Estate piena, un caldo che ti toglie il respiro e ti ammazza (metaforicamente e non… magari se gli esseri umani pensassero a piantare più alberi e investire di meno sul cemento sarebbe meglio e ne gioverebbe anche il clima) e ti sfianca nel corpo e nello spirito, zanzare, mosche e formiche ovunque, sudi anche l’acqua del battesimo, fai fatica a dormire, accendi la radio, apri i social network e devi sorbirti l’immondizia dei “tormentoni” estivi che ti martellano il cervello e fracassano lo scroto (o, in alternativa, le ovaie); passi alla televisione e senti parlare solo di migranti, “sicurezza”, famiglie nel bosco, gioiellieri, “legittima difesa” e legittimazione del far west della “giustizia fai da te”, morbosi dettagli dei casi di cronaca nera usati dai media mainstream e dai politicanti al governo come armi di distrazione di massa per tenere buono il popolino (e aizzarlo contro lo “straniero” e farlo inneggiare all’avvento di futuri “generalissimi” e prossimi “salvatori della Patria”, bevendosi ancora la storiella dell’uomo “forte” e solo al comando che risolve tutti i problemi) e nascondere i propri fallimenti conclamati a livello nazionale e internazionale, con la propria attiva complicità offerta ai capi militari-finanziari (a strisce o di Davide, in ogni caso stellati) nel genocidio di un popolo che si sta consumando al di là del “Mare nostrum” Mediterraneo, e di cui ormai quasi non si parla più.
Dove andremo a finire, signora mia? Qui la benzina sfonda verso il prezzo di quasi 3 euro al litro, poveri cristi sfruttati per due euro all’ora di paga muoiono di caldo vittime dell’italianissimo caporalato, miliardi di euro vengono destinati al business delle lobby del riarmo e della guerra (invece che al rafforzamento di scuola e sanità pubbliche, l’istituzione di un reddito di base universale, misure per contrastare il carovita, innalzare il livello medio degli stipendi e adeguarlo alla media europea, o una massiccia e seria campagna di prevenzione per la messa in sicurezza di un territorio, quello italiano, ad altissimo rischio idrogeologico) ma la gente pensa solo a coltivare il proprio orticello individualista, a rincoglionirsi guardando tremila serie TV e indebitarsi per andare a fare le vacanze “Instagrammabili”.
In questo buco nero in cui è precipitato ogni barlume di speranza e fiducia (mal)riposta nel nostro “Bel Paese”, l’unica nota lieta (davvero l’unica) è rappresentata dalla possibilità di accedere dall’alluvione di nuove uscite musicali che, se da un lato hanno ingolfato le piattaforme musicali e mandato al macero la sanità mentale dei recensori (è praticamente/umanamente impossibile stare dietro alle migliaia di canzoni caricate ogni giorno su internet, figurarsi ascoltare le decine di migliaia di album che vengono pubblicati nell’arco di un anno solare!) dall’altro lato, però, ci tengono compagnia e ci fanno sentire meno soli.
Tra i millemila dischi che stanno vedendo la luce quest’anno, siamo contenti di segnalare un ritorno discografico (anche se non si tratta di materialmente propriamente nuovo/recente) della alternative/experimental rock band statunitense Butthole Surfers, visionario progetto fondato nel 1981 dal chitarrista Paul Leary e dal frontman Gibby Haynes, protagonista, soprattutto negli Eighties, di una stravagante e avanguardistica avventura sonora, partita dal ciclone dell’hardcore punk ma poi evolutasi in una iconoclasta e caotica sintesi tra noise rock, psichedelia, punk e dark humor, soprattutto con gli album del periodo sulla label Touch and Go (l’Ep omonimo e poi il full length d’esordio “Psychic… Powerless… Another Man’s Sac”e poi “Rembrandt Pussyhorse“, “Locust Abortion Technician“, e “Hairway To Steven“) seminali per lo sviluppo dell’alternative rock statunitense, definendo una parabola folle e variopinta, caratterizzata da concerti caotici, distruttivi e controversi, dall’importanza spesso sottovalutata (che avrebbe raggiunto il picco con la partecipazione del combo alla prima edizione del noto festival itinerante Lollapalooza, e il successivo passaggio su major agli inizi degli anni Novanta, che darà alla band in un inaspettata popolarità mainstream col singolo “Pepper“, tratto dal disco del 1996 “Electriclarryland“) e poi ampiamente rivalutata col passare degli anni.
Il gruppo texano (che, oltre a Leary e Haynes, annovera il batterista Jeff Pinkus al basso e King Coffey alla batteria, e qualche anno fa ha registrato la dolorosa dipartita della sua ex batterista storica, Teresa “Nervosa” Taylor) quest’anno è finalmente riuscito a far uscire (attraverso Sunset Blvd Records) “After the astronaut“, un lost album la cui pubblicazione era stata prevista nel 1998, ma che fu cestinato dalla major che li aveva sotto contratto, la Capitol records, con diverse tracce e idee dell’album che vennero in parte rielaborate e riutilizzate per “Weird revolution” nel 2001, che resta, finora, l’ultimo studio album ufficiale pubblicato dai Butthole Surfers, che da un decennio sono entrati in un periodo di pausa a tempo indeterminato, nonostante l’uscita, l’anno scorso, di un documentario che racconta le vicissitudini della band, “The Hole truth… and nothing butt“.
