Recensione : Autori vari – Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia.

Scopri la storia dei Taboriti: 600 anni fa, un pugno di contadini abolì la proprietà privata per anticipare il Regno dei Cieli sulla Terra. Leggi la recensione.

Ci sono libri che ti arrivano sul tavolo e sembrano innocui, un saggio storico che ti aiuta a saperne di più, e invece ti esplodono in mano e non sei più come prima.

Questo è uno di quelli. Si intitola “Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia” edito dalla ottima e rivoluzionaria Tabor Edizioni, la fotografia esatta di quello che è successo su una collina della Boemia meridionale seicento anni fa, quando un pugno di contadini, artigiani e preti scomunicati decisero che il Regno dei Cieli non poteva più aspettare e che, se Dio tardava, ci avrebbero pensato loro a dargli una mano.

Siamo nella Boemia dei primi del Quattrocento. Il predicatore Jan Hus, uno che aveva osato tradurre in ceco l’idea (pericolosissima per il potere) che la Chiesa dovesse tornare povera come Cristo l’aveva voluta, viene bruciato vivo a Costanza nel 1415, dopo un processo farsa dell’Impero e del Papato. Un errore clamoroso: pensavano di spegnere un fuoco e invece ne hanno acceso uno enorme. La Boemia si incendia, nasce il movimento hussita e dentro quel movimento, molto rapidamente, si apre una faglia. Da una parte i moderati di Pragai calixtini, quelli che vogliono riforme, il calice ai laici, qualche concessione, insomma trattare. Dall’altra, i radicali, che per continuare la loro lotta salgono letteralmente su una montagna.

Nel 1420 fondano una città-fortezza su un’altura rocciosa e la chiamano Tábor, dal monte della Trasfigurazione della Bibbia. È il nome che oggi dà il titolo alla casa editrice che pubblica questo libro, e non è un caso: chiamarsi “Tabor” significa dichiarare da che parte si sta. Lì, in quella comunità arroccata, si mette in pratica qualcosa che ha attraversato i secoli fino a noi: i taboriti aboliscono la proprietà privata, mettono ogni bene in comune dentro grandi casse collettive, smettono di pagare tributi ai signori e di riconoscere ogni autorità costituita. Non lavorano più per altri: lavorano, quando lavorano, per la comunità. È qualcosa che si può definire comunismo, ma in un’accezione apocalittica : i taboriti credevano davvero che quello fosse l’ultimo tempo del mondo, che Babilonia, il Papato, l’Impero, i ricchi, i signori, stesse per crollare sotto il fuoco della vendetta divina, e che a loro toccasse il compito di affrettarne la fine con la spada, un accelerazionismo ante litteram. Il chiliasmo, l’attesa millenarista del Regno, qui non è teoria da biblioteca: è programma politico armato.

I taboriti fanno lotta armata come uno dei mezzi principali delle loro rivendicazioni. Il condottiero Jan Žižka, capitano cieco da un occhio, e poi da entrambi continuando comunque a combattere, inventa una macchina da guerra rivoluzionaria: i carri da battaglia legati in cerchio, la vozová hradba, muniti di bocche da fuoco, trasformati in fortezze mobili capaci di stritolare le cavallerie pesanti dei cavalieri feudali. Con quei carri e con la fede messianica dei suoi “guerrieri di Dio”, i taboriti respingono non una, non due, ma cinque crociate lanciate contro di loro dall’Impero e dal Papato tra il 1420 e il 1431. Cinque eserciti di professionisti mandati a schiacciare degli ex contadini, e cinque volte tornati a casa con le ossa rotte. Provate a immaginare lo sgomento delle corti europee: la gerarchia del mondo messa in scacco da chi non doveva nemmeno saper tenere una spada, tanto meno sconfiggere cinque crociate, e ricordiamoci cosa era successo con i catari e gli albigesi in Linguadoca.

Purtroppo, come succede quasi sempre, il nemico più pericoloso non arriva da fuori, ma da dentro. I moderati di Praga, spaventati quanto i signori dalla prospettiva di un mondo senza proprietà e senza gerarchie, finiscono per trattare con Roma, i celebri Compactata, e nel 1434, nella piana di Lipany, è un esercito hussita moderato,non più i crociati stranieri, a massacrare i taboriti in campo aperto. La rivoluzione viene divorata dai suoi stessi alleati di ieri. La città di Tábor resiste ancora, autonoma e ribelle, fino al 1452, quando cade sotto il futuro re Giorgio di Poděbrady. Il sogno finisce, ma non scompare: passa di mano in mano nei secoli, riemerge nella Guerra dei contadini tedeschi del 1525, Thomas Müntzer conosceva bene la lezione boema e la lotta di Müntzer è descritta benissimo in questo magnifico libro della stessa Tabor , e arriva fino a Engels e Kautsky, che nell’Ottocento scavano in queste rivolte le radici profonde, non ancora di classe in senso moderno, ma già cariche di quella tensione, di un antagonismo che poi chiameremo comunismo e oltre.

Detto doverosamente questo, “Taboriti” curato da autori vari per Tabor Edizioni, Valsusa, giugno 2025, 296 pagine, 15 euro, è sia un romanzo storico che un lavoro militante, è soprattutto un lavoro serio, che intreccia analisi storiografica e documenti originali dell’epoca, tra cui gli Articoli chiliastici di Tábor del 1420 e le lettere di arruolamento dello stesso Žižka, che leggono come proclami rivoluzionari scritti col sangue e la birra letteralmente: nelle lettere si chiede ai combattenti di procurarsi pane, birra e foraggio. Il volume apre la collana “Bundschuh”, dedicata alla lunga genealogia delle rivolte contadine europee, e non è un caso che la scelta cada proprio sui taboriti come apripista: sono, insieme ai contadini del 1525, l’archetipo più radicale di quella storia. Il libro ha già raccolto attenzione critica, con una bellissima recensione firmata dal grande Sandro Moiso su Carmillaonline che ne inquadra bene il senso politico e non solo antiquario.

Non è archeologia da nostalgici o escapismo ma la prova documentata che l’idea di abolire proprietà e gerarchia non nasce nell’Ottocento industriale, ma cova da secoli, ogni volta che il mondo sembra sull’orlo del collasso e qualcuno decide di non aspettare oltre. I taboriti persero, come quasi tutti i rivoluzionari armati, ma quella sconfitta è anche un manuale di errori da non ripetere, di alleanze che tradiscono, di rivoluzioni divorate dai propri moderati. Se vi interessa la storia che i libri di scuola non raccontano, quella scritta dal basso, con le forche e le casse comuni, questo è un testo da avere in libreria, sottolineato, riletto, prestato e mai restituito.

Qui la storia di una lotta armata unica e che ancora ci affascina è raccontata come non mai, con documenti e uno stile unico, chiaro e vivo, militante, come tutte le cose della Tabor, anche se questa è forse l’opera che va più alla radice delle lotte rivoluzionarie e del progetto editoriale della Tabor.

EDIZIONI TABOR

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