Ritornato nelle sale cinematografiche – distribuito da Lucky Red – dopo l’uscita originaria avvenuta l’anno scorso, grazie al clamoroso e inaspettato trionfo di consensi ottenuti alla recente cerimonia dei David di Donatello (dove è riuscito a conquistare ben otto premi, tra cui il riconoscimento per il miglior film, la migliore regia e la migliore sceneggiatura) “Le città di pianura“, il secondo lungometraggio del giovane regista veneto Francesco Sossai, è diventato una delle soprese più piacevoli del cinema italiano di questo ultimo lustro (ricevendo buoni riscontri anche all’estero, al festival di Cannes) per vari e validi motivi.
Il primo, sicuramente, risiede nella natura indipendente del film (a dispetto della collaborazione con Rai cinema e il sostegno della regione Veneto) che, come già accaduto quattro anni fa in “Margini“, racconta storie e mondi ambientati nella provincia italiana (che sia la maremma Toscana o il Veneto, descrive situazioni comuni a tanti luoghi perfettamente interscambiabili con qualsiasi altro capoluogo di provincia o paesello/buco di culo del nostro Stivale, date le simili e oggettive difficoltà che si possono riscontrare in contesti di medie-piccole dimensioni abitative e sociali, lontane dalle grandi città e metropoli) ma lo fa toccando corde che riescono a conciliare il locale con sentimenti universali quali la desolazione, la noia, la disillusione mista a rassegnazione, il disgusto per l’attualità, la voglia di fuggire dal posto in cui si è nati e cresciuti, e anche da se stessi, anche se poi partire è, spesso, brutto e ti lascia addosso una strana e inspiegabile nostalgia per i luoghi che si sono odiati.
Altra nota di merito è da ricercare nella scelta delle musiche e del contesto musicale rappresentato nella pellicola del regista bellunese (e senza dimenticare il contributo del co-autore e co-sceneggiatore Adriano Candiago); Pierpaolo Capovilla è un cantante e personaggio – anche “mediatico”, uno che non ha mai nascosto le proprie convinzioni e idee politiche, uno che si espone spesso e volentieri sui temi di attualità – che non ha certo bisogno di molte presentazioni, per coloro che masticano sonorità vicine all’alternative rock nostrano (One Dimensional Man, Teatro degli Orrori, Cattivi Maestri) ma ritrovarselo nelle vesti di “attore” a interpretare la parte di “Doriano” detto “Dori” (in combutta con l’altro compagno di bevute e di avventure, Sergio Romano alias “il Carlobianchi”) è sembrata una mossa niente affatto forzata ma, anzi, molto realistica, in quanto a Capovilla riesce molto naturale calarsi nel ruolo del co-protagonista spiantato, nichilista, perdigiorno e sconclusionato “che non sa un cazzo, ma sa tutto“, ultracinquantenne che non è mai cresciuto davvero, che ha perso il lavoro (insieme al suo compare Carlobianchi) a seguito della devastante crisi economica del 2008 (dopo la chiusura della fabbrichetta da parte del padroncino im-prenditore che, all’inizio della pellicola, plana in elicottero sui suoi dipendenti sottoposti parlando loro dell’azienda come “una grande famiglia”, salvo poi mandare tutti sul lastrico) e vive navigando a vista, ma non ha mai perso la voglia di scherzare e di farsi beffe dei vari aspetti dell’esistenza, che ha sperperato tutto quello che aveva guadagnato (in modo lecito e non) in auto e alcool, che sembra essere la sua unica ragione di vita e lo ha segnato nel corpo e nell’anima, ormai votata all’autodistruzione.
