Recensione : :: ACUFENI :: FASTIDI AURICOLARI CONTEMPORANEI #51

Haggard Cat, Ivoire, Lair Of The Minotaur, The Prestige e Trip Villain. Premessa: in questa cinquina c'è un album che, a fine anno, sicuramente finirà nelle nostre charts riassuntive di questo drammatico duemilaventisei, non è difficile scovarlo, basta leggere tra le righe.

Haggard Cat, Ivoire, Lair Of The Minotaur, The Prestige e Trip Villain

Haggard Cat, Ivoire, Lair Of The Minotaur, The Prestige e Trip Villain. Premessa: in questa cinquina c’è un album che, a fine anno, sicuramente finirà nelle nostre charts riassuntive di questo drammatico duemilaventisei, non è difficile scovarlo, basta leggere tra le righe. In generale, in questo episodio numero cinquantuno, si tratta di album che mostrano grandi potenzialità e che devono, per forza di cose, trovare quella continuità che possa testimoniare le ottime qualità messe in mostra. A volte capita di sopravvalutare alcune band, in altre, le nostre speranze sono state confermate. Il tempo ci dirà se siamo in preda ad un immotivato entusiasmo o se ci abbiamo visto giusto. Buon ascolto.

Haggard Cat :: The Pain that orbits life

The Pain that orbits life segna il cambio di passo per i britannici Haggard Cat. Il duo dell’East Midlands, passato proprio con questo album alla Church Road Records, pur restando fedele al credo iniziale, fatto di grande energia, e altrettanto (spiccato) gusto, cambia il proprio approccio di base, in favore di un qualcosa di più ragionato, che guardi meno all’istinto primordiale, soprattutto in fase di composizione. Matt Reynolds e Tom Marsh hanno deciso di andare verso una sorta di sperimentazione a tutto tondo, che possa permettere loro di riuscire a trovare tutta una serie di soluzioni (inedite) in grado di sublimare la loro voglia/necessità di cambiamento, orientandosi verso una sorta di “viaggio di auto riflessione, e crescita personale” con cui chiudere i loro primi dieci anni di carriera.

Se, dunque, registriamo un passo indietro a livello di aggressività, non possiamo non sottolineare come si proceda verso una spontaneità e una naturalezza che non possono che giovare alla “forma canzone”. Il duo si spinge verso direzioni che in passato non avremmo pensato possibili, ma che, oggi, suonano come inevitabili. Dinamiche quindi inattese, ma in grado di sostenere il loro cambio, che guarda ad un aumento delle frecce a loro disposizione. Occorre però essere chiari: il loro non è un percorso di ricerca, ma di riassestamento, di rimodellamento, che origina dall’idea di voler andare a realizzare qualcosa di più ragionato, e cerebrale. La band di Nottingham non pare intenzionata a lasciarsi andare più di tanto però, come se volesse lasciarsi da parte il carico più pesante per la prossima mano.

Ci invoglia a continuare a seguirne le evoluzioni, ma non si sbilancia troppo, convinta di avere in mano le carte decisive, da giocare al momento più opportuno. Segno inequivocabile di grande maturità, che colloca gli Haggard Cat in un contesto interessante, da tenere assolutamente d’occhio, fatto di brillantezza e di azzardo, che speriamo possano portarli davvero lontano.


Ivoire :: Uragano

Gli Ivoire sono una delle cose migliori che, recentemente, abbiamo avuto modo di ascoltare. Potremmo concludere qui il discorso, e passare al prossimo disco in scaletta, tanto è l’entusiasmo per la scoperta della band pugliese. Ma sarebbe poco serio, e non riuscirebbe a rendere l’idea di quello che vi stiamo consigliando di ascoltare, certi che anche voi resterete conquistati dal loro debut album.

Uragano, uscito un paio di mesi fa, completamente autoprodotto, nella sola veste in CD, è un disco di cui non ci stancheremo mai di ascoltare, e di incensare (doverosamente). Arriva dopo quattro anni di lavoro per Niccolò Lenoci, mastermind del progetto, che nel corso del tempo è riuscito a trovare i giusti interpreti per riuscire a mettere a punto tutti i dettagli di quello che – nella sua testa – era chiarissimo.