La storia di “After the astronaut” parte dal 1998, quando i Surfisti del buco del culo erano nel pieno del loro periodo su major e stavano vivendo il loro maggiore momento di fama dopo la realizzazione del succitato “Eletriclarryland”, che aveva venduto molte copie. Il gruppo presentò alla Capitol i master coi nastri dei brani che volevano pubblicare per l’album successivo che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto essere intitolato “After the astronaut”, ma il materiale divenne subito oggetto di conflitto tra la band e la major, che aveva messo sotto contratto i Butthole Surfers per avere un ritorno economico nell’allora corsa all’oro dell’alternative rock generata dal boom del movimento “grunge” di Seattle, e rigettò subito quelle canzoni perché giudicate ostiche e “invendibili”, in quanto prive di un “hit single” che potesse fare da traino alle vendite (e generose entrate nelle casse della Capitol) e far guadagnare ai BS passaggi radiofonici e televisivi.
A ciò fu contrapposta la determinazione, di Haynes e compagnia, nel rifiutare compromessi e imposizioni/intromissioni esterne sulla loro arte (artwork, temi scomodi trattati nei pezzi) e alla volontà di discostarsi dalle sonorità che li avevano resi una sorta di celebrità “weirdo” e “freak” nel mainstream della “MTV generation”. Questo scontro portò alla definitiva cancellazione dell’album e al licenziamento dei Butthole Surfers, con conseguente eliminazione dal roster della Capitol, che girò il contratto della band alla Hollywood records, sussidiaria della Disney (!) che pretese da Leary e soci la rielaborazione dei master di “The last astronaut”, al fine di renderli più “accessibili” da un punto di vista commerciale. Costretti a mangiar merda, i nostri si riorganizzarono e produssero, nel 2001, l’Lp “Weird revolution”, che conteneva otto brani (su dodici complessivi) ripresi dai nastri di “The last astronaut” e ri-registrati.
Oggi, il mix originale del disco, remixato e rimasterizzato, è finalmente disponibile nella sua interezza, e si può chiaramente percepire la voglia dell’ensemble di reagire al declino del grunge/alternative rock sperimentando con nuove sonorità e contaminando il loro background con nuove strade e soluzioni soniche. Nell’album, si riscontrava una forte spinta verso l’elettronica, tendenze industrial (“They came in“) e una fascinazione per atmosfere influenzate dalla cultura rave e dal movimento correlato alla dance music che nella seconda metà degli anni Novanta faceva furore, qualcosa che poteva risultare spiazzante per chi aveva conosciuto i Butthole Surfers nel decennio precedente, ai tempi dei concerti underground nei club punk (al quale sembrava ricollegarsi solo la traccia conclusiva, “Turkey and dressing“, come ponte attitudinale).
Loop e drum machines in massiccia presenza, il trip hop di “Yentel” e “Junkie Jenny in Gaytown“, il bizzarro hip hop/noise di “Weird revolution“, il big beat à la Prodigy di “Embuya“, il crossover di “Intelligent guy“, la cacofonia delirante della title track, fragranze orientaleggianti (“Mexico” e “Venus“) incubi psichedelici allucinati (“I don’t have a problem“) e il surrealismo malinconico pop (“Jet fighter“) erano il segnale chiaro di un gruppo che aveva deciso di osare verso altri sentieri, col rischio di perdere la vecchia guardia dello zoccolo duro dei fan, e in ogni caso resta un momento che fotografava lo spirito di certi anni Novanta, forse l’ultimo decennio in cui roba “stramba” come questo album avrebbe potuto trovare il sostegno di qualche colosso discografico e sperare di arrivare a qualche milione di persone, a differenza di oggi dove, a certi livelli, tutto è predefinito, preconfezionato, precotto, pulito e perfettino, si punta su musica inquadrata e rassicurante (anche nel “ruooooock”) che non sente più l’eccitazione del pericolo nel provare a rompere gli schemi, e tante nuove band sembrano fatte con lo stampino innocuo da talent show, registrano musica che sembra prodotta soltanto per rincorrere la logica dei “reels” da social network, nella speranza di diventare “virali”.
“After the Astronaut” poteva suonare come un disco sci-fi, una parodia della spiritualità americana e un invito alla “weirdness” in un periodo in cui i ragazzi erano stati assorbiti e “cooptati” dall’industria musicale, infognati in dispute con una major e battaglie legali (con la Touch and Go e il suo fondatore per riavere i master dei loro album pubblicati negli Eighties con quella label, una mossa che valse al gruppo diverse critiche da parte della comunità indipendente, su tutte quella di Ian Mackaye) e restando a loro volta fregati dai lustrini mainstream e dalla visibilità mediatica garantita da una multinazionale, che però ti spinge al “successo” chiedendo in cambio la svendita della propria anima. Una vicenda che potrebbe anche essere da monito e insegnamento verso le giovani band indipendenti odierne: non inseguire sogni impossibili né chimere, ma fare le cose solo alle proprie condizioni, mandando a fanculo chi vuole farti piegare alle logiche capitalistiche spietate del music business.
TRACKLIST
1. Weird Revolution
2. Intelligent Guy
3. Jet Fighter
4. Mexico
5. Imbuya
6. Venus
7. The Last Astronaut
8. Yentel
9. Junkie Jenny in Gaytown
10. They Came In
11. I Don’t Have a Problem
12. Turkey and Dressing










