Devastante death metal cileno, black\death neozelandese di caratura mondiale ed infine un disco di psichedelia illuminante da dei druidi inglesi.
BLOOD GRAVE
I Blood Grave con “The execution of Humanity” per la messicana Chaos Records non si perdono in chiacchiere: sono cileni, vengono da Buin, Santiago, e suonano un death metal classico che puzza di sudore, birra e nastri consumati. Non c’è traccia di core, di breakdown o di quella roba lì che fa tanto “modernone” e poco sangue e interiora. Qui si parla di riff densi come il piombo, batteria che martella come un plotone di esecuzione, e growl gutturali che sembrano strappati dalle viscere di un zombie affamato.
L’influenza è palese e orgogliosa: i primi Morbid Angel per la tecnicità oscura, i Cannibal Corpse dei primi album per la violenza brutale, i Suffocation per quel groove mortale c, e magari un pizzico di Sinister o Vader per la malizia europea. Ma attenzione: i Blood Grave non copiano, interpretano. Il loro suono è grezzo, diretto, e terrificante come un film horror degli anni ’80 girato in Super 8. Non c’è spazio per la psichedelia, per l’atmosfera o per la melodia: qui contano solo la potenza e la crudeltà.
Registrato tra Estudio Origen e Alhue Music Studio sotto la guida di Carlos Fuentes (che ha lavorato con gli Inanna), “The Execution of Humanity” ha un suono che ricorda i vecchi dischi della Earache o della Relapse: potente, ma non iper-prodotto.
Non è un disco pulito, non è un disco perfetto — ma non deve esserlo. Il death metal old-school non è fatto per essere perfetto: è fatto per colpire, distruggere, e lasciare il segno.
Se vi piacciono i dischi che vi fanno sentire vivi (o quasi morti), che vi costringono a muovere la testa come un posseduto, che vi lasciano con la sensazione di essere stati investiti da un treno merci, allora questo è il vostro prossimo acquisto. Chaos Records ha colto nel segno: i Blood Grave sono una bomba a orologeria, e “The Execution of Humanity” è l’esplosione.
VAEOVON
Torna una delle bestie più cattive del black\death metal mondiale, i neozelandesi Vaeovon con “Spiritual nullification” su Gutter Prince Cabal. La Nuova Zelanda, terra di paesaggi mozzafiato e di una scena underground che non si fa pregare, regala al mondo questa entità morbida, affamata non solo di morte, ma di caos. Quello che danza ai margini della realtà, quello che ti squarcia le orecchie e ti costringe a guardare dritto negli abissi. Il concetto è chiaro fin dal titolo: non c’è spiritualità qui, solo annullamento.
E che annullamento: 40 minuti e 39 secondi di pura distruzione, dove i blast beat di batteria sembrano il battito di un cuore impazzito, i riff delle chitarre tagliano come lame di rasoio, e i growl compongono il ruggito di una bestia che non ha più nulla da perdere. Il disco, come preannunciato dal titolo, è un inno al caos primordiale, dove la velocità è tale che ti sembra di essere trascinato in un vortice senza fine, con i riff che ti strappano la pelle di dosso.
Un pezzo come “Mantra Vitalis”, invece, è la prova che i Vaeovon sanno anche giocare con le atmosfere: un intreccio di melodia e brutalità che ti fa sentire come se fossi intrappolato in un tempio maledetto, con le pareti che sanguinano e il soffitto che crolla. E poi c’è “Infernal Servitude“, dove la band sfodera tutta la sua rabbia nera, un pezzo che ti schiaccia sotto il peso di un’oscurità senza fine.
La produzione, affidata a Oli Smith ,che ha curato anche mixing e mastering è perfetta: ogni strumento emerge con chiarezza, ma senza perdere quella patina di sporcizia che rende il tutto ancora più minaccioso. L’artwork di Warhead Art completa il quadro: un’immagine che sembra uscita direttamente da un incubo lovecraftiano, dove il buio non è assenza di luce, ma una presenza malevola che ti osserva. Se proprio volete, pensate a un mix tra gli Angelcorpse per la velocità e la brutalità, i Black Witchery per l’atmosfera oscura e rituale, e i Rites of Thy Degringolade per quel tocco di follia che rende tutto ancora più disturbante).
Ma i Vaeovon non sono una copia: hanno una voce loro, una identità che li rende subito riconoscibili. Il suono dei Vaevon è un sogno di un dio lovecraftiano che sogna distruggendo mondi, e che distrugge mondi sognando. È un album per chi ama il metal estremo senza compromessi, per chi non ha paura di essere travolto da un’onda di odio e disperazione, godendo delle tenebre e della saturazione sonora totale.
ABRASIVE TREES
“Light remaining” su Argonauta Records è il nuovo disco degli Abrasive Trees, gruppo inglese di rock sperimentale, post-rock e psichedelia di cui abbiamo ascoltato un brano nella trasmissione radio “Frontiere sonore” di Simone e Deca, in questa puntata. Gli Abrasive Trees sono un gruppo che non può essere comodamente etichettato, rifugge gioiosamente ad ogni categoria, e fa una musica che con la luce rimanente porta l’ascoltatore all’illuminazione.
Questo disco contiene canzoni che emozionano e colpiscono in maniera profonda l’ascoltatore, lo cullano in profondità, e come in una seduta di psicanalisi lo curano facendo tornare a galla quello che tappa il fluire dell’essere. Il gruppo inglese riesce a restituire alla musica tanta di quella bellezza che ha perduto, e con semplicità e concretezza tesse le trame di un sogno, infatti ascoltando queste tracce si entra in uno stato onirico, come per “Tao to earth”, che potrebbe essere un brano che racchiude al suo interno tutta l’essenza musicale, filosofica e filosofale di questo gruppo.
Gli Abrasive Trees impiegano molti stili musicali, li decodificano per la loro narrazione musicale, questa rinascita, questa iniziazione nella bellezza che è questo lavoro. Riverberi, voci sognanti, richiami ancestrali, la pace dell’anima attraverso la connessione fra noi e la terra, vita, morte e tanto, tanto altro per un disco che è da ascoltare come fosse una meditazione.
L’energia e la bellezza di questo disco sono davvero molto grandi, e crescono ascolto dopo ascolto, per un disco che non vuole altro che esser vissuto ed ascoltato.










