The Queen Is Dead Volume 235 – Bruno Berle, Yeti On Horseback, Mourir – recensione

Oggi vi proponiamo tre proposte come di sempre di grande valore Bruno Berle, Yeti On Horseback, Mourir.
Bruno Berle, Yeti On Horseback, Mourir

BRUNO BERLE

Questo disco ha uno scopo non facile, mostrare un uomo che parte da un posto piccolo e prova ad abitare il mondo intero senza perdere la propria voce. Il brasiliano Bruno Berle torna con “Sem Fronteiras” il suo terzo lavoro, su Far Out Recordings, registrato fra Londra, San Paolo, Minas Gerais, Germania e Maceió, ed è già chiaro che qui non stiamo parlando di un disco fatto per intrattenere e basta.

Berle viene dall’Alagoas, uno degli stati più poveri del Brasile, e prima di calcare i palchi di mezzo mondo, Regno Unito, Europa, Giappone, Corea, Cina, ha girato la sua terra inseguendo il lavoro dei genitori, da una città all’altra. Quella doppia natura, la gioia del muoversi e la fatica del non avere radici, è il cuore pulsante di questo disco, ed è anche il paradosso che Berle mette bene a fuoco: la musica viaggia libera per il pianeta, i corpi no, e questa distanza fra chi può attraversare i confini e chi no si sente in ogni piega di “Sem Fronteiras”.

Musicalmente siamo dalle parti del miglior pop brasiliano moderno, caldo, luminoso e tropicale, come possiamo ascoltare subito nell’iniziale “Você Já Sabe Que Eu Te Amo” insieme a Nyron Higor. Berle non è solo, e questo è forse il tratto più bello del disco, viene da una comunità di musicisti del nordest brasiliano come Nyron Higor, Phylipe Nunes, il fido Batata Boy in produzione, che scrive canzoni gli uni per gli altri, si presta i pezzi, suona nei dischi altrui, un po’ come faceva il Clube Da Esquina negli anni settanta a Minas Gerais. Non è un’operazione di marketing, è proprio un modo di stare al mondo, di fare musica come atto collettivo, e si sente.

“Amor Inteiro” è il momento in cui il disco si apre davvero, con la batteria di Pedro Lacerda che spinge e i cori di Nina Maia che allargano tutto, quella gioia da concerto che Berle porta anche nelle registrazioni. È un disco di cieli aperti e luce del mattino, come da programma, ma non è mai stucchevole, perché sotto la superficie morbida c’è sempre quella tensione fra chi si muove per scelta e chi si muove per necessità.

Non è un disco che grida, non ne ha bisogno: “Sem Fronteiras” convince con la grazia, con la cura degli arrangiamenti, con una voce che sa essere delicata senza essere mai debole. Un disco che parla di confini proprio mentre li attraversa tutti, e lo fa con un’onestà difficile da trovare di questi tempi

BRUNO BERLE – SEM FRONTEIRAS – STREAMING

BRUNO BERLE – SEM FRONTEIRAS – TRACKLIST

1 Bruno Berle;Nyron Higor – Você Já Sabe Que Eu Te Amo [3:48]
2 Bruno Berle – Não Posso Viver Sem Você [3:25]
3 Bruno Berle – A Noite De Estrelas [3:34]
4 Bruno Berle – Outra Noite [3:04]
5 Bruno Berle – Amor Inteiro [2:00]
6 Bruno Berle – Ideias Mágicas [2:14]
7 Bruno Berle – Vim Dizer [2:01]
8 Bruno Berle – Tô Assim [2:19]
9 Bruno Berle – Manhã [2:32]
10 Bruno Berle – Sem Fronteiras [2:40]

YETI ON HORSEBACK

“Traditional Addictions” dei canadesi Yeti On Horseback è un disco che ti tiene in apnea totale per quarantasette minuti. Quintetto di London, Ontario, che si firma solo con le iniziali, S.M. al basso e voce, E.T. alla batteria, S.S. voce e soundscapes, R.P. voce e chitarra, M.S. alla chitarra solista, fanno un doom sporco, lento, che affonda le radici in Sleep, Electric Wizard, Yob, Melvins, ma con un accanimento nuovo, più cupo e più fisico, adattissimo per raccontare storie di droga, gioco d’azzardo e deliri.

Quattro pezzi soltanto, quattro anni di lavorazione con Greg Dawson ai BWC Studios di Kingston, un lavoro finemente cesellato perché non c’è un grammo di grasso superfluo,ogni riff è lì a fare un lavoro preciso :quello di scavare. Il tema è la dipendenza, non come metafora ma come cosa vissuta, cicli di trauma che si rincorrono, e l’opener “Drug Addict” lo dice fin dal titolo, tredici minuti di ossessione ripetuta fino allo sfinimento, quasi un mantra malato, di quelli che senti e capisci perché certe canzoni fanno più male di certi discorsi.

