. Nuove emozioni. Nuovo intensi sapori. Ed ecco. Ho avuto l’illuminazione. Ho ricevuto la chiamata. Sonderò tutti i caffè di ogni bar della mia città. Nessuno escluso. Li proverò e li catalogherò tutti. Un progetto ambizioso, lo so. Me ne rendo conto. Ma io sono Ilda. Sono perfetta. Depressa. Posso fare qualsiasi cosa. Mi chiamo Ilda. E amo il caffè. Che fare se uno nasce con una passione siffatta? Non gli resta che provare ogni caffè. E così farò. Io sono Ilda. Amo il caffè. E da oggi li proverò tutti. Ovviamente, accompagnati da una simpatica brioches. #staytuned #stayIlda #staycoffee

Prima puntanta : Isla Utopia – Parte 1: Uscita B42 Seconda puntata: Isla Utopia – Parte 2: Cosa essere tu? Forse, sognare… La prima edizione di Cent’anni di solitudine è stata pubblicata a Buenos Aires agli inizi di giugno del 1967. Aracataca, il villaggio colombiano in cui è nato Gabriel García Márquez, si trasforma nella fantasia dello scrittore e diventa Macondo, “una città invisibile” più reale di molte città palpabili. Il romanzo verrà letto da quasi cinquanta milioni di persone, mutando l’immaginario dell’America Latina nel resto del mondo. Migliaia di bambini europei e americani si chiameranno con il nome degli abitanti di Macondo, diventando Aureliano, José Arcadio, Remedios o Amaranta Ursula. Bambino, non ho nomi di Macondo, ma a quattro anni il mio nome cambia. Il primo sguardo e le prime scoperte sono di Luca, il mio primo nome, invece, è ancora sulla carta, eredità del nonno che vive in Argentina. Ma un giorno il nonno arriva alla porta e si accorge che a Genova si potrebbe anche fermare: l’allergia lo lascia in pace, ha smesso di starnutire. È un motivo sufficiente per rimanere ed è così che la sua guarigione mi definisce Leonardo. Con l’avvento dei nonni, entra in casa anche una lingua improbabile, una “mezcla” di spagnolo, dialetto calabrese e italiano. La Macondo della mia fantasia prende forma guardando nello stereoscopio le immagini tridimensionali del matrimonio dei miei e la bisnonna baffuta delle foto diventa la mia Ursula Iguarán, capostipite di cent’anni di solitudine. La Plata è il luogo immaginario delle storie ed è anche il luogo da cui affermo di arrivare, che negli anni Ottanta a scuola è più facile dire di essere straniero che meridionale. Ora che ci siamo risvegliati dentro e attraverso le sue strade con mia mamma e i miei figli sento che la vita sa anche essere dannatamente bella e che in sta città quadrata non ci si può perdere manco da ubriachi. Quando l’architetto Benoit l’ha ideata insieme ai suoi fratelli massoni ha chiaramente preferito la squadra al compasso, cosicché ci si muove dentro vie ad angolo retto che non hanno nomi ma numeri. Ogni isolato è un quadrato e ogni sei quadrati c’è una piazza, non ci si può sbagliare, al limite a confondere ci pensano le diagonali che si intersecano. La mia Macondo, se esiste, deve essere un po’ più in là, fuori dal tracciato della città. Sull’autostrada La Plata-Buenos Aires la trovo, a Ensenada, con il cartello “Isla Utopia”. Non c’è altro che un’isoletta lontana e per quanto uno si sforzi di capire non può che dirsi: non so, ho solo le coordinate di un mondo immaginario, Macondo, Utopia, una vibrazione nella mente. Faccio una ricerca e scopro che si tratta di un’intuizione artistica di un universitario platense e che la sua intenzione è di reinventare quel luogo, chiamandolo come il romanzo di Thomas More, dove l’isola utopica è un luogo che non è in nessun luogo e gli uomini hanno imparato a stare insieme. Torno a casa e guardo su Wikipedia la xilografia della prima edizione del 1516 di Utopia, poi guardo l’immagine di copertina della prima edizione di Cent’anni di solitudine: vi sono delle navi che portano all’isola, che vagano nella selva e nelle paludi, che portano oltre il limite della nostra fantasia. “Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso”… e sono passati quasi cent’anni da quando il fratello di mio nonno, il primo a partire, è arrivato in Argentina sull’Ammiraglio Bettolo. Bene, ora posso dipanare la matassa della mia immaginazione. E raccontare il mio viaggio…

