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Recensione : Triple Lutz, In the Hands of an Angry Mob: il rumore prima della spiegazione

I Triple Lutz arrivano da Portland con un debutto punk breve, nervoso e politico: otto brani ruvidi dove rabbia e sarcasmo mordono davvero, senza posa.

Il debutto della band punk di Portland uscirà il 26 giugno per SBÄM Records: otto brani brevi, nervosi, politici senza diventare didascalici.

Il punk dei Triple Lutz non chiede il permesso di entrare, apre una porta sbattuta troppo forte. In the Hands of an Angry Mob, debutto della band di Portland in uscita il 26 giugno per SBÄM Records, ha l’aria di quei dischi che non provano a conquistare l’ascoltatore con la pazienza, ma con l’urgenza: otto brani brevi, nervosi, compressi, dove la rabbia non viene spiegata prima di essere messa in circolo. Si capisce abbastanza presto che il punto non è dire qualcosa sopra il rumore, ma usare il rumore come forma del discorso.

 

Triple Lutz, In The Hands Of An Angry Mob: Il Rumore Prima Della Spiegazione Triple Lutz Offizielles Pressebild 2026

 

I Triple Lutz vengono da Portland, Oregon, e si presentano con una definizione che da sola basterebbe a scoraggiare qualsiasi tentativo di incasellarli troppo ordinatamente: “half queer, half femme, and half bald”. A questa aggiungono un’etichetta ancora più laterale, “Tonya Harding-core”, che potrebbe sembrare soltanto una battuta riuscita, e invece finisce per dire molto del loro modo di stare dentro il punk. C’è qualcosa di atletico, scomposto e quasi tragicomico nella loro musica: il movimento di chi tenta il salto sapendo che l’atterraggio non sarà elegante, ma proprio per questo non può essere finto.

Il titolo dell’album, In the Hands of an Angry Mob, è già dichiarazione poetica. Parla di una folla. Di un’energia collettiva, confusa, forse anche pericolosa, ma non necessariamente cieca. È una distinzione importante, perché molta musica aggressiva contemporanea tende a trasformare la rabbia in un marchio: una temperatura emotiva sempre uguale, riconoscibile, spendibile. Qui invece la rabbia sembra meno levigata. Non è un accessorio estetico. È piuttosto il punto da cui il disco guarda il mondo.

La tracklist è composta da otto brani: “Trigger Warning”, “Brainwashed”, “Don’t Wake Daddy”, “Dead Grass”, “Slumlord Millionaire”, “Tricho-Tillo-Maniac”, “R.I.D.” e “Ultraviolet”. Sono titoli secchi, quasi tutti costruiti intorno a un’immagine di allarme, controllo o deterioramento. Non suggeriscono un universo narrativo complesso, ma una serie di urti. Ogni titolo sembra aprire una porta e richiuderla subito, lasciando intravedere qualcosa: la manipolazione, il disagio mentale, la violenza economica, l’ipocrisia religiosa, un paesaggio che si secca, una luce che brucia senza mostrarsi del tutto.

Il centro più evidente del disco, almeno per chi arriva al gruppo attraverso il materiale già pubblicato, è “Don’t Wake Daddy”, secondo singolo estratto dall’album dopo “Slumlord Millionaire”. La band lo descrive come un “sermone feroce”, una profezia contro gli ipocriti religiosi nel giorno del giudizio. La formula potrebbe suonare enfatica, ma funziona perché il pezzo sembra davvero muoversi come una predica rovesciata: non una confessione, non una richiesta di assoluzione, ma un atto d’accusa. Il linguaggio dell’autorità morale viene preso, deformato e restituito con la violenza di chi non vuole più stare dalla parte di chi ascolta in silenzio.

È interessante che il brano non si limiti alla velocità, anche se la velocità c’è e si sente. La sua forza sta piuttosto nella tensione tra corsa e controllo. “Don’t Wake Daddy” dà l’impressione di poter deragliare da un momento all’altro, ma rimane sempre dentro una struttura precisa. È una furia organizzata, e questa è una delle cose che distinguono i Triple Lutz da molte band che confondono l’intensità con il disordine. Qui il caos non è lasciato libero di fare scena: viene montato, tagliato, spinto in avanti.

Il video, ispirato a The Warriors di Walter Hill, non fa che rendere più leggibile questa dimensione collettiva. Il film del 1979 aveva già trasformato la città in una specie di teatro notturno, attraversato da bande, codici, minacce e rituali. I Triple Lutz sembrano riconoscersi in quell’immaginario non per nostalgia, ma per affinità. Anche la loro musica ha qualcosa di urbano e tribale, nel senso meno folkloristico del termine: il gruppo come corpo che si muove insieme, non come somma ordinata di individualità. In un disco che parla di folla arrabbiata, questa scelta visiva non è un semplice omaggio cinefilo. È quasi un’estensione naturale del suono.