Il disco precedente, “The Great Dying”, li aveva già messi sulla mappa del doom internazionale come una delle voci più oneste della scena canadese, ma qui il quadro si fa più pesane, più marcio, se possibile. “Mariner’s Lament” e “Through With This Flesh” continuano a scavare nello stesso pozzo, fra rallentamenti che sembrano non finire mai e urla che arrivano da sottoterra o da dentro di noi, mentre “Erotic Goth Dad” chiude il disco su un territorio quasi ipnotico, drone che si allontana lentamente come se il disco stesso si volesse disintegrare.

Non è un disco per tutti, e va bene così: il doom sludge più sincero non deve piacere a tutti, deve dire la verità a chi ha voglia di ascoltarla. Gli Yeti On Horseback non stanno celebrando niente, stanno mettendo a nudo un meccanismo, quello della dipendenza che si ripete uguale a sé stessa, e lo fanno con un suono che pesa come dovrebbe pesare questa roba. Droga, musica pesante e paranoica, cosa volere di più? Ah sì, una copertina bellissima come questa.

YETI ON HORSEBACK -TRADITIONAL ADDICTIONS – STREAMING

YETI ON HORSEBACK -TRADITIONAL ADDICTIONS – TRACKLIST

1. Drug Addict (13.55)
2. Mariner’s Lament (09.18)
3. Through With This Flesh (09.58)
4. Erotic Goth Dad (14.33)

MOURIR

Il black metal francese ha smesso da un pezzo di guardare alla Norvegia come unico faro, ed è da tempo che quel paese ci restituisce alcune delle cose più interessanti del genere, spesso proprio perché se ne infischia dei suoi dogmi. I Mourir sono uno degli esempi più lucidi di questa emancipazione, e “Nous, le venin”, il loro secondo full length su Pelagic Records, ne è la conferma più netta.

Il quartetto tolosano nasce dalle ceneri di un progetto solista, Vermine, che un certo Olivier Lolmède, allora bassista dei Plebeian Grandstand, mette in piedi nell’inverno del 2016, tra cassette autoprodotte e un’attitudine vera e sentita. Da lì la cosa si trasforma in gruppo vero e proprio, arriva un EP sperimentale, “Insolence”, un cambio di formazione con l’ingresso di Théophile Antolinos (che suona basso anche nei BRUIT ≤), e infine l’approdo alla Pelagic Records, etichetta berlinese che negli ultimi anni ha fiutato benissimo quella faglia dove il black metal si fonde con lo sludge e il post metal.

Registrato nel gennaio 2026 con Amaury Sauvé, già dietro la consolle di Birds In Row, Igorrr e Pneu, al The Apiary Studio di Laval, il disco raccoglie sei brani per poco più di quaranta minuti, e già al primo ascolto è chiaro che Mourir non ha nessuna intenzione di scrivere l’ennesimo disco di black metal ovvio e scontato. Qui il black metal è materia viva, contaminata, che si abbevera al noise e al doom con la stessa naturalezza con cui respira, e in questo trova compagni di strada più nei Korsakov o nei Nature Morte che nei classici del genere: la stessa scuola francese, insomma, quella che negli ultimi anni ha reinventato il vocabolario del metallo nero senza mai rinnegarne la matrice.

“Mon rêve animal” è forse il punto in cui il disco si allontana di più dal black metal ortodosso: si apre lenta, quasi doom, con il basso di Antolinos che prende finalmente lo spazio che merita e trascina tutto in una palude di oscurità più lisergica che aggressiva, prima che la batteria rimetta ordine a suon di blast beat.

“Aux inutiles” racconta l’inutilità della propria esistenza con un incedere quasi marziale, mentre la title track chiude il disco superando abbondantemente i dieci minuti, in quella che è una vera e propria discesa lenta e glaciale verso il nulla, il venin del titolo che si insinua goccia dopo goccia fino a diventare l’unica sostanza rimasta nelle vene dell’ascoltatore.

“Nous, le venin” non è un disco comodo, e nemmeno un disco che strizza l’occhio a chi cerca solo velocità e blast beat fine a se stessi: è un lavoro che prende il suo tempo, che alterna la rabbia all’introspezione più cupa, e che nel farlo mette la band tolosana un gradino sopra molte cose ascoltate quest’anno nel filone del black metal moderno europeo. Un disco che non cerca la consolazione facile, ma che nemmeno si arrende del tutto al nichilismo, venin, il veleno insito in noi, gli esseri umani.

MOURIR -NOUS, LE VENIN- STREAMING

MOURIR -NOUS, LE VENIN- TRACKLIST

1 Feu d’un regard

2 Ennui Ennemi

3 Mon rêve animal

4 Je est absent

5 Aux inutiles

6 Nous, le venin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

CANALE TELEGRAM

RIMANI IN CONTATTO

GRUPPO WHATSUP

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE

Regev Baruch – Super Sparta

Baruch ha compiuto una grandissima opera e non è solo, in Israele una piccola minoranza di persone rifiuta il diktat militare e fascista del genocidio, e quella minoranza è l’unica speranza di sopravvivenza per Israele, come questo disco è una fiammella importantissima da tenere accesa a tutti i costi.