Editore:Ass.Culturale Il Foglio “Karma Hostel” è la storia di un giovane italiano che, deluso dal proprio Paese, emigra in Cina. A Houhai, un paesino di pescatori cantonesi sull’isola tropicale di Hainan, apre un ostello per surfisti. Così inizia un’avventura dalle spiagge tropicali del Sud alle montagne del Sichuan fino alla poetica decadenza di Pechino e Chongqing. Tra tifoni, onde tropicali e voli alla De Quincey, De Luca mostra, con uno stile avvolgente, una Cina underground psichedelica e ribelle. Una sanguigna denuncia sociale, ecologica, antropologica, di un mondo avvelenato in cui Occidente e Oriente si specchiano l’uno nell’altro. “Uno straordinario romanzo che vi farà viaggiare fino in Cina e sarà una Cina vera, che non vi aspettate, mica la Cina radical chic di Federico Rampini (Karma Hostel).” – Gordiano Lupi – EDIZIONI IL FOGLIO “Un libro necessario. Che emoziona!” (Renzo Paris) “Con Karma Hostel De Luca scava un tunnel dalle profondità abissali. Dall’Ovest di un mondo pingue e imbolsito all’Est di una realtà che divora e si divora.Sul fondo la forza di una scrittura avvolgente, una scrittura che dice senza ammiccare a giochi di retorica.” (Vladimir Di Prima) “Le parole di De Luca pesano e pensano, formano un corpo nuovo, una transizione tra quel che c’è e quel che sarà.” (Iago) “Un romanzo selvaggio e fuori dagli schemi. Un viaggio dentro un mondo lontano e sconosciuto.” (Andrea Cotti) Francesco De Luca nasce a Roma il 17 Maggio 1979 da famiglia partenopea. Cominca a scrivere i primi versi durante il periodo universitario. Si laurea in Scienze della Comunicazione presso “La Sapienza” di Roma nel 2004. Deluso dalla situazione generale italiana, nel 2005 si trasferisce in Cina dove studia mandarino all’Università di Lingua e Cultura di Pechino. Qui rimane quasi un decennio affascinato dalla decadenza della società comunista capitalista contemporanea in contrapposizione al mondo romantico e cattolico delle sue origini. Tra il 2011 ed il 2014 risiede e lavora come giornalista, scrivendo per Cosmopolitan, Outside Magazine, Traveller e Coastal Life Mag, sull’isola tropicale di Hainan, di fronte al Vietnam. Qui fonda Chinasurfreport, il primo webmagazine cinese dedicato interamente alla promozione del surfing e della cultura surfistica in Cina, stringendo rapporti d’amicizia con John Severson (RIP), Jim Loomis e molti altri veterani. È inoltre musicista, interprete e promotore dei rapporti culturali tra Italia e Cina, svolgendo attività d’interpretariato per il Ministero degli Interni, il Tribunale di Roma e l’Associazione Sviluppo Italia Cina. Traduttore dall’inglese di Jim Loomis e dal cinese dei poeti HaiZi e GuCheng. Ha pubblicato “Anomalie” (Terre Sommerse, 2016). Attualmente vive tra Roma e Anzio. https://www.facebook.com/francescodelucautore/

Il giorno di San Valentino del 1989, moriva suicida, a Londra, dopo una vita di problemi, disturbi e dipendenze, il grande Vincent Crane. Quanto da lui realizzato con gli Atomic Rooster, al principio degli anni Settanta, rimane nella storia. Ma la sua è una vita da raccontare, viste anche le moltissime e interessanti collaborazioni musicali. Per ricordare adeguatamente, a tre decenni dalla scomparsa, il grande keyboards-player, tra coloro che hanno avuto il fondamentale ed indiscusso merito di avere portato le tastiere nel mondo dell’hard rock. Nel 1969, Vincent Crane (tastiere) e Carl Palmer (batteria) si incontrano, nella capitale inglese, alla corte del funambolico e teatrale Arthur Crown, istrionico campione del free rock più sperimentale e anti-conformista. Trovato il bassista e cantante in Nick Graham e rinunciando intenzionalmente alla chitarra, in favore di una formazione a tre tastiere-basso-batteria (un po’ come i coevi Quatermass), gli Atomic Rooster realizzano il loro esordio eponimo, un magnifico affresco di prog imperniato sul fantasioso e potente lavoro del tastierista, con tracce cucite, su misura, per lui. Lo stile ricordava, a tratti, quello di Brian Auger e dei suoi Oblivion e tendeva a saturare il suono. Friday the 13th fu e