:: Confessioni di una maschera :: Cancro ( Estate MMXXVI )

Siamo un paese razzista. Anzi, lo siamo (probabilmente) sempre stato. Possiamo anche far finta che non sia vero, e che la nostra sia una provocazione, ma, in cuor nostro, sappiamo che è così.

Se lo affermiamo con decisione adesso, è perché la rete, con il suo avvento, e la conseguente rivoluzione digitale, ha sdoganato, attraverso l’indegno diffondersi dei social network, i nostri più beceri comportamenti, al punto che oggi il razzismo è diventato una delle discriminanti maggiormente in auge nel momento in cui si intendono dirimere i rapporti di forza tra le varie componenti sociali.

È difatti ormai abitudine consolidata quella di ricorrere a insulti, a invettive, a prese di posizione che non nascondono il proprio intento discriminatorio, anzi, lo esaltano, in preda ad una fierezza un tempo impensabile.

Il discorso si inserisce nel contesto odierno, caratterizzato dall’ennesima fase di accentualizzazione di una crisi soprattutto economica (e quindi sociale) che va a colpire, per primi, gli ultimi.

Sono proprio le persone che finiscono per essere maggiormente marginalizzate quelle che sono colpite più frequentemente. Quelle che, per forza di cose, non avendo alternative in un contesto sociale in cui i rapporti di forza si reggono sulla forza del denaro, si trovano a dover accettare qualunque angheria e ricatto da parte degli sfruttatori (legalizzati e non) che impongono loro condizioni lavorative da fame.

È nei loro confronti che si scatena l’odio degli italiani, a qualunque livello.

A nessuno importa se si tratta di persone che lottano quotidianamente per sopravvivere in un oceano di miseria, e se finiscono per diventare i bersagli ideali di una fetta di paese tanto vigliacca quanto spietata e insensibile, che schiuma razzismo in ogni suo atteggiamento, in ogni sua presa di posizione.

Abbiamo perso anche quel poco di umanità che ci restava, sacrificandola sull’altare della discriminazione e delle violenza gratuita (in ogni sua forma) nel momento in cui ci siamo fatti trascinare nel vortice senza ritorno del razzismo. Ci siamo trasformati in moderni inquisitori a buon mercato, pronti a mandare al rogo dei poveracci, dimenticandoci in fretta che, in un tempo nemmeno troppo lontano, al loro posto c’eravamo noi.

Nessuno sembra volersi ricordare di quando, alcune decine di anni fa, durante un altro tipo di migrazione, quella interna, dalle regioni del sud verso le grandi aree industriali del nord, si dipingevano i meridionali (i migranti di allora) come appartenenti ad un ceppo “etnico” associato ad inferiorità genetiche, psicologiche e attitudinali.

L’idea comune era quella che sanciva come le popolazioni del sud fossero inadatte alla disciplina, proprio perché abituate a vivere secondo regole, o meglio, in assenza di regole, quasi allo stato brado, in contesti in cui nessuno parlava italiano, chiusi in aree rurali ai margini di quella presunta civiltà da cui erano alieni, dotati di bassa, o del tutto assente, scolarità. Per non parlare poi dell’aspetto fisico, caratterizzato da connotati differenti, come la pigmentazione marcata, più vicina al nord del continente africano che al nord del paese.

Proprio per tutte queste dinamiche i meridionali, una volta stabilitisi nelle città industriali del nord, dovevano adattarsi, accettando qualunque proposta di lavoro, ben consapevoli che sarebbero stati aprioristicamente esclusi dai ruoli di maggiore responsabilità e di comando. Per loro c’era l’esclusione sociale, e il confino ai margini della catena produttiva.

Esattamente come accade oggi ai migranti, e a quella che consideriamo la categoria lavorativa più degradante, quella più emarginata e maltrattata, i rider, che, non a caso arrivano in gran parte dai paesi più poveri.

