Gli statunitensi Sleep sono da sempre considerati una tra le formazioni più iconiche e influenti del movimento stoner/doom metal mondiale.
Fondato nel 1990 da Matt Pike (alla chitarra e voce, in seguito anche fondatore degli altrettanto seminali High on Fire) e Al Cisneros (al basso e voce, poi anche ideatore del progetto OM e del supergruppo Shrinebuilder) il combo originario di San José (California) è fautore di un sound poderoso iperdistorto di chiara matrice ispirazionale Sabbathiana, dai riff/ritmi reiterati di bassi e chitarre ribassate per ricreare uno stato di ipnosi, con l’intento di “stonare” l’ascoltatore (non a caso, la maggior parte delle band stoner/doom è devota a un culto quasi religioso della Maria Giovanna) e ha sfornato dischi fondamentali per lo sviluppo del sottogenere stoner/doom come “Sleep’s Holy Mountain” e il mitologico mastodonte che risponde ai nomi di “Jerusalem” e “Dopesmoker“, registrati nei Nineties e pubblicati in più versioni, dal 2003 fino alla ristampa allargata di “Dopesmoker” realizzata nel 2022 sulla Third Man Records di Jack White.
Tra scioglimenti, pause e reunion, si arrivò al 2018, anno in cui arrivò il comeback album “The sciences” , sino allo stravolgimento della line up negli ultimi due anni, con la fuoriuscita del batterista Jason Roeder e, soprattutto, del membro fondatore Matt Pike nel giugno di quest’anno (per dissidi con Cisneros, stando a quanto si dice) con conseguente nuovo capitolo dell’avventura, che ha visto entrare in gioco il leggendario batterista Dale Crover (che aveva già collaborato con Cisneros nei summenzionati Shrinebuilder) e il chitarrista Bubba Dupree. Questo power trio ha dato alla luce un nuovo Lp sotto il moniker Sleep, “Hempispheres“, quinto lavoro complessivo sulla lunga distanza, uscito sulla succitata Third Man.
Cisneros ora è solo al timone (e alla voce) e l’opener (e singolo di lancio del long playing) “Have spacesuit will travel” conserva le atmosfere influenzate dal Sabba Nero (con tanto di vibes alla “Into the void“) con inserti di synth a sparigliare le carte, la chitarra di Dupree conferisce ai pezzi un feeling più desert rock (come nel caso di “The Morrisist“, dagli echi Kyussiani) provando ad allentare il proverbiale marchio di fabbrica di pesantezza acida (che tuttavia ritorna nella title track) che permea gli Sleep. “Arrival of the industry ships” è un lungo trip heavy psych desertico in cui sembra di immaginarsi i Black Sabbath dei Seventies invitati a suonare ai generator parties nella California meridionale, e i tre si (e ci) regalano un altro finale Sabbathiano con “Whole Wheat Mountain / Well Baked” che a metà del viaggio rallenta fino a scivolare in un palude sludge.
Il nuovo corso degli Sleep sta facendo storcere il naso a molti fan ed estimatori di vecchia data del gruppo, convinti che il gruppo non possa più esistere senza Pike (con tanto di motto indignato: “No Pike, no party”) e che questa formazione sia, in realtà, solo una “cover band” degli Sleep. Opinione legittima, ma ingenerosa, a detta di chi vi scrive, perché “Hempispheres” è un album corposo e di sostanza, suonato con mestiere da scafati rock ‘n’ roll anti-heroes sulla cui garanzia di qualità ci si può mettere la mano sul fuoco, e con un’alchimia che potrà solo che migliorare. Fare paragoni con “Holy mountain” o “Dopesmoker” sarebbe un atto ingiusto quanto sciocco (e, semmai, andrebbe fatto con gli OM): basterebbe solo vivere l’oggi e godersi questi cinque brani senza troppi pregiudizi e apprezzare quanto di buono questa band storica ha ancora da offrire ai nostri timpani ancora assetati di riffoni saturi ispirati dalla lordura psicotropa.
TRACKLIST
1. Have Spacesuit Will Travel
2. The Morrisist
3. Hempispheres
4. Arrival Of The Industry Ships
5. Whole Wheat Mountain / Well Baked










