Cinque proposte differenti. Cinque proposte per accontentare tutti, quindi? No. È solo il caso, la data di uscita, e l’ordine alfabetico che ha sancito la vicinanza tra queste cinque realtà, così distanti tra loro. Uno di questi album l’abbiamo comprato a scatola chiusa, convinti che non saremmo stati delusi. Indovinare quale, è sin troppo facile. Ascoltate, con dolore: Böotes Void, Chat Pile, Kulk, Warning, e Witchsorrow.
Böotes Void :: Panta Rhei
Ispirato all’antico principio filosofico di Eraclito, che significa “tutto scorre”, Panta Rhei dei tedeschi Böotes Void è un album che esplora il cambiamento costante, l’impermanenza e la natura interconnessa dell’esistenza. Se nulla resta immutato, e la trasformazione deve essere vista necessariamente come parte essenziale delle nostre esistenze, un disco come questo dobbiamo per forza di cose inquadrarlo come un tentativo di dimostrare che, in ambito metal, ci sia la voglia di andare a sondare ogni aspetto possibile del nostro inconscio, e di provare a renderlo tangibile da un punto di vista non solo sonoro, senza sacrificare la qualità della proposta.
I Böotes Void si muovono in un sottobosco estremo piuttosto affollato, e per emergere non hanno altra strada che quella di provare a forzare le proprie scelte, catturando l’essenza degli opposti, in modo da sublimarne la forza, attraverso le distanze e le differenze.
Quello che hanno scelto di fare si realizza esclusivamente attraverso un album ambizioso come questo, giocato quasi esclusivamente sulle componenti più aggressive del loro credo. Il disco prova a mostrare anche una sfumatura meno diretta, e più articolata, meno incline ai cliché, e orientata verso atmosfere più rilassate, ma non prive di forza e carattere. Se la band vorrà consolidarsi in un contesto internazionale non potrà che considerare Pantha Rhei come un punto di partenza e non di arrivo, con cui iniziare un percorso che possa permettere di sfruttare pienamente tutta la qualità di cui dispone.
Ad oggi questo loro album (il terzo della loro carriera) è inquadrabile come un disco algidamente indirizzato verso un impatto diretto, e questo va più che bene, ma dopo tre album in questa direzione, crediamo occorra guardare maggiormente all’imprevedibilità come variabile impazzita in grado di poter fornire quello slancio necessario per il cambio di passo.
Chat Pile :: Who Loves The Sun
Non è facile raccontare i Chat Pile. Primo perché sono una realtà in evoluzione, e quindi spiazzante, secondo perché hanno uno status di cult band, e quindi scontrarsi con le ire dalla fanbase più adolescenziale che li idolatra in stile nordocoreano, è un qualcosa di estremamente probabile.
Oltre che fastidioso. Sta di fatto che la band di Oklahoma City arriva oggi al terzo album in sei anni, e lo fa con Who Loves The Sun, disco che sancisce la validità e la bontà di un percorso che li ha visti nascere come realtà noise rock, ma che oggi, sul finire del duemilaventisei, ce li presenta come un qualcosa di difficilmente inquadrabile, che va oltre l’idea stessa di band di culto. L’album è costruito intorno all’idea di voler descrivere tutta quell’apatia che ormai forse nemmeno riconosciamo più come tale, essendo parte integrante, se non fondante delle nostre giornate. Un album che celebra la disumanizzazione, e lo fa attraverso sonorità altrettanto disumane e aggressive, ma mai follemente orientate verso la confusione fine a se stessa.
Who Loves the Sun mostra una band in pieno controllo, capace di spostarsi attraverso atmosfere differenti, ma costantemente a fuoco, inserite in un disegno di base oscuro, melancolico, e degradato, che si sposta, con questo ultimo disco, verso sonorità a tratti meno ostili, ma comunque di impatto, che rendono il disco meno prevedibile, e per questo ancor più intrigante. Il disco celebra un’atmosfera, e un approccio decadenti, ma soprattutto celebra, prima di tutto, gli stessi Chat Pile, mostrandoceli come una realtà ancora sulla cresta dell’onda, capace di rinnovarsi pur restando se stessa, una realtà che si mantiene tale, e allontana quei pochi, pochissimi dubbi, sulla tenuta qualitativa di una band che sta diventando un punto di riferimento per un’intera generazione, una band che ha scelto di parlare chiaro, forte anche delle proprie esperienze interpersonali. È qui che si nasconde la loro forza, quella cioè di una realtà che è riuscita a creare un immaginario senza confini, in cui tutto è plausibile, e tutto acquista credibilità nel momento in cui finisce su disco.
I Chat Pile non fanno scelte azzardate, ma un progettano con precisione onnicomprensiva in modo da fagocitare tutto quello li circonda, e trasformarlo in (un) suono (disturbato) che punta a definire le regole di ingaggio del loro universo, un mondo corrotto, devastato, in cui non c’è speranza alcuna ma solo oggettivazione di una decadenza incancrenita.
Kulk :: Choosing To Die
Come per i Witchsorrow (di cui parleremo sotto), anche per i Kulk dobbiamo fare riferimento alla Church Road Records, etichetta britannica che in questo duemilaventisei continua a sfornare album di tutto rispetto, transitati spesso sulle nostre pagine. E come i Witchsorrow, anche i Kulk sono inglesi, di Norwich per la precisione. Quello che, invece, li distingue, è l’approccio al suono, che, nel caso di Kulk guarda all’aggressività come al collante tra pensiero e azione.