Se non siamo capaci di ricordare, ma soprattutto di capire, che i migranti di oggi, i nemici preferiti degli odiatori seriali, un tempo eravamo noi, non ci sono grandi prospettive per il futuro di questo paese. E il ritorno del fascismo (che peraltro, non se n’era mai andato, ma si era solo nascosto sotto altro nome) è qui a dimostrarlo.

Oggi lo straniero (o, in ogni caso il diverso) è diventato lo strumento più utile, e più usato, da chi fa propaganda politica inneggiando a folli idee separatiste, che richiamano l’abominevole concetto di razza. In realtà che auspica assurde remigrazioni ha tutto l’interesse che queste persone restino qui, perché, nel momento in cui dovessero andare davvero via, verrebbero a mancare i presupposti per le proprie politiche. La destra odierna, più o meno estrema, più o meno becera, non ha alcuna intenzione di risolvere i problemi legati all’arrivo dei migranti, anzi, che sia lodato il loro arrivo, perché permette di costruire scenari apocalittici con cui sedurre il proprio elettorato.

Purtroppo però, la grande maggioranza dei nostri connazionali, non è in grado di capire tutto questo, e cade costantemente nella trappola, contribuendo al diffondersi di posizioni discriminatorie che vanno a colpire le persone più deboli, quelle che non sono in grado di potersi difendere adeguatamente.

In un contesto “malato” come questo, l’internauta medio, quello che non si pone domande ma prende per buono tutto quello che legge sui social network, ed è incapace di discernere il reale dall’irreale, diventa il peggiore tra i peggiori, assecondando idee che ruotano intorno alla follia secondo cui il dare dei diritti a chi sta peggio equivale a sottrarli a chi già ne beneficia, e che alimentano una contagiosa gara a chi odia di più.

Il razzismo che circola online, dove tutto è più semplice, perché manca l’interazione diretta tra coloro che dibattono, non è più solo l’insulto gridato irrazionalmente, ma va visto come un qualcosa di più grande, e di più pericoloso, perché va a sdoganare l’idea che il pregiudizio sia un qualcosa di accettabile, che, se un tempo era tenuto nascosto, oggi diventa un qualcosa intorno a cui costruire la nostra reputazione” online.

Nessuno quindi mostra più alcuna remora nel momento in cui vomita online il proprio odio, proprio perché è stata fatta passare l’idea (anche grazie all’altra grande neoplasia sociale che risponde al nome di televisione) che si possa dire di tutto, in qualunque contesto, perché altrimenti è censura. Come se, attraverso un paradosso incredibile, si andassero a ribaltare le posizioni, con il male assoluto che diventa la censura e non il razzismo.

Oggi tutto è lecito.

Soprattutto online dove il semi anonimato delle varie piattaforme garantisce l’impunità. E dove la quotidiana sovraesposizione mediatica di contenuti discriminatori ha perso ogni stigma sociale, finendo per essere accettata, anche perché, online nessuno rende conto di ciò che dice, e dei propri comportamenti.

Un tempo, prima dei social network esisteva il bar. Era lì che ci si confrontava, anche in maniera accesa, sui temi quotidiani. Oggi tutto è stato spostato online. E, dato che da sempre consideriamo i social network come il cancro sociale, le metastasi si sono diffuse ovunque. I contenuti razzisti si moltiplicano, a distanza, forti del fatto che nessuno risponde di ciò che sostiene, e che si possa – davvero – dire qualunque cosa. Allora comportamenti di questo tipo ti avrebbero garantito di essere cacciato dal bar a calci nel culo, e non ci avresti mai più rimesso piede. Oggi invece va bene tutto, nessuno se ne preoccupa, non c’è nessuno che si prende la briga di dirti di smettere.

Da anni combattiamo una battaglia contro i social network (che ovviamente perderemo, e che non ci porterà da nessuna parte, se non ad un ulteriore livello di isolamento) non solo su queste pagine, ma un pò ovunque sentiamo di doverlo fare, spinti dalla necessità di dover prendere posizione, convinti che il silenzio sia segno di complicità.

