In ogni caso nessun rimorso – Pino Cacucci – recensione

Pino Cacucci racconta Jules Bonnot e il gruppo anarchico che tenne sotto pressione la Sureté parigina: estratti dal romanzo e parole dell’autore.
In ogni caso nessun rimorso

“In ogni caso nessun rimorso” di Pino Cacucci, edito da TEA

Nella Francia della Belle Epoque, le pagine di cronaca dei giornali furono dominate dalle spettacolari azioni della Banda Bonnot, che mise a segno alcune delle imprese più sanguinarie di inizio secolo scorso e che tenne sotto pressione la Sureté parigina; Jules Bonnot, protagonista della prima rapina in banca in automobile e leader di questa banda, era un giovane meccanico appassionato di motori dall’insospettabile cultura e dalla pungente verve polemica. In questo libro si narrano le vicende di questo gruppo anarchico.

Potrete leggere passaggi come questi:

I vigliacchi si sfogano sempre con quelli che hanno accanto.
I dannati della terra possedevano una grande forza, ma non ne erano consapevoli: la potenza devastante che deriva dal non avere nulla da perdere.
La disciplina, ingoiata e assorbita con indifferenza sotto le armi, rigurgitò fuori una volta tornato fra i civili. Un soldato poteva sopportare le angherie con la rassegnata assuefazione alle regole della caserma, però le stesse umiliazioni non potevano essere accettate da un operaio, che in cambio del chinare la testa non aveva neppure il rancio assicurato o il potere dell’uniforme, ma solo la minaccia di essere sbattuto in mezzo alla strada se osava rispondere.

I cani da guardia, pensò, sono come certi sfruttati a cui danno una divisa, un grado e il potere del sopruso: si trasformano in fedeli servitori di chi li tiene alla catena, e spesso diventano più feroci di quanti sono da sempre abituati a esercitare il potere…
(…) in tasca teneva sempre un volume di poesie di Verhaeren: “Portiamo, ebbri del mondo e di noi stessi, cuori di uomini nuovi nel vecchio universo…”. La poesia che amava di più, in quel libro, era quella che diceva: “Aprire, o rompersi i pugni contro la porta!” Meglio spezzarsi, pensava, che restare chiusi oltre la porta a marcire.

L’azione, non restava che l’azione. Ma senza immolarsi, senza rivendicarla, senza offrire la gola ai mastini. Colpire gli sfruttatori amanti di ghigliottine e champagne in ciò che più stava loro a cuore: il denaro. Non per arricchirsi, ma per restituire un po’ del terrore che distribuivano, illusi di restarne al riparo. Non con le bombe, ma con le armi in pugno, per riprendersi una parte di tutto quello che sottraevano a milioni di disperati come lui.

Non aspettare la rivoluzione: quelli che promettono la rivoluzione sono buffoni come tutti gli altri. Essere uomini liberi significa vivere da uomini liberi. L’anarchia non si fa, non si costruisce: si può soltanto essere anarchici e vivere da anarchici.
Disprezzava gli ubriachi, come del resto tutti i deboli che rinunciavano a ribellarsi e affogavano la propria rabbia diventando innocue bestie da taverna, certo…
Che cazzo ci sto facendo, qui? Perché sono finito in questo letamaio, dove l’unica cosa buona è la nebbia, che non ti fa vedere le facce dei morti viventi, di tutti quelli che si alzano all’alba, lavorano fino a sera, tornano a casa, dormono, si rialzano… Ogni giorno uguale agli altri, attraversando la nebbia con le mani gonfie nelle tasche e la testa bassa, chini sul piatto a cena, chini davanti al padrone, chini in chiesa la domenica, sempre a testa bassa, sempre…
I delinquenti servono a mantenere i poliziotti.

Ma è la mia sensibilità che mi farà vivere sempre e comunque contro una società che ha bisogno dei poliziotti per conservare il potere. Anche a dispetto dell’intelligenza, commissario. A dispetto di tutto e di tutti. Se il mio destino è di restare eternamente un eretico… tanto peggio. Vorrà dire che morirò senza rimpianti, con tutti i miei dubbi, ma con una sola certezza: di non essere mai stato complice dell’orrore, del sopruso, degli oppressori d’ogni sorta, qualunque sia il colore e l’ideologia che li anima.
I notai sono un simbolo, l’essenza stessa della proprietà. I parassiti per eccellenza. Colpirli è sempre giusto, vanno puniti per il solo fatto di esistere.

Clemenceau, “la Tigre”, che dall’opposizione aveva incitato all’obiezione di coscienza dopo i massacri coloniali in Africa, una volta divenuto primo ministro si era trasformato nel Primo Poliziotto di Francia. E le stragi in Marocco erano riprese con rinnovato vigore. A un giornalista che chiedeva del suo passato di sobillatore, Clemenceau aveva risposto sarcastico: “Chi a vent’anni non è stato anarchico, non potrà dire di esser stato giovane. Chi ancora lo è a trenta, è un imbecille.”

Volete sapere qualcosa di più di questo libro? Sarà l’autore a parlarvene: “I personaggi di questo libro sono realmente esistiti, e i fatti che vi vengono narrati, realmente accaduti. Tutto il resto è finzione. Cioè i dialoghi, alcune ambientazioni e vicende che fanno da contorno, qualche comparsa utile a colmare i vuoti lasciati dalle cronache. Dunque, si tratta di un romanzo, e niente di più. Un romanzo che non può essere neppure definito “storico”, perché la Storia la scrivono sempre i vincitori, e i protagonisti di questo romanzo hanno invece perso tutto: battaglie, lavoro, amici, ideali, la loro stessa vita. L’unica cosa che sono riusciti a non perdere è la dignità. Ma hanno avuto la sfortuna di vivere in un’epoca in cui la dignità era l’ultima delle qualità necessarie per passare alla Storia.”

Marco Sommariva

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Disegnate da artisti underground, stampate in serigrafia in piccola tiratura. Ogni maglietta sostiene In Your Eyes Ezine, webzine indipendente dal 1999.

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