La mia politica, qui sulle pagine di IYE, è sempre stata quella di andare a parlare soltanto delle cose che ritenevo meritevoli di attenzione, in modo da impiegare il mio spazio secondo un approccio quanto più costruttivo possibile. Come tutte le regole, anche questa deve scontrarsi con il pragmatismo e l’imponderabilità degli eventi. E come tutte le altre, anche questa vede arrivare all’orizzonte il momento in cui non è più possibile procrastinare l’idea di andare a trasgredire il dogmatismo, anche, forse, solo per il piacere di farlo. Quelli colti sottolineano spesso, con vanto e snobismo, che le regole sono state fatte proprio per essere infrante. Noi, che dei dogmi abbiamo sempre dubitato, passiamo oltre queste considerazioni salottiere, e ci limitiamo a segnalare semplicemente come, oggi, in questa torrida estate che ci sta mettendo più che mai a durissima prova, il nostro intendimento sia quello di andare a parlare, ovviamente male, di un trittico di libri, tra quelli acquistati di recente, che ci hanno ampiamente deluso. Doveroso però, puntualizzare come il tutto possa, anzi, debba essere inquadrato come secondario al nostro attuale approccio alla lettura. Ultimamente, forse anche condizionati dall’insoddisfazione, costante e avvilente, che regole le nostre giornate, non riusciamo quasi mai a trarre giovamento. e soddisfazione da ciò che scegliamo come fonte di stimolo critico letterario. Questo spinge nella direzione che ci porta a pensare che non sia possibile che qualunque cosa ci accingiamo a leggere ci risulti puntualmente insoddisfacente, e che, quindi, il problema sia da ricercare in noi stessi, ancor prima che in quello che abbiamo tra le mani. Nella nostra incapacità di calarci nel contesto della narrazione col giusto spirito. Anche se – concedeteci questa chiusura maliziosa – più che una nostra eccessiva aspettativa, forse si tratta realmente di libri scritti male, ma di cui pare brutto parlare in modo negativo. Non sia mai che finiamo per inimicarci qualcuno… In ogni caso, veniamo alle scelte, deludenti, di queste settimane, in un rigorosissimo ordine di lettura.
“Non dimenticare la rabbia, storie di stadio, strada, piazza”
di Marco Capoccetti Boccia (Agenzia X)
Agenzia X è una realtà editoriale verso cui nutriamo grandissima stima. La loro capacità ci andare a scovare, e poi pubblicare, testi di grande interesse e spessore, negli anni, l’ha resa uno dei nostri punti di riferimento imprescindibili. Ne abbiamo parlato spesso proprio qui, su IYE, dove abbiamo avuto modo di dare spazio a molte tra le loro uscite. La loro grande qualità sta nel riuscire a rendere quasi tangibili gli spaccati sociali più vicini alla marginalità, da ogni prospettiva a cui ci si voglia riferire. Un qualcosa che ci ha portato spesso a identificarci con tutto quel mondo controculturale e sottoculturale che Agenzia X continua a promuovere.
In questo caso, con “Non dimenticare la rabbia, storie di stadio, strada, piazza” crediamo di poter dire che non tutto è andato come ci saremmo aspettati. Il testo ci ha infatti lasciato grande amarezza, soprattutto da un punto di vista di approccio alla scrittura. L’autore, che individuiamo facilmente con il protagonista dei racconti che compongono il volume, si dipinge come una sorta di supereroe che esce quasi sempre indenne dalle peggiori situazioni in cui viene a trovarsi. Siano appunto storie di stadio, di strada, o di piazza. La sua capacità di riuscire a vedere, e conseguentemente, a capire prima e meglio degli altri le dinamiche degli eventi in atto, è un qualcosa che alla lunga risulta quasi risibile.
Ed è un vero peccato, perché, concettualmente, e in parte anche materialmente, le storie di cui parla, sono anche le nostre storie. Siamo tutti figlie della stessa madre, anche se abbiamo vissuto, anzi sopravvissuto, a diverse latitudini e in epoche differenti. Sono le storie di vita che la maggior parte di chi scrive qui su IYE può dire di aver vissuto. Storie che, però, se narrate con questa irrealtà di fondo, quasi superomistica, finiscono per perdere interesse, spostando altrove l’attenzione e andando a mancare il transfert tra autore e lettore.