Ma soprattutto convinti del fatto che l’idea della democratizzazione della rete sia uno dei più grandi errori (probabilmente voluti, non troviamo infatti altra giustificazione) della nostra storia recente, anzi, ci spingiamo a dire che molto probabilmente è proprio la sopravvalutazione della democrazia, passata da forma di governo a valore etico (qui il primo grave errore da un punto di vista storico) ad aver dato il via a questa degenerazione.

Noi non siamo intenzionati a perorare alcun tipo di democrazia, men che mai quella della rete, e quindi non crediamo nella sovranità popolare, proprio perché consideriamo l’essere umano non sufficientemente evoluto per prendere parte (diretta e indiretta) ai processi decisionali sanciti dalla carta costituzionale.

Nella grande cloaca a cielo aperto, che vede nei paradisi artificiali di Meta il proprio postribolo preferito, è un fiorire quotidiano di insulti discriminatori, verso chiunque, in ogni circostanza, anche quando non ci sarebbero le condizioni per intavolare una discussione (sempre che si possa anche solo pensare di poter avviare una discussione online, cosa da cui ci siamo da anni astenuti, vista l’inutilità, anzi il carico di conseguenze dannose, di questo tipo di pratica) si finisce sempre e comunque per trovare il modo di andare a denigrare qualcuno, meglio se appartenente ad una minoranza.

Sono dinamiche che non ci attirano, anzi preferiamo prendere le distanze da questa quotidiana caccia al colpevole ideale, che vede nell’immigrato il candidato principe al ruolo di imputato, meglio ancora se regolarizzato, in modo da poter giocare l’impossibilità di un’effettiva integrazione, perché, il razzista moderno ama distinguere i nemici in due categorie. Gli immigrati buoni e quelli cattivi.

I primi sono quelli che (almeno apparentemente, fino cioè a che non contravvengano a qualunque legge del nostro paese, cosa che li fa automaticamente passare dalla parte del torto senza possibilità di appello e di tornare indietro al ruolo iniziale) che si adeguano immediatamente alle nostre abitudini, che si vestono come noi, che parlano come noi, che mangiano come noi, che pensano le cose che anche noi pensiamo. Quelli che, in sostanza, rinunciano alla loro identità per sposare la nostra.

Anche perché la nostra (che lo diciamo a fare) è superiore alla loro.

Sono dei barbari da civilizzare, ma per loro fortuna esistiamo noi, che con i nostri esempi di rettitudine morale indichiamo loro la strada da percorrere.

Mentre per i migranti “cattivi”, quelli che non ravvisano nei loro comportamenti, figli di tradizioni millenarie, nulla di moralmente e giuridicamente punibile, beh per lor signori non c’è spazio nell’Eden italico. A meno che, ovviamente, non mettano da parte il proprio pensiero e facciano quello che diciamo noi. Del resto sono a casa nostra, è il minimo che annullino la propria identità per sposare quella di chi li ha salvati da morte certa. Perché noi li accogliamo non perché ravvisiamo nella loro situazione il pericolo, ma perché ci viene imposto, e siccome non è un qualcosa che a mente fredda avremmo fatto di nostra sponte, allora, almeno garantiteci di mantenere un livello di superiorità.

Noi (esseri supremi custodi della verità) abbiamo accolto te (poveraccio), per cui ci sarai per sempre debitore. E il primo modo per manifestare il classismo con cui abbiamo edificato il nostro mondo, è quello di chiederti di rinnegare tutto, e di diventare occidentale, di dismettere le tue vesti, e di scordare il tuo pensiero, perché non in linea con quello di chi ti ha aperto la porta.

Se questo è il nostro modello di accoglienza, meglio non accogliere allora.

Facciamo più bella figura a lasciarli morire.

Se, come detto poco sopra, fino a qualche anno fa, tutto iniziava, e si concludeva, all’interno del cervello dei meno sviluppati da un punto di vista cognitivo, e quasi nessuno ti dava credito, oggi invece accade il contrario. Se sei un cretino, e gridi cretinate, c’è un mondo intero (quello di Meta, appunto) che non aspetta altro che tu vada lì e lanci i tuoi sproloqui, forte del fatto che non ci sono conseguenze dirette a cui puoi andare incontro.

