Mißträu
“Gegendemonstration & Leidensgenossen” su Bleeding Heart Nihilist & Cultkill Music è la ristampa del primo disco in dodici pollici sul lato a mentre sul lato b un nuovo ep, dei Mißträu quintetto tedesco di Brandenburg che fonde molto bene due grandi istanze musicali come il post-punk e il black metal.
L’unione di questi due generi è un affare affatto facile, ma questo gruppo riesce benissimo nell’intento e il risultato è un suono molto particolare e anzi, unico. La ristampa del primo lavoro ci porta dentro una dimensione musicale sconosciuta, un corridoio temporale e spaziale dove si fondono post-punk e black metal unite da un senso di odio verso la vita e le sue manifestazioni. Il formato vinilico cattura al meglio l’energia e la peculiarità di questo gruppo che porta con sé una dose notevole di nichilismo musicale e non solo.
Questo disco sembra inciso e suonato da un gruppo di vampiri ultracentenari che nel corso della lunga vita hanno avuto parecchio problemi con l’eroina negli anni ottanta, per poi essere catturati dalla nera fiamma del black metal norvegese, che ha aperto portali verso gli antichi.
Qui c’è innanzitutto un senso di gotico molto esteso, il gruppo tedesco stupisce con cavalcate o momenti di ottenebramento totale, per un’opera originale che acquista maggiore fascino attraverso il cantato in tedesco. Questa unione del primo ep “Gegendemonstration” con il nuovo ep “Leidensgenossen” ci fa esplorare ed apprezzare fino in fondo il suono e la profonda poetica, quasi una mistica del gruppo. Unendo due generi musicali come il post-punk ed il black metal, che sono due modi di vedere e vivere la vita e la morte, il gruppo riesce a creare un qualcosa che ha sempre covato sotto le ceneri e vicino alle lapidi, riuscendo a dare un senso compiuto a tante sensazioni che galleggiavano perse nel limbo.
Dopo l’ottimo debutto i Mißträu riescono ad andare oltre e ad ampliare ulteriormente il loro raggio d’azione, facendosi amare ancora di più dalle anime stanche e corrotte che stanno in bilico fra vita e more, tra eros e thanatos.
EVERMORE
Il power metal svedese non è certo un territorio inesplorato, ma ogni tanto arriva qualcuno che riesce a fare qualcosa di personale in uno spazio che sembrava già affollato. Gli Evermore ci provano da anni, e con “Mournbraid”, terzo disco della loro carriera pubblicato su Scarlet Records, riescono davvero nell’impresa.
Il trio nordico fa un power metal che parte dalle fondamenta classiche del genere a partire dall’epicità degli Helloween, la cattiveria dei Judas Priest, e la sinfonicità degli Avantasia, ma riesce a costruirci sopra qualcosa che sa di genuino e non di copia sbiadita. Le chitarre sono aggressive senza essere fini a se stesse, la voce è epica senza scadere nel parossismo da stadio che tanti colleghi di genere coltivano come un’arte minore, e i ritornelli, perché il power metal vive e prospera sui ritornelli, sono quelli che restano in testa dopo e durante l’ascolto.
Quello che colpisce di “Mournbraid” è anche l’idea che ci sta dietro: ogni canzone dell’album racconta una storia diversa, vista dagli occhi di individui alle prese con le sfide dell’esistenza, con sentimenti e lotte personali. Non è l’ennesimo disco di draghi e castelli, ma un tentativo molto ben riuscito di far parlare il power metal di qualcosa che possa toccare l’ascoltatore a un livello più profondo. Un’ambizione rara nel genere, e gli Evermore la portano avanti senza risultare pesanti o pretestuosi.
La produzione di Marcus “Mackan” Alfsson agli MWC Studios è nitida, massiccia, con un missaggio che lascia spazio a tutti gli strumenti senza che nulla prevarichi in modo fastidioso. La masterizzazione di Svante ai Chartmakers West completa il quadro con quella brillantezza controllata che il genere richiede. La copertina di Alvaro Valverde, già noto per lavori con Elvenking e Unanimated, è evocativa e si sposa bene con il mood complessivo del disco.
Gli Evermore non reinventano il power metal, ma lo eseguono con mestiere, cuore e una certa originalità di visione che non è cosa da poco. Chi apprezza Stratovarius, Nocturnal Rites o certa Europa melodica troverà qui molto da amare. Un disco solido, ben fatto, che sa anche emozionare: in questo genere, non è poco.
ANTIROPE
Monaco di Baviera non è certo Seattle, ma gli Antirope sembrano non curarsene affatto. Fondati nel 2015 e con un primo disco, “Amnesia”, già alle spalle, il quartetto tedesco torna con “Bring Me To Zero”, secondo full-length pubblicato su Eclipse Records il 1° maggio 2026, e lo fa con una maturità e una consapevolezza stilistica che non ti aspetti.
Il punto di forza degli Antirope è chiaro fin dai primi minuti: sanno muoversi con naturalezza nello spazio che sta tra il grunge dei Soundgarden più oscuri, il post metal più melodico e mondi lontani che stanno dentro e fuori di noi. C’è qualcosa di genuinamente loro in questo disco, un modo di costruire tensione che è insieme fisico e cerebrale, dove i riff scendono lenti e grevi sulle linee vocali di Slaven Stokic che alternano caldo e freddo.Si sente anche l’influenza dei Tool nel modo in cui la band gestisce le dinamiche, l’accumulo e il rilascio dell’energia, ma senza copiarne l’espressione barocca, e il tutto è molto loro.
Il disco è stato registrato come il precedente, nello studio Lungfull Studios del chitarrista Patrick Fleischer — lo stesso che ha lavorato con Lacrimas Profundere e Darkseed — e questa scelta si sente: c’è un respiro collettivo nelle tracce, una coesione di gruppo che le produzioni troppo asettiche non riescono mai ad avere. L’ingresso del nuovo batterista Jürgen “BamBam” Wiehler, già nei Bonfire e nei Megaherz, aggiunge muscolo e groove senza appesantire, anzi dà al ritmo quella spinta che il vecchio lineup forse non aveva.
La copertina, disegnata dalla band stessa, riflette bene il contenuto, riflessione m,a anche crudezza, coraggiosa e molto ben riuscita la scelta di chiudere con una rilettura di “Sunshine Of Your Love” dei Cream, passata attraverso il filtro alternative metal del gruppo in modo convincente, non come esercizio di stile ma come dichiarazione di appartenenza a una tradizione di ottima musica.
Gli Antirope non stanno cercando di piacere a tutti, e si sente. “Bring Me To Zero” è un disco che cresce con gli ascolti, che richiede attenzione e ripaga chi gliela dà. Un lavoro solido, emotivamente onesto, che mette il gruppo di Monaco su un piano più alto di tanta roba che gira nel circuito alternative metal. Da ascoltare molto attentamente.