Nel testo di Marco Capoccetti Boccia il mondo alternativo viene raccontato con un approccio di fondo che può sfociare nella rincorsa verso un’ardimento filofascista, in un tripudio di gesta eroiche, con l’uomo che si eleva a superuomo, uscendo vincitore da ogni scontro con la polizia. Si realizza una sorta di esaltazione del gesto che sfida il futuro, che ci porta a dubitare di ciò che abbiamo letto, non fosse altro che per il fatto che l’autore, o meglio il protagonista, si autoproclama antifascista, finendo però per flirtare con un immaginario che al fascismo rischia di essere associato.
Al netto del fatto che siamo d’accordissimo che la lotta, in alcuni frangenti, non può che essere accompagnata dallo scontro fisico, in ambito sia sociale che politico, crediamo però che il testo avrebbe potuto avere un carico meno enfatico, e più vicino alla realtà che ancora oggi racconta come i sognatori siano tutt’ora alle prese con un domani utopistico ancora lontano dal realizzarsi. Il mondo che viviamo ci porta a spingere verso un qualcosa che molto probabilmente non arriverà mai, ma un’esaltazione della violenza quasi senza senso come questa non crediamo sia la strada per provare a raggiungerlo.
“Uno stadio per amico (e tutto il mondo fuori)”
di Armando Napoletano (Edizioni Giacché)
Quello dell’Alberto Picco è un luogo simbolo che per noi rappresenta un qualcosa al di fuori del comune. Uno di quelli che non possiamo che individuare come appartenenti ad un mondo che esula dall’ordinario.
Conoscevamo Armando Napoletano grazie alle sue precedenti pubblicazioni, in particolare quelle che hanno, negli anni, raccontato l’universo dello Spezia Calcio, ragion per cui, non appena abbiamo saputo che era in uscita un volume completamente dedicato allo stadio dello Spezia, la nostra attesa è diventata quasi febbrile.
Nel tempo abbiamo idealizzato il volume, immaginandolo come un testo che potesse andare a soffiare ulteriormente sul fuoco della passione per la squadra della nostra città. Soprattutto dopo la nostra scelta di lasciare lo stadio perché ostaggio di un mondo, quello calcistico, troppo schiavo degli interessi economici delle televisioni, e sempre più lontano dalla gente comune, quella delle periferie, che per anni ha identificato nella squadra di calcio della propria città l’unica strada per porre in atto la propria rivalsa sociale.
A tanta attesa è però seguita altrettanta delusione. Già a metà del testo l’idea era quella che si stava profilando una sconfitta, su tutta la linea. Le parole di Napoletano (che riconosco essere uno dei massimi giornalisti locali) non hanno aggiunto nulla a ciò che già sapevamo, anzi, alla lunga sono andati a spegnere il nostro ardore, seppellite da tutta una serie di informazioni catastali e nozionistiche di grandissima noia. Un testo a grandi linee freddo, che non suscita interesse in noi che abbiamo vissuto lì dentro, figuriamoci in chi non sa nemmeno di cosa stiamo parlando.
Il punto di vista che abbiamo scelto per calarci nella narrazione è stato quello di chi, non conoscendo la storia dello Spezia, e, conseguentemente non essendo mai entrato al Picco, si ritrova casualmente tra le mani il volume, e decide di leggerlo.
In altre parole ci siamo chiesti: se non avessimo mai messo piede allo stadio, dopo questo libro, saremmo invogliati a farlo? La risposta non può che essere un NO, netto, su tutta la linea. Non bastano le citazioni e i virgolettati di ex giocatori, allenatori, arbitri e avversari a fare in modo che cresca l’interesse. Sono momenti isolati, in un mare di noia, a cui siamo arrivati in fondo solo perché si parla dello stadio in cui siamo cresciuti. Figuriamoci quindi per un lettore neutro, anche se perfettamente calato in un contesto di amore per il calcio in tutte le sue sfumature, soprattutto sociali.
Se dobbiamo, come abbiamo sempre creduto, tramandare la passione ai nostri figli, ai nostri nipoti, servono libri che guardino ad una comunicazione più diretta, più travolgente, ai limiti della celebrazione enfatica. Servono testi che possano passare di mano in mano, come accadeva una volta, da leggere avidamente a scuola, negli ultimi banchi, in attesa che arrivi la domenica per andare in curva, incuranti delle spiegazioni degli insegnanti.