Ma la cosa che più ci lascia attoniti è che non si tratta solo di costoro.

Sarebbe troppo bello, e troppo facile, se fosse così. Viviamo infatti una realtà che divide il nostro paese esattamente a metà.

Da una parte troviamo i razzisti, mentre dall’altra il restante 50% deve essere suddiviso tra gli antirazzisti, e quelli a cui non frega un cazzo di niente. Percentuale questa ultima in continua crescita, fenomeno che sottolinea come si vada verso una sorta di insensibilità sociale emotiva pericolosissima, conseguente al fatto che nessuno si rivede o si rispecchia nei “diseredati”.

È incredibile che siano proprio coloro che più hanno dovuto subire le angherie della discriminazione, come i meridionali, e le donne, a seguire, negli anni recenti, quelli più accalorati nell’aggressione ai migranti.

La loro è un’azione che sembra andare in direzione di una rivendicazione figlia proprio del proprio status di ex emarginati oggi ammessi al tavolo in qualità di ospiti, e non più confinati in ginocchio a terra a raccogliere le briciole.

Ma non sono solo i migranti ad essere oggetto degli strali discriminatori.

Sono, alla resa dei conti, tutte le figure che ricoprono ruoli socialmente ai margini i bersagli ideali. Vale a dire tutti coloro che vengono sfruttati, mal pagati, i lavoratori in nero, come i rider e i corrieri appunto, che oggi rappresentano il gradino più basso di una scala sociale in cui il denaro continua a dominare i rapporti di forza.

Categorie che non hanno a disposizione alcun mezzo di difesa legale, che rappresentano l’impossibilità di vivere dignitosamente. Quello che dovrebbe essere il serbatoio per andare a scatenare una rivolta in grado di auspicare la giustizia sociale, resta invece l’esempio dell’ennesima incompiuta italiana che si infrange contro il potere, quello vero, che non viene intaccato neanche in questo caso.

C’è un’altra grande verità che rischia di sfuggirci, se ci caliamo in queste dinamiche pensando di adeguare il nostro ragionamento al livello infimo di chi agita tutto questo. Al netto di tutto l’odio perpetrato dalla gente ignorante, e analfabeta, che spera di rivalutare la propria posizione affossando quelli che stanno peggio (anziché aiutarli proprio perché una volta erano come loro) non dobbiamo scordare, restando razionali, che il razzismo è anche (e soprattutto, nel suo essere discriminatorio) una delle armi preferite (e migliori) del capitalismo.

È infatti l’alimentare delle discriminazioni, e delle divisioni, che spesso agiscono anche a livello orizzontale (mentre, ricordiamo, la lotta di classe dovrebbe agire in maniera verticale, colpendo quelli che stanno ai vertici) che sancisce la vittoria del capitale, esaltata attraverso lo sfogo irrazionale (di pancia) che funziona come antistress per la classe operaia odierna, gratificata dall’idea di andare a individuare un nemico (finalmente, e spesso purtroppo, fisicamente) perseguibile, e di poterlo colpire, si comporta esattamente come i grandi centri di potere sperano, in modo da distrarli dai veri nemici, dai veri problemi. Una sorta di gioco al massacro, in una guerra tra poveri, che svuota l’ardore della working class attuale, e che garantisce al capitalismo di funzionare e riprodursi, all’infinito.

Oggi l’uomo qualunque, quello non particolarmente scolarizzato, che non ha avuto modo di elevare il proprio pensiero, è il mattatore indiscusso di tutto quello che stiamo raccontando. Più che il trionfo dell’odio, questo è il suo trionfo, quello dell’uomo comune, che incontriamo tutti i giorni per strada, ma che adesso si sente legittimato a dire qualunque cosa, e non perde occasione per farlo, mentre prima chinava la testa e faceva finta di nulla.

Se questo può sembrare un discorso per certi versi quasi elitario, che va verso la condanna di chi non la pensa come noi perché in qualche modo impossibilitato a ragionare in modo coerente, razionale e logico. Beh, è esattamente così.