rimase un brano simbolo, Before Tomorrow una incalzante progressione strumentale, Winter invece una melodica ballata di stampo folk per piano e flauto, lirica e commovente, Broken Wings una tesa e fosca rivisitazione di John Mayall. Il drumming di Palmer era ritmicamente martellante e sempre puntuale, la voce di Graham appropriata al sound. Una vera e pionieristica lezione di art rock, di cui ELP avrebbero tratto presto i frutti in termini più enfatici e magniloquenti, oltre che remunerativi e con una notorietà su scala via via più vasta. Nonostante l’ottimo livello del debutto e i primi riscontri di critica, alla fine dell’anno Crane si vide costretto a reinventare la line-up: Palmer ha infatti raggiunto Emerson e Lake, per formare gli ELP, mentre Graham ha scelto di unirsi ai connazionali Skin Alley, con i quali realizzerà il classico di jazz rock To Pagham and Beyond (CBS, 1970), sulla scia dei danesi Burning Red Ivanhoe. Crane quindi recluta (rinunciando al bassista, in favore di un suono più hard) il chitarrista John Du Cann (il quale aveva fatto meraviglie con Attack, Five Day Week Straw People e, soprattutto, Andromeda) e Paul Hammond, alla batteria. Alla fine del 1970, esce così il capolavoro Death Walks Behind You, vertice dell’hard prog, intarsiato di atmosfere gotiche e dark, a partire dalla copertina raffigurante il celebre Nabuccodonosor di William Blake (1757-1827). Il disco, che sfiora la top ten britannica, riesce nel tentativo di fare incontrare l’hard dei Deep Purple e il prog tastieristico di ELP: una autentica pietra angolare dell’hard prog albionico più tetro ed evocativo, suggestivo e oscuro. Le sonorità sono oggi ancora inquietanti e sepolcrali, sinistre e misticheggianti, spettrali e malinconiche. Tomorrow Night salì sino al numero undici delle charts in Inghilterra, ma di pari livello sono la mini suite Streets, la ballad pianistica Nobody Else e il grintoso pomp rock ante litteram VUG. Tra il 1970 ed il 1971, gli Atomic Rooster suonano spessissimo da vivo. Il compact Live and Raw, oggi, documenta degnamente quelle infuocate esibizioni. Nel 1971, Crane suona anche il piano nel bellissimo e intenso disco d’esordio omonimo dell’ex-Taste Rory Gallagher. In quel medesimo anno, esce anche il terzo disco degli Atomic Rooster, intitolato In Hearing of, con la copertina di Roger Dean. Si tratta di un lavoro più classicamente legato agli stilemi dell’hard inglese, allora all’apogeo, che vede in grande spolvero la voce del nuovo cantante Peter French (dai leggendari Leaf Hound di Growers of Mushroom, uscito per la Decca, nel 1970) e non lesina momenti melodici ed intimistici, come in Decision / Indecision, accanto ai frangenti più duri e sferzanti di Head in the Sky. Un terzo grande classico, anche riascoltandolo ora. Il 1972 vede altri concerti dei galletti atomici – documentati, in seguito, su CD, dalle sessions alla BBC Live in Concert e dal mini Little Red Rooster – ma soprattutto una svolta in direzione funky e soul (Crane, che ha introdotto il sintetizzatore, se ne dichiara in quel periodo grande appassionato), nonché un parziale ricupero della tradizione rimontante al British Blues anni Sessanta. Il risultato è la pubblicazione, con il grande Chris Farlowe alla voce, di Made in England, con Steve Bolton alla chitarra e una stupenda veste grafica. Crane, con questo LP, cerca altresì di ricuperare qualcosa della vecchia ispirazione di impronta dark, sia pure solo a livello lirico e testuale. Un album comunque da rivalutare, insieme al successivo Nice and Greasy (Dawn, 1973), che vede il nuovo chitarrista John Goodsall – accreditato come Johnny Mandala (ormai gli avvicendamenti nella formazione degli AR sono una costante) – e tracce assai valide, tra le quali l’epica Voodoo in You e lo strumentale per solo piano Moods. Un altro vinile ingiustamente sottostimato. Nel 1974, gli Atomic Rooster pubblicano il singolo Tell Your Story / OD e nel 1975 si imbarcano in una disastrosa tournée italiana. Crane, sempre più scontroso e imprevedibile, segnato da problemi di natura psichica e dall’abuso di stupefacenti, fugge, in