Riesco a vederlo Sean Penn, seduto all’ombra di un’antica sequoia in qualche bosco della California, mentre legge “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer.
Eccolo, ha appena terminato il libro e quasi mi sembra di sentirlo esclamare : “ Cazzo, ci siamo!”
(che provando a tradurlo nel loro inglese sarebbe tipo un “Holy shit!” oppure un “Hell yeah!”) comunque non importa.
Sono convinto che Sean fosse in attesa della rivelazione che aveva appena ricevuto.
Da tempo sognava la sceneggiatura perfetta, una storia autentica che fosse in grado di scuotere gli animi, sollevare domande, mettere in discussione certezze.
Per inseguire la sua libertà, Christopher era partito dalla Virginia e dopo aver attraversato gli Stati Uniti occidentali e il Messico del Nord, arrivò fino in Alaska, nel parco nazionale del Denali, dove trovò il suo iconico Magic Bus e purtroppo anche la sua sfortunata fine.
La storia di Christopher McCandless meritava di essere immortalata, il suo desiderio di abbandonare qualsiasi convenzione sociale poteva apparire agli occhi di molti una scelta estrema e sconsiderata, ma ai suoi di occhi, quelli di Sean, quella vicenda appariva invece singolare ed emblematica.
Non vedeva l’ora di scrivere la sceneggiatura e di organizzare la squadra di produzione che avrebbe lavorato alla sua quarta pellicola da regista.
In verità doveva essere la terza, ma i dubbi della famiglia McCandless sul concedere l’autorizzazione per il ciak durarono dieci lunghi anni, in cui l’attore/regista fece uscire nel frattempo “La Promessa”, con Jack Nicholson e Robin Wright.
La speranza di realizzare la sua opera era più forte di qualsiasi esitazione e cominciò a pianificare segretamente i dettagli del progetto, incurante del clima di sfiducia che lo circondava.
Quando arrivò il sospirato “si” da parte della famiglia McCandless, per Sean fu soltanto la conferma che quando le intenzioni sono giuste e i desideri sono puri, l’universo osserva e infine premia chi sa attendere con fiducia.
La sua tenacia e la sua pazienza gli avevano dato ancora una volta ragione.
Era pienamente consapevole che il potenziale della fotografia e la qualità delle riprese sarebbero state all’altezza di qualche prestigioso premio, lo sforzo per rendere omaggio a quell’incredibile viaggio sarebbe stato enorme, ma ne sarebbe valsa la pena, adesso più che mai dopo tutta quell’attesa.
Doveva trovare l’attore protagonista, inizialmente pensò a Leonardo Di Caprio, ma era impegnato in un altro ruolo in quel periodo.
Nessun problema, forse era destino, c’è quel ragazzo di Los Angeles, Emile Hirsch, che ha recitato in quella commedia molto popolare : “La ragazza della porta accanto”.
E’ bravo anche nelle parti drammatiche, infatti Sean lo ha notato soprattutto per la sua interpretazione in
“Lords of Dogtown” insieme a Heath Ledger.
Fatalità assomiglia anche moltissimo a Christopher.
“We got it!” esclamò la troupe, lo abbiamo trovato, è lui.
“Un lungometraggio così viscerale, così rivoluzionario, avrà sicuramente bisogno di una colonna sonora degna dell’intensità della trama, a chi affidare questo arduo compito?”
Scrollò qualche nome importante tra i suoi pensieri, poi da buon amante della musica pensò:
“Non cerco la perfezione, voglio l’atmosfera, voglio la poesia.
Provo a parlarne a Eddie, sono sicuro che anche questa volta sarà lui l’uomo giusto”.
Il leggendario attore e il cantante dei Pearl Jam avevano già collaborato in “Dead Man Walking” e in “Mi chiamo Sam” e anche stavolta la loro unione si rivelerà magica.
Eddie Vedder è infatti riuscito a cucire in undici splendide canzoni un vestito che si modella perfettamente alle atmosfere della pellicola.
“Guaranteed” si aggiudica il Golden Globe come migliore canzone del 2007.
Nel brano vincitore, che diventa da subito il più riconoscibile della pellicola, le musiche di Michael Brook e le parole di Eddie sembrano in grado di descrivere i movimenti dell’anima di Christopher, i suoi spostamenti in autostop, le lunghe camminate zaino in spalla oppure mentre cerca di raggiungere il Golfo del Messico in kayak.
L’intensità delle strumentali e l’interpretazione delle liriche suonano come un canto libero carico di saggezza e consapevolezza, un coro che dalla terra e dalle acque si eleva verso il cielo implorando verità ed autenticità. Le canzoni del disco somigliano ai capitoli di un libro nel quale in ogni paragrafo è racchiusa un’esperienza o una lezione che merita di essere condivisa con il mondo intero.