“Slumlord Millionaire”, già dal titolo, è forse il brano che mostra meglio l’altro lato del gruppo: quello sarcastico, sociale, immediatamente leggibile. Il gioco di parole è efficace perché non ha bisogno di essere spiegato troppo. Mette nello stesso spazio la retorica del successo e la brutalità dello sfruttamento abitativo, come se il sogno economico americano fosse osservato dal retro del palazzo, dove l’intonaco cade e qualcuno continua comunque a riscuotere l’affitto. Non è un titolo sottile, ma non vuole esserlo. Vuole essere netto. E in un disco del genere la nettezza non è un difetto.

La prima parte dell’album sembra procedere per accumulo di pressione. “Trigger Warning” apre con un titolo che gioca su una formula ormai consumata dal linguaggio digitale e culturale, ma la riporta a qualcosa di più fisico: non un avviso educato prima del contenuto, ma il grilletto stesso, la possibilità che qualcosa parta. “Brainwashed” sposta invece il discorso verso la manipolazione, verso quelle forme di controllo che non hanno più bisogno di presentarsi come autorità. È un tema che nel punk funziona solo se non viene trattato come predica, e i Triple Lutz sembrano capirlo: non spiegano il lavaggio del cervello, lo comprimono in una forma nervosa.

“Dead Grass” introduce un’immagine diversa, più secca e meno urbana. L’erba morta non ha l’enfasi dell’apocalisse, non è un meteorite, non è una città in fiamme. È qualcosa di quotidiano e insieme definitivo. Qualcosa che è già successo, magari senza che ce ne accorgessimo subito. Dentro un disco che, secondo il materiale stampa, attraversa temi come ingiustizia, salute mentale, cambiamento climatico e futuro oscuro dell’intelligenza artificiale, un titolo del genere funziona proprio perché non forza la metafora. La lascia lì, arida, abbastanza semplice da diventare più inquietante.

Nella seconda metà, “Tricho-Tillo-Maniac” e “R.I.D.” sembrano portare il disco in una zona più interna, più compulsiva. Non più soltanto l’esterno — la città, il padrone di casa, la religione, la folla — ma il corpo, la testa, il gesto ripetuto, l’ansia che diventa movimento. È qui che il gruppo evita il rischio di fare un disco solo “contro qualcosa”. I Triple Lutz non sembrano interessati a separare il politico dal personale, perché la loro musica vive esattamente nel punto in cui queste due cose diventano indistinguibili. La pressione sociale non resta fuori dal corpo: entra nei nervi, nelle abitudini, nella voce.

La chiusura con “Ultraviolet” suggerisce invece una luce meno immediata, qualcosa che non si vede del tutto ma continua ad agire. È un finale adatto a un album che non sembra voler concludere pacificando. La radiazione ultravioletta non è spettacolare come un incendio, ma lascia segni. E forse il disco lavora proprio così: non cerca la grande immagine risolutiva, non costruisce un manifesto finale, non pretende di consegnare una risposta. Preferisce lasciare una scia più sottile, ma non meno abrasiva.

La cosa migliore di In the Hands of an Angry Mob è che non prova a rendere il punk più rispettabile. Non lo addomestica, non lo traduce in linguaggio da editoriale, non cerca di dimostrare che dietro il rumore c’è un contenuto serio. Il contenuto serio è nel rumore stesso, nel modo in cui i brani si muovono, nella scelta di restare brevi, tesi, poco concilianti. È un disco che non chiede al punk di diventare altro per essere ancora utile. Gli chiede semmai di ricordarsi perché esiste: creare una forma quando il disordine, fuori, è già abbastanza organizzato da sembrare normale.
In questo senso, i Triple Lutz non suonano come una band nostalgica, anche quando il loro riferimento all’hardcore dei primi anni Ottanta è evidente. La nostalgia, di solito, conserva. Qui invece tutto sembra consumarsi in tempo reale. L’urgenza non è quella di ricreare un passato più puro, ma di trovare una grammatica abbastanza rapida per un presente che non lascia molto spazio alla digestione. Otto brani, nessuna volontà di compiacere, una certa ironia che non alleggerisce ma taglia meglio.

In the Hands of an Angry Mob è un debutto compatto, ruvido, più intelligente di quanto voglia apparire e meno compiaciuto di quanto potrebbe permettersi. Non reinventa, e probabilmente non gli interessa farlo. Fa qualcosa di più concreto: lo usa bene. Lo prende come una lingua ancora capace di parlare di disgusto, la fatica, il ridicolo e la paura senza trasformarli immediatamente in posa. E quando il disco finisce, resta l’impressione che quella folla del titolo non sia soltanto là fuori.

Triple Lutz – profilo artista
Spotify: https://open.spotify.com/artist/3igQ5dDexARVT8b4m8VHeM
Apple Music: https://music.apple.com/us/artist/triple-lutz/1638046685

“Don’t Wake Daddy” – singolo/video

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