Il punto era riuscire a renderlo altrettanto chiaro anche agli altri. Uragano rappresenta la sublimazione di un percorso intimista che vira decisamente al nero. Malinconicamente oscuro, il disco ha il grande pregio di riuscire a risultare estremamente affascinante, grazie ad una visione di insieme che si mantiene granitica per tutta la sua durata, e che avvolge l’ascoltatore con il suo straziante grido di dolore che lacera l’anima.

Un disco che permette alla band di mettersi realmente a nudo, diviso in cinque episodi che esaltano un approccio logorante che diventa immediatamente parte della nostra esistenza nel momento stesso in cui ascoltiamo l’album per la prima volta, grazie ad un coinvolgimento totalizzante a cui non si può restare indifferenti. Questo degli Ivoire è un album decadente e nerissimo in cui è dunque molto facile specchiarsi, e in cui non fatichiamo a trovare un’intimistica bellezza nascosta sotto la cenere di un fuoco che ha smesso di ardere dopo aver travolto ogni cosa incontrata sul proprio percorso, ma che è prontissimo a riaccendersi. Un album che si insinua sottopelle, in attesa di poter deflagrare e distruggerci, da dentro.

Parte tutt’altro che secondaria del disco sono le liriche, orientate verso un’angosciante rilettura del nostro io più profondo che possa permettere una liaison totale tra anima e corpo, resa possibile dalla mefitica atmosfera orchestrata dal quintetto pugliese, mai come oggi consapevole di tutto il proprio potenziale, e di come doverlo utilizzare per andare a fondo di un percorso che li possa proiettare verso un domani che non potrà non collocare gli Ivoire ai massimi livelli. La loro è infatti una proposta qualitativamente altissima, con cui allietare le nostre inutili giornate. Come detto in apertura, una delle cose espressivamente più belle e più intense di questo drammatico 2026.


Lair Of The Minotaur :: I Hail I

I Lair Of The Minotaur arrivano da Chicago, Illinois, la città ventosa per eccellenza, e il loro è realmente un vento disturbante, e soffocante, che ci trascina ai limiti dell’umana sopportazione, raggiunta grazie, e attraverso, un album ad altissima intensità esecutiva, che non lascia spazio alcuno a fraintendimenti, e che fiacca il respiro sin dalle primissime battute. Il loro è un ritorno per certi versi sorprendente, visto che erano ormai sedici anni che li davamo per scomparsi, una distanza epocale colmata in un istante, con un album che lima i dettagli di una proposta che ha deciso di mantenere l’aggressività al centro della propria proposta.

I Hail I è un disco di grande efficacia, che massacra l’ascoltatore con costanza, andando a tributare i doverosi omaggi, sotto forma di citazioni e richiami, ai grandi classici del passato più recente. Un album che mostra quindi una compattezza quasi granitica, ma che, talvolta sembra un pò troppo arroccato su alcune posizioni, che rischiano di minarne la fluidità di ascolto.

Dieci brani, per una durata totale che si assesta intorno alla mezz’ora, in cui troviamo un universo sonoro a base di metal old school sparato a velocità non troppo sostenuta, ma a volume impressionante, da gustare in questa estate torrida, come alienazione nei confronti di una canicola insopportabile. I Hail I è un album in cui non troverete nulla di particolarmente intrigante a livello innovativo, e neanche nulla di troppo intrigante che possa suscitare entusiasmo, ma godrete, questo sì, senza alcun dubbio, di una mezz’ora di totale relax in compagnia di un album che suonerà perfetto per le orecchie di chi ha flirtato per anni con il genere, anche grazie ad una produzione che valorizza la resa complessiva, attraverso la cura dei particolari, riportando la mente a sonorità scandinave con cui tutti (o quasi) abbiamo passato gli anni migliori della nostra gioventù. Quello dei Lair of the Minotaur è un martellamento continuo e di grande impatto, che sacrifica la tecnica sull’altare della potenza e della forza espressiva, cancellando ogni traccia di preziosismo, e di ricerca sonora, a cui non possiamo restare indifferenti.