Il risultato è una colonna sonora corale, dove chitarra acustica, banjo e mandolino riescono a costruire delle atmosfere decisamente folk, il genere perfetto per raccontare una storia.
“Society”, scritta da Jerry Hannan, è una di quelle canzoni in grado di rivolgere le giuste domande agli ascoltatori, quelle scomode, che riescono a mettere in discussione le scelte che abbiamo fatto e a riconsiderare gli obbiettivi che ci siamo prefissati.
Confesso che tra le undici tracce del disco quella che ho appena citato è sicuramente la mia preferita, ma vi consiglio anche di sentire “Hard Sun” durante le vostre camminate nella natura, riuscirà a farvi immergere nel momento presente e a far sbocciare un sorriso sui vostri volti.
Credo che Christopher, come tanti di noi, si sentiva profondamente disconnesso dalla società in cui non aveva scelto di vivere.
Alla sua nascita, era stato inserito in un sistema progettato per rendere gli individui infelici o ingannevolmente appagati, dove i traguardi sono solamente illusioni, dove i soldi rappresentano un metro di giudizio e di paragone.
Al termine del nostro percorso scolastico, veniamo spediti senza mappe ne bussole dentro una giungla cementificata dove il disordine viene spacciato come perfezione, dove ogni cosa appare plastificata e priva di significato per chi non si accontenta di recitare il ruolo che gli è stato assegnato e che non sente proprio.
Christopher decise di dare fuoco ai suoi risparmi e di privarsi delle sue comodità, attraverso il viaggio scelse di perdersi per ritrovare se stesso e soltanto nel silenzio della natura riuscì ad ascoltare nuovamente la voce della sua anima.
Non odiava il mondo, rifiutava soltanto le stupide regole che lo infettavano. Non era quindi un misantropo, nel suo vagabondare incontrò delle persone speciali che impreziosirono la sua esperienza donandole un senso ancora più profondo :
“ La felicità è vera soltanto quando viene condivisa” scriverà nel suo diario poco prima di morire avvelenato da alcune bacche che aveva mangiato in preda ai morsi della fame.
Bisogna forse fuggire per ritornare a noi stessi?
A volte sembra impossibile trovare la propria dimensione e serenità in un contesto ostile che rischia di offuscare la luce positiva che desideriamo illumini il nostro cammino. Molti non sono pronti a rinunciare a l’identità fittizia che hanno costruito in anni trascorsi nei posti di lavoro che odiano, ma che gli hanno permesso di ottenere cose, beni materiali e riconoscimento sociale.
E’ questo l’assurdo paradosso, spesso ci lamentiamo della mancanza di veri stimoli e siamo infelici perché avvertiamo un vuoto indefinito che divora le nostre esistenze, ma in pochi di noi hanno il coraggio di allontanarsi piuttosto che di inseguire, di lasciar andare invece che provare a controllare e prevedere tutto ossessivamente.
C’è chi direbbe che fuggire è da vigliacchi, poiché il destino di ogni essere umano è quello di essere un bravo figlio, un lavoratore instancabile, un genitore infallibile. A costo di essere infelice, frustrato, ucciso dai rimpianti.
A volte ci sembra di essere incatenati a qualcosa di invisibile e non ci accorgiamo che quella di scelta è forse la libertà più grande e preziosa che abbiamo.
Non siamo condannati a soffrire per il luogo da dove proveniamo, né dal passato che ci tormenta e neppure dalle ansie del futuro che ci rendono preoccupati e perennemente stressati.
Siamo liberi di fare una scelta estrema, come quella di Christopher, oppure possiamo cercare la nostra dimensione sana dentro questa società malata. O peggior cosa, scegliere di essere complici del sistema e diventare seguire ciecamente le sue sporche regole.
Tutti noi forse dovremmo allontanarci dalle distrazioni e dalla brama di guadagnare sempre di più, per poter comprare, spendere e apparire all’altezza degli standard imposti dall’esterno.
E’ una ruota dove il criceto corre incessantemente, senza mai arrivare a nessuna destinazione.
“Ne abbiamo fatta di strada, eppure stiamo tornando indietro”
disse Sean Penn durante un’intervista, citando quello che gli aveva detto qualche giorno prima il suo amico Bruce Springsteen.
Perchè quello che chiamano progresso sta in realtà degenerando la nostra specie, senza compassione e giustizia non ci sarà un’evoluzione, senza libertà e verità nessuno potrà mai essere davvero felice.










