“Porci con le ali” di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, edito da Mondadori
In questo libro del 1976, emblema della generazione uscita dal Sessantotto, due ragazzi della Sinistra studentesca scoprono la vita. I protagonisti di questo romanzo (Rocco e Antonia) vivono la contraddizione di chi sente di avere ali per volare, ma non riesce a sganciarsi dalla realtà. “Porci con le ali” diede scandalo all’epoca della pubblicazione, per il linguaggio triviale e il contenuto esplicito di situazioni intime.
Potrete leggere passaggi come questi:
Non si può utilizzare l’unica scopata fatta per più di cinque seghe, è quasi immorale. Cominci quasi a dubitare di averla fatta veramente, quella scopata.
Al momento di sederci sull’erba sa tutto di me, meno la verità. Io di lui so soltanto che è di quelli che prima di fare lingua in bocca a una ragazzina dissertano sulle vene varicose della moglie. Quando un incontro casuale finisce su un prato, la cerniera dei blue jeans, in genere, si incanta, ti ricordi di colpo di avere da due giorni le stesse mutande addosso e in più non sai cosa dire.
Ho il suo coso in mano, caldo e duro, mezzo imbizzarrito. Emozione: zero. Nessun piacere, se non quello di piacergli. Tenerlo per l’uccello mi dà una sensazione inebriante di potere: datemi un uccello in mano e solleverò il mondo.
Se insiste dovrò simulare un orgasmo. Sono asciutta come una patata e mi dà fastidio quel grosso dito freddo e curioso. Vorrei che fra le mie gambe ci fossero tanti dentini aguzzi per staccarglielo d’un colpo, quel dito bastardo. Senti, amico, se non ti si rizza più non è colpa mia, ma usare le mani non vale: le parti anatomiche non sono intercambiabili.
Non discute mai con me, in realtà. Discute da solo, una specie di teatrino schizofrenico, in cui lui dice una cosa, poi si immagina la risposta, poi risponde alla risposta che si è immaginato, e così via. Quello che io eventualmente dico, gli si trasforma nella mente in quello che lui immagina che io possa dire.
Tentazione del primo dopo pranzo: ce la facciamo una sega? La sega digestiva è quasi più importante di quella soporifera, scaccia il malumore del pranzo familiare, prepara ad affrontare le sofferenze pomeridiane, spesso stimola le attività intestinali. Inoltre la sega a letto e quella al cesso hanno pregi e gioie diverse. Più tranquilla e dolce la prima, più sessuosa e perversa la seconda, con possibilità di seguire in diretta le portentose attività della mia colonna di marmo (in realtà continuo a pensare di avercelo piccolo). Ma sì, facciamocela, caso mai rinuncerò stasera (dico sempre così).
Però comunque che (…) un coglione di carabiniere ti spari addosso solo perché sei comunista e hai i capelli lunghi e vuoi riprenderti quello che è tuo, e per colpa di quel coglione e di chi ce l’ha mandato tu hai finito di mangiare, di far l’amore, di andare al cinema, di fare il bagno al mare, be’ questo mi fa proprio strippare.
Io non lo so se sono ateo, però son sicuro che se dio esiste è un grandissimo figlio di puttana o un pazzo paranoico tipo film americano.
(…) avrei voluto urlare ai poliziotti di levarsi il cappello (l’elmo o come cazzo si chiama) perché erano di fronte a una cosa di eroismo. Che forse in vita loro non gli sarebbe capitato mai più di vedere una cosa così bella: bella come uno che si fa ammazzare anche se non ne aveva bisogno, anche se non glielo aveva ordinato nessuno, anche se era giovane e magari innamorato. Mi aspettavo che qualcuno disertasse di fronte ai nostri silenzi incazzati e corresse verso di noi buttando il fucile per aria e strappandosi la divisa. Accidenti alla mia immaginazione. Quando hanno imbracciato gli scudi è stato come se non avessi mai visto la polizia caricare, come se non sapessi che la polizia è cattiva perché la società è divisa in classi e via dicendo. Uno shock. È sempre lei, la mia fottuta immaginazione.
Se fossi un uomo… da bambina ci tenevo, non si contano le stringhe che ho affogato tentando di pisciare in piedi: per giorni e giorni, dopo, mi faceva schifo allacciarmi le scarpe. Invidia del pene, come dicono al piccolo gruppo. Oppure, come credo io, come ho sempre creduto, è soltanto che proprio non mi è mai andato di accovacciarmi come un ridicolo animale dalle sette pance per fare pipì. O sedermi (dico: sedermi!) con le calze a metà gamba e le mutande sulle ginocchia (non esiste al mondo gesto più insopportabile di questo insopportabile tirarsi giù le mutande), e non potersi sgrondare via la goccia, non poter stare dritti davanti al cantone di un muro, dritti davanti a un albero, non poter ridere, non poter parlare, dover chiudere la porta e poi passarsi in fretta un pezzo di carta lì, bagnandosi un dito, o non passarselo affatto e bagnarsi le mutande…
(…) mio padre, comunista illuminato pronto a battersi per la liberazione sessuale delle polinesiane in lotta, pur di impedire quella di sua figlia.
(…) sono stufa di tutto questo chiacchierare senza dire un accidente. In tanto vuoto, il governo delle sinistre e le partite di pallone rischiano di assomigliarsi troppo.
Nel 2001 Lidia Ravera ha scritto nella prefazione della quinta riedizione: “Oggi ridere è una specie di pratica collettiva incessante.
Non è più un ridere contro, spesso neppure è chiaro di che cosa si va ridendo. La leggerezza generalizzata ha preso il posto dell’impegno. La tifoseria sportiva offre ai giovani l’unico senso d’appartenenza numericamente rilevante. La politica si è rinchiusa nei suoi circoli esclusivi, perla per “veterologismi” che pochi hanno voglia di decifrare se nessuno li paga per farlo. Il sesso è ingrediente base di tutto il commerciale e commerciabile: il grande circo dell’apparenza espone cosce natiche dolore, lutti e seni e sentimenti, tragedie e accoppiamenti. È logico che i Rocco e le Antonia d’oggi non riescano a vedere, nel penetrare l’uno il corpo dell’altra, nel darsi quella simbiosi breve del piacere, alcun sottotesto di battaglia, nessuna possibile bandiera.”