Crediamo di poter affermare che si tratta di stabilire quelle che sono le distanze che ci separano da queste figure. Distanze che, ad oggi, ci impediscono di poter anche solo pensare di avviare un qualunque tipo di confronto dialettico di tipo costruttivo. Sono figure con cui non è possibile instaurare una comunicazione bidirezionale per una manifesta carenza cognitiva, che si autoalimenta anche grazie alla propaganda becera che nasce, e muore, intorno ad una destra italiana ignorante e rozza.

Siamo minoranza.

Questo deve essere chiaro. Ma deve essere soprattutto il nostro punto di partenza per guardare al domani.

Attenzione però, non è colpa di Salvini, di Vannacci, della Sardone e della Ceccardi se oggi stiamo messi male. Loro non sono la causa, ma i sintomi di un qualcosa che non va. Perché se oggi ci sono loro a delirare, domani ne arriverà uno / una ancora peggiore, in grado di intercettare il malessere sociale della maggioranza capra. Sarebbe troppo facile se fosse così. Si eliminano i quattro di cui sopra è tutto torna a posto. Col cazzo. Per un Salvini che sparisce ne spuntano altri prontissimi a prendere il suo posto.

Il problema è culturale, e nasce, restando ai tempi moderni, con l’avvento della televisione, vero grande male del secolo scorso, che ha determinato l’imbarbarimento, e l’impoverimento indistinto delle classi sociali, sia medie che basse. Nel momento in cui la televisione ha iniziato a dettare stili di vista alieni rispetto ai nostri siamo precipitati, schiavizzati da slogan, da immaginari, da superficialità e da tutto quello di negativo che il berlusconismo ha rappresentato. Questo è il vero cancro incurabile, che continua a metastatizzarsi, forte del fatto che ancora, ad oggi, nessuno ha trovato una cura che possa contrastarlo sul serio.

L’italia è un paese razzista.

Lo ribadiamo, come in apertura.

In modo che si possa cominciare a familiarizzare con l’idea che la maggior parte degli italiani sia razzista. Il che, se da un lato è innegabilmente un problema, dall’altro non ci sgomenta più di tanto. Non ci ha mai fregato un cazzo il fatto che la maggioranza del paese andasse in una direzione opposta alla nostra. Sappiamo cosa siamo e cosa non siamo. Ma sappiamo anche che non abbiamo alcuna intenzione di uniformarci al pensiero comune. Non è stato così in passato e non lo sarà in futuro. Abbiamo un’identità e intendiamo mantenerla (viva).

E, restando in tema, e guardando a questo 50% di razzisti, dobbiamo purtroppo sottolineare come la percentuale di donne che si rendono protagoniste di atteggiamenti discriminatori sia costantemente in aumento. Dalle donne ci saremmo aspettati prese di posizione meno estreme e meno violente. Purtroppo non accade nulla di tutto questo. Le nostre aspettative vengono costantemente vanificate dal propagarsi inarrestabile di approcci verbali censurabili, che fanno male, prima di tutto, alle donne stesse.

In passato, proprio su queste pagine, avevamo parlato di “Donne che odiano le donne”, citando gli haters che prendono di mira quotidianamente Antonella Bundu, la rappresentante fiorentina di Toscana Rossa. Nel frattempo sono passati mesi, ma non solo siamo nella stessa situazione di allora, ancorati ad atteggiamenti inaccettabili, per certi versi possiamo dire che le cose stanno ancora peggio.

Capiamo perfettamente che la stragrande maggioranza di chi ci sta leggendo si senta giustamente infastidita. Anche noi, al loro posto, saremmo disgustati all’idea di essere inquadrati come facenti parte di una nazione ottusamente legata a pregiudizi e a stereotipi discriminatori.

Tutto questo però deve portarci a razionalizzare la questione.

Se non siamo come loro, mostriamo la nostra distanza. Prendiamo posizione, in modo fermo e deciso. Il che non significa fare un post sui social network. Così non solo non risolviamo nulla, ma anzi alimentiamo la forza di queste piattaforme, legittimandone l’esistenza, e spostando ragionamenti seri in luoghi che di serio non hanno nulla.