Quelle delle citazioni virgolettate sono solo il punto di partenza per un libro di questa portata, non la ciliegina sulla torta, è da qui che occorre partire per coinvolgere, per riportare alla mente ricordi, vittorie e fallimenti (l’aspetto sportivo, il risultato del campo è l’unica cosa che non conta quando è il cuore che parla) per far luccicare gli occhi a chi ha sentito sulla propria pelle che cosa significa vedere la curva che frana dopo un goal dello Spezia.
“Straight Edge. Storie, filosofie e racconti dalla scena hardcore punk”
di Gabriel Kuhn (Shake Edizioni)
Quello Straight Edge è sempre stato un mondo che ci ha incuriosito, e non poco. Un universo che abbiamo solo sfiorato, in un tempo che non tornerà, ma da cui siamo stati, in vari modi, e in diversi momenti della vita, attratti, ma con cui non abbiamo avuto modo di flirtare, in modo da capire se tutto il nostro interesse avrebbe, o meno, potuto trasformarsi in un qualcosa di concreto.
Inevitabile, quindi, esimersi dalla lettura di un testo come questo di Gabriel Kuhn, a cui siamo arrivati in modo decisamente postdatato, e con notevole ritardo, ma pur sempre mossi da sano e sincero interesse per l’argomento del contendere.
Interesse che, però, è andato decisamente scemando, man mano che scorrevamo le pagine. Straight Edge. Storie, filosofie e racconti dalla scena hardcore punk è sostanzialmente un libro molto poco coinvolgente, e, ci spingiamo a dire, anche scritto male. Non tanto per la traduzione, ma proprio per la costruzione dello scheletro intorno a cui raccontare l’argomento.
Il volume, che peraltro era partito in modo anche atipico con una timeline in cui sono riportati i momenti più importanti del movimento, finisce per diventare molto presto un susseguirsi di testimonianze del tutto sovrapponibili, per di più proposte sotto forma di interviste integrali, con la conseguenza che, dopo le prime due, il tutto diventa ridondante e ripetitivo, per non dire stucchevole.
Le domande si ripetono, così come le risposte, che vanno a toccare sostanzialmente** le stesse argomentazioni, e che, tranne in alcuni casi piuttosto rari, non aggiungono nulla o quasi alla narrazione iniziale. L’unica parte interessante è quella che permette di andare a confrontare le diverse interpretazioni date al movimento Straight Edge, alle diverse latitudini del pianeta, nei diversi continenti. Ma, al netto di questo, c’è solo la sensazione sempre più pressante, di non riuscire ad arrivare a fine lettura.
Le testimonianze si accavallano, senza dare grossi spunti di riflessione, anzi, in alcuni frangenti senza darne alcuna. Ci si ritrova in mezzo a racconti di vita vissuta che spesso esulano dalla componente più strettamente filosofica (che non nascondiamo essere quella che più ci interessava) dando alla narrazione un tono minore, soprattutto rispetto alle nostre attese.
Crediamo che (senza la pretesa di insegnare il mestiere a nessuno) sarebbe stato necessario un restyling della stesura, prima della stampa. A nostro parere scremando gli interventi, anziché riportandoli per intero, e quindi, pubblicando solo le parti realmente importanti per la narrazione complessiva, quelle cioè che aggiungono di volta in volta quel qualcosa di nuovo che invoglia nella prosecuzione della lettura, si sarebbe realizzato un testo molto più accattivante. Il tutto, perché no, completato da una sorta di discografia consigliata, a seconda degli argomenti trattati, e dei momenti storici, che preveda un’analisi dei dischi presi in esame.
Se pensiamo di doverci rivolgere ad una platea che comprende anche fruitori che non sono avvezzi ad argomentazioni di questo tipo, è necessario andare a creare interesse in costoro, e non rivolgersi esclusivamente ad un’audience selezionata, ferrata in materia.
Altrimenti finiamo per restare chiusi in quei ghetti che da sempre diciamo di voler rompere, autoproclamandoci come i guardiani della rivoluzione di turno.