The Prestige :: Isthmos

Isthmos è il secondo album dei parigini The Prestige, ma è soprattutto il viatico che la band ha scelto per andare ancor più a fondo nel proprio percorso.

La loro vorticosa discesa verso gli inferi, iniziata con Amer, uscito a metà dello scorso anno, aggiunge quindi una tappa, che, riprendendo il titolo del disco, possiamo pensare come ad una fase di passaggio, attraverso appunto un istmo, che permette alla band di sostare temporaneamente, in modo da fare mente locale su quanto fatto finora, prima di riprendere il proprio viaggio. The Prestige è infatti una realtà in mutamento, che ancora non ha raggiungo la forma definitiva, anche se gli otto brani che compongono l’album ci fanno pensare ad un disegno di insieme intenso, ma soprattutto carico di quell’ostilità sonora necessaria per andare a raccontare il crollo del nostro pianeta in ogni sua componente e forma. Un album soffocante, che arriva e stravolge tutto, devastante come una tempesta inarrestabile.

Ma, anche un album che lascia ampi margini di riflessione, grazie a tutta una serie di catarsi introspettive che analizzano il declino partendo dalla consapevolezza di dover, prima o poi, prendere atto della necessità di dover ricostruire tutto da capo.

Se Amer era un buon disco, Isthmos lo supera di slancio, senza alcun dubbio. Impresa tutt’altro che semplice, ma riuscitissima, che si è materializzata grazie ad un’architettura intricata che non sai mai dove voglia davvero portarti, esaltata dai deliri di una band che mostra fiera il proprio potenziale con un album che cresce esponenzialmente durante l’ascolto. Non è mai facile descrivere album di questa portata (e di questa intensità), che spaziano in modo netto tra i generi, pur restado fedeli ad un sound (e ad un imprinting) granitico, che non cala praticamente mai, dischi in cui ognuno di noi riesce a individuare quel qualcosa in particolare che glielo fa amare, spingendolo a ricominciare l’ascolto da capo.

Anche se Isthmos non inventa nulla, si lascia apprezzare per il suo riuscire ad essere gradevole, e a tratti quasi sublime.


Trip Villain :: Dose

I Trip Villain sono un trio che arriva da Brooklyn, NY e che mette subito il chiaro il proprio intento, ovvero quello di voler ambiziosamente creare un sound, quanto più personale possibile, che possa andare a trovare i punti di contatto tra il thrash metal (quello che arrivava direttamente dalla Bay Area, in California, e che, raramente sbagliava un colpo) e la techno industriale, il tutto realizzato attraverso una contaminazione sonora che prova a mettere le due componenti sullo stesso piano, senza spingere in una direzione che possa escludere la controparte.

Il loro lavoro ha dato vita a Dose, un album che possiamo pensare come ad un ibrido ancora non del tutto a fuoco, che, alla lunga rischia di risultare eccessivamente ripetitivo, anche se, onestamente, dobbiamo riconoscere all’album una personalissima dignità che andrà a incuriosire non pochi ascoltatori. Sostanzialmente i Trip Villain non inventano nulla di nuovo, in passato ci hanno provato (con alterne fortune) in molti a percorrere i territori a cavallo tra i due generi di cui sopra, andando a realizzare un crossover sonoro che sinceramente non ci ha mai attratto più di tanto. A favore dei Trip Villain va il fatto che si tratta di un progetto che non pare intenzionato a porsi dei limiti, tutt’altro che timoroso quando si tratta di andare a sperimentare nuove soluzioni.

Al momento però non pare chiarissimo dove vogliano andare a parare, li vediamo proiettati verso un qualcosa che – forse – nemmeno loro hanno chiaro, ma che – altrettanto probabilmente – riusciranno a raggiungere. Riascoltandolo anche a distanza, l’album mostra tutti i limiti di un disco troppo frammentato, che prova a riscrivere i confini, se non addirittura a demolirli, ma che ancora non è riuscito a portare a compimento la propria battaglia.

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