Quale deve essere in sostanza il senso del nostro intervento odierno, oltre a rappresentare la fotografia di un paese in coma profondo?

È presto detto.

Occorre stabilire i confini e (appunto) prendere le distanze. Organizzarci e ripartire, da capo, provando a ricostruire sopra le macerie odierne, perché due sono le evidenze che appaiono davanti a noi.

Da un lato c’è l’innegabile fallimento di un paese che si credeva immacolato, e che invece, negli ultimi trent’anni ha mostrato il suo vero volto, quello di un fascismo di ritorno, mascherato sotto altra forma, ancora peggiore di quello del ventennio, proprio perché subdolo.

Dall’altro troviamo invece la consapevolezza di dover provvedere ad un ricostruzione del tessuto sociale devastato da trent’anni di miseria etica. Impresa tutt’altro che facile e che durerà decenni, ad essere ottimisti, perché come ben sappiamo, distruggere è tanto veloce quanto facile, mentre costruire richiede un dispendio di tempo e di energie enorme. Senza contare che le generazioni più recenti, i cosiddetti nativi digitali, sono proprio per questa loro natura più insensibili alle dinamiche sociali, ovattate dal mondo incantato dei loro smartphone.

Il male, quello vero, si annida in rete, online, e ha sostituito (al di sotto di una certa fascia di età) la televisione.

Gli spazi sociali (fa un pò ridere il fatto che si parli di socialità riferendoci a queste cloache pubbliche dove viene vomitato odio in tempo reale da anni) sono i postriboli dove infuria l’odio. E dove le dinamiche di esclusione (accompagnate ad una violenza davvero efferata e sprezzante) sono praticamente impossibili da controllare.

Siamo all’interno di spazi in cui manca completamente un filtro, sia all’ingresso, che in seguito, in fase di comunicazione, in grado di stabilire che cosa sia inaccettabile proprio perché estremamente lesivo della dignità altrui. Con questo stato di cose la follia e l’odio degenerano immediatamente, diffondendosi capillarmente, ma soprattutto velocemente, senza alcuna possibilità che qualcuno vada a interrompere questi processi.

Che fare? Quello che diciamo da anni.

Abbandonare (ancora prima che questi posti) l’idea di poter associare queste piattaforme ad una qualunque forma di socialità. La socialità è un’altra cosa, ed è altrove. Ma soprattutto abbandonare l’idea di poter avere un qualunque tipo di interazione con gli altri. La quasi totalità degli internauti va infatti verso la difesa, e l’ostentazione, del suprematismo delle proprie idee (idee?) e non ha alcuna intenzione di ascoltare le argomentazioni di chi prova a porre l’esistenza del dubbio.

Si fa a gara a chi URLA più forte, e a chi lo fa con toni non solo più accesi, ma più volgarmente assoluti, nel tentativo di ribadire la forza (o presunta tale) delle proprie idee, ma anche di farlo cercando di umiliare gli interlocutori, sminuendo non le idee ma la figura umana, colpendo l’esteriorità, la provenienza, lo status sociale, e qualunque cosa possa essere utile all’aggressione.

Questo è un mondo che non ci appartiene, ma con cui siamo costretti ad avere a che fare. E che si caratterizza per una violenza discriminatoria in cui spicca l’elemento religioso. L’ormai tristemente famoso crocifisso che pare essere diventato il simbolo dell’occidente. È questo che dobbiamo difendere, ad ogni costo.

Peccato però che gli atteggiamenti di questi sedicenti cristiani vadano in direzione opposta a quelli che sono gli insegnamenti della religione che dicono di professare. Sarebbe bello, un giorno, poter pensare ad un’esistenza liberata dall’incombente presenza del Vaticano, e da tutte le sue propaggini sul territorio. Per ora però restiamo sui temi di cui sopra, per l’anticlericalismo ci sarà tempo e spazio per tornare a parlarne in una delle prossime confessioni. Per il momento ci fermiamo qui.

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