L'ascesa della black music negli anni '70
Gli anni ’70 sono stati il decennio d’oro della musica nera: mai prima di allora le voci afroamericane avevano dominato con tanta autorevolezza la scena mondiale, riscrivendo le regole del soul, del funk e della musica popolare tutta.
Stevie Wonder attraversò il decennio da gigante, infilando una serie di capolavori — da “Superstition” a “Songs in the Key of Life” — che ridefinirono cosa potesse essere un album. Marvin Gaye, con “What’s Going On” (1971), trasformò il soul in coscienza collettiva: un disco che parlava di guerra, ecologia e ghetti urbani con una dolcezza disarmante. E Aretha Franklin, già Regina del Soul, firmò nel 1972 con “Amazing Grace” il disco gospel più venduto di sempre.
Sul versante del funk, James Brown dettava il ritmo a colpi di groove, mentre il collettivo Parliament-Funkadelic di George Clinton portava il genere su astronavi psichedeliche. Earth, Wind & Fire impacchettavano quella stessa energia in canzoni perfette come “September”, e voci come Al Green e Bill Withers mostravano il lato più intimo e caldo del soul.
Poi arrivò la discomusic, e a dominarla fu ancora una voce nera: Donna Summer, che con “I Feel Love” (1977, prodotta da Giorgio Moroder) inventò di fatto il futuro della musica elettronica da ballo. E proprio sul finire del decennio, nei block party del Bronx, nasceva l’hip hop: “Rapper’s Delight” della Sugarhill Gang (1979) avrebbe annunciato al mondo la rivoluzione successiva.
Le voci nere degli anni ’70 non si limitarono a vendere dischi: cambiarono il modo stesso di intendere la musica come veicolo di orgoglio, identità e riscatto, preparando il terreno per le icone del decennio successivo.
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