Choosing to Die è il loro terzo album, dopo due uscite rispettivamente con le londinesi Human Worth Records prima, e con la Hominid Sounds Records a seguire. La band, composta da solamente da Thom (chitarra/voce) e Jade (batteria/synth) mostra con questa sua terza uscita la propria innegabile crescita, sancita dall’attenzione posta a tutti quei dettagli che nel passato sono stati pian piano limati, anche grazie a tutti gli insegnamenti derivanti da un’intensissima e prolifica attività live al fianco di realtà molto più consolidate e rodate, come Melt Banana, Big Brave, Portatrat of Guil e Iress, tra gli altri.
Ne è uscito un disco adrenalinico, e diretto, che colpisce duramente, grazie ad un approccio abrasivo che non smette un istante di dispensare ferocia. Un disco ruvido, che mostra come sia possibile mettere la violenza al servizio dei propri obiettivi, senza perdere qualità e impatto. In Choosing to Die troviamo nove momenti distinti in cui la sulfurea aggressione dei Kulk prende forma, e si mantiene su un livello decisamente elevato, che sembra essere l’esatto punto di rottura delle nostre esistenze, da interpretare quindi come il momento in cui si realizza che non c’è più modo di tornare indietro. Un album che fa piovere desolazione, e miseria nelle nostre giornate, da assaporare con dolore, per riconciliarci con l’odio per il genere umano che troppo spesso dimentichiamo di nutrire a dovere. Un disco martellante, efficace e rumoroso al punto giusto, bilanciato in modo da non risultare eccessivo, folle ma misurato. In altre parole meritevole di tutte le vostre attenzioni.
Warning :: Rituals Of Shame
Gli Warning arrivano da Harlow, nell’Essex, England, e non sono quindi da confondere con l’omonima band heavy metal francese degli anni ottanta che riscosse un discreto successo arrivando a pubblicare tre album nel periodo 1980-1985. Rituals of Shame è il loro terzo album, arrivato poco prima dell’estate dopo un silenzio di quasi vent’anni. La loro ultima testimonianza era infatti da ricercare nell’interessantissimo Watching from a Distance del 2006.
Ristabilite le distanze temporali, veniamo al disco. Rituals Of Shame è un ritorno di pregevole fattura, che guarda all’idea di coniugare il metal con quanta più emotività possibile, andando a pescare nell’interiorità di Patrick Walker, leader indiscusso del progetto, conosciuto anche per l’altro suo progetto, i 40 Watt Sun, che mette nero su bianco tutto quello che negli anni ha caratterizzato il proprio vissuto. Vale a dire colpa, vergogna, fallimento personale, ossessione, desiderio e separazione, ma soprattutto, come dice lui stesso, amore.
Credevamo che ormai potessimo considerare gli Warning come un qualcosa di concluso, con Walker che continuava a dedicarsi pedissequamente al suo progetto solista 40 Watt Sun, e invece, a quanto pare dobbiamo ricrederci, grazie ad un album che ci riconsegna una band alle prese con il meglio del proprio repertorio, incentrato su di una pesante profondità emotiva, elegante e malinconicamente carica di pathos.
Rituals Of Shame è un disco che trasuda disperazione, in cui il dolore diventa parte essenziale del sentire comune della band e per questo appare nitidamente, andando a mostrare tutta la forza di un album che mantiene il livello qualitativo del progetto su standard decisamente elevati, permettendo di accostare questo ritorno alle vette, forse mai troppo celebrate di Watching from a Distance, ancora oggi in grado di sprigionare bellezza e trasporto. Un ritorno gradito, sancito da un disco che sa far male, ma lo fa con grazia, con attenzione, con riguardo, e con la voglia di non vergognarsi di mostrare le proprie debolezze, in un percorso segnato da un’oscurità penetrante che sa essere intensa quando serve. Per chi ama specchiarsi senza timori, un disco come questo è quanto di meglio si possa pensare di trovare.
Witchsorrow :: The Devil And All His Works
I Witchsorrow sono un trio proveniente dall’Hampshire, nell’estremo sud della Britannia, e questo The Devil And All His Works è il loro quinto album, uscito nel pieno del solleone, grazie alla Church Road Records, Il disco è stato pensato, e realizzato, intorno all’idea di andare a sublimare, concettualmente parlando, una costruzione ispirata all’esistenza intrinseca del bene e del male in ogni cosa esistente, e non, attraverso un sound che guarda – vista la provenienza della band – ai grandi classici del genere, quelli legati cioè alle realtà sonore del doom britannico di stampo pagano. Non aspettiamoci quindi mirabolanti soluzioni, e tecnicismi esasperati, qui c’è solo un sound che sembra non conoscere l’erosione del tempo che passa.
The Devil And All His Works è senza alcun dubbio “the same old shit”, ma è fatto bene, e per questo ci piace sottolinearlo, e raccontarlo sulle nostre pagine. Siamo dell’idea che a volte non serve andare a ricercare quello che non si è in grado di trovare, basta fare le cose semplici, ma con la giusta dose di onestà intellettuale, senza la voglia di strafare.
Quello che conta infondo è arrivare a comunicare il proprio pensiero. Con le premesse di cui sopra il disco non può che suonare quanto più cupo possibile, in religiosa osservanza dei canoni estetici imposti dai maestri. Spazio quindi a tutta una serie di occulte atmosfere, caratterizzate da una pesantezza costante e a tempi dilatati. Attenzione però. The Devil And All His Works non deve essere inteso (e quindi visto) come un tributo a quel mondo incantato legato a leggende come i Black Sabbath, ma ad una sorta di rivisitazione del genere, resa concreta attraverso una personalizzazione del suono, che trascina all’interno di un immaginario affascinante che riporta alla luce le magnificenze degli anni ’70 ma le scimmiotta.