quella circostanza, con gli incassi, sciogliendo di fatto il suo gruppo, con questo gesto sconcertante e senza ritorno. Il talentuoso Goodsall si orienta verso la fusion progressiva, prima con i Brand X e poi con i notevoli e purtroppo misconosciuti Fire Merchants. Nel 1977, con materiale tratto dai primi tre dischi, la Mooncrest ricorda gli Atomic Rooster e Crane pubblicando la raccolta Home to Roost. In quello stesso anno, Crane ritrova il vecchio amico Arthur Brown e partecipa al suo Chisholm in My Boson (1977). I due, firmandolo con il nome di entrambi, danno altresì alle stampe nel 1979 l’interessante Faster Than the Speed of Light, a mezza strada tra prog sinfonico inglese e pomp rock americano, con belle parti orchestrali e grande uso del Moog. I due artisti collaborano anche, sempre nel 1979, al primo capitolo del progetto Richard Wahnfried: il disco Time Actor si muove in maniera notevolissima fra kraut rock ed elettronica tedesca. Una vera all-star band, composta – oltre che da Crane e Brown – anche dall’ex Santana Micheal Shrieve e dal mitico Klaus Schulze (Brown e Schulze collaborarono quello stesso anno anche a Dune, del primo): è evidente che, passati i suoi guai, Crane ha ritrovato la stabilità e la vena. Appare giunto quindi il momento, complice anche la montante NWOBHM, di dimenticare il passato e riformare gli Atomic Rooster. Nel 1980 – dopo che per poche settimane, prima di unirsi agli Hawkwind di Levitation, ha transitato nella rinata band anche Ginger Baker – vede la luce Atomic Rooster, aggiornamento in una chiave più metal delle sonorità di Death Walks Behind You. Sempre nel 1980, i galletti si presentano al Marquee di Londra in piena forma: con Crane ci sono i fedeli Du Cann e Hammond. Performance che uscirà tempo dopo anche su compact disc. Il successo di inizio carriera però non arriva. Crane – che è molto curioso verso il nuovo rock inglese e non teme mai confronti – vira pertanto col nuovo disco degli Atomic Rooster, Headline News (1983), verso un bel mix di prog rock elettronico e new wave inglese. Il disco è riuscito, ma in tempo di purismo imperante scontenta tutti. A nulla vale una serie di concerti tedeschi, sul finire di quel medesimo 1983, editi poi come Live in Germany. Per gli Atomic Rooster è nuovamente la fine, questa volta definitiva e non senza rammarichi. Crane, comunque, resta molto attivo e volenteroso. Suona con i Katmandu, dell’ex Fleetwood Mac Peter Green (A Case for the Blues, 1984), con i folk-rockers Dexys Midnight Runners (Don’t Stand Me Down, 1985) e sogna nuovi progetti, tutti però infranti il 14 febbraio del 1989. L’ex-moglie Jean – la sola che, fra le tante avventure che Crane ebbe nella sua non lunga vita, davvero lo amò più di ogni altra – contribuì a scegliere i pezzi che andarono a comporre le due antologie, pubblicate alla fine del 1989, per celebrare gli anni di Vincent con gli Atomic Rooster: Lose Your Mind e The Devil Hits Back contengono, oltre ai classici in studio, anche brani dal vivo, nonché versioni alternative o con un titolo leggermente differente rispetto a quelli noti. I collezionisti sono pertanto avvisati. Chi desidera oggi approfondire l’operato di Crane con gli Atomic Rooster può rifarsi al cofanetto in quattro CD, edito dalla Esoteric, con il titolo Sleeping For Years, che racchiude tutte le registrazioni del gruppo dal 1970 al 1974, oppure al doppio A Classic History (uscito a maggio del 2018), oppure ancora ai due volumi (specie il primo) di The First 10 Explosive Years (apparso nel 1999, per mano della Angel Air). Quanto alla serie completa degli incisioni radiofoniche, realizzate dai galletti, alla BBC con John Peel, tra il 1970 e il 1981, sono state pubblicate nel 1998 con il titolo Devil’s Answer, in omaggio a quella che resta forse la canzone più famosa di Crane e compagni. Un discorso a parte merita

Uno delle band culto del Death Metal svedese. Siamo negli anni ’90, quando tutto cominciò. Accaniti sperimentatori delle sonorità più prog, debuttarono con un album “Prodigal Sun” ad oggi ancora considerato pietra miliare del genere.