E che prende a cuore le sorti di un ragazzo meridionale timido e introverso, studente universitario di architettura conosciuto per caso, “Giulio” (interpretato da Filippo Scotti) riuscendo a coinvolgerlo (col suo fido compare baffuto) per un paio di giorni e notti, nelle loro scorribande alcooliche in giro per Venezia e i panorami della pianura veneta, aiutando il giovane ad aprire gli occhi sul proprio inconscio e sulla necessità di fare chiarezza nella propria vita, cogliere l’attimo perché “non c’è mai un’altra volta“, scontrandosi anche con l’impossibilità di poter vivere di sola bellezza architettonica (come quella ammirata nel memoriale Brion realizzato dall’architetto Carlo Scarpa) e fare i conti con l’irresolutezza esistenziale in un mondo che è in continua trasformazione, dai secoli scorsi del quadro nella villa nobiliare in cui Giulio osserva “le città di pianura”, dipinte come terre di mezzo tra la montagna e il mare che si voleva portare alle pendici delle colline, i cui paesaggi nel corso dei decenni sono stati trasfigurati dalla mano dell’essere umano e dal progresso industriale (che nella decade dei Novanta, fugacemente e amaramente rievocati anche nel film, ha rappresentato gli anni ruggenti dello sviluppo tecnologico e lavorativo del Veneto e del Nord-est italiano) e oggi è destinato a essere ulteriormente deturpato e ridotto a essere una landa piatta, riempita di capannoni, villette, bar e ristoranti, fino a diventare una ipotetica, futura gigantesca infrastruttura, segnata dalla costruzione dell’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, simbolo metaforico dell’urbanizzazione aggressiva che sventra il cuore dei territori e devasta l’ambiente.
Il film fa sorridere e riflettere, riesce a raccontare la periferia senza risultare eccessivamente serioso o macchiettistico nell’agire dei personaggi (imperfetti, fragili, pieni di debolezze ma, a loro modo, umani e compassionevoli) colpisce per la sua struttura narrativa fluida, essenziale e credibile, e presenta una fotografia dai toni particolareggiati e caldi, che si richiama a un’estetica decisamente anni Novanta (“Le città di pianura” è stato girato su pellicola 16 e 35 mm) che agli occhi di chi è cresciuto solo con gli schermi degli smartphones potrà sembrare qualcosa di alieno nella visione (e troverà quanto meno anacronistiche le scene in cui i due “veci” si ostinano a utilizzare obsolete mappe cartacee “analogiche” per orientarsi, invece di convertirsi alle nuove tecnologie di Google Maps). Paesaggi, scorci, ville e monumenti di una bellezza suggestiva e spiazzante vengono alternati a orrendi sguardi sul degrado urbano e umano, offrendo uno spaccato onesto e ruspante sui pregi e i difetti delle terre e delle genti venete, per uno strampalato “road movie” che (tra rimandi a Pasolini, Wenders, Jarmusch, “Il sorpasso” di Risi) nel suo vagabondare tra bar lerci, fegati marci, cimiteri, aeroporti “sbagliati” e corse in stazione, ha il merito di dare spazio a una colonna sonora decisamente non mainstream, tra lo psych/country/folk di Krano e i cameo in video di Wasted Pido (one-man band già noto e apprezzato su questa webzine) e il post-punk lo-fi dei Laguna Bollente.
Ci si attacca alla bottiglia per trovare una giustificazione ai propri fallimenti, per dimenticare i guai e fuggire dai problemi della vita (come fa l’ex collega dei protagonisti, “Genio“, che scappa in Argentina per sfuggire alla giustizia dopo aver messo su uno smercio illegale di occhiali da sole trafugati, insieme ai suoi compari, dall’azienda per cui lavoravano, per poi tornare a casa e restare con un pugno di mosche in mano, quando scopre che il “tesoro” derivante da quel business, che aveva nascosto in campagna, era sparito sotto le costruzioni di un cantiere dismesso) per riempire un vuoto interiore, affogando la malinconia nell’alcool; per evadere da una realtà di provincia limitata e monotona che ci circonda e non ci soddisfa, né offre prospettive allettanti o significative attrazioni, in cui si è intrappolati in un eterno presente che capire non sai, e l’ultima volta (soprattutto quella in cui si beve, quella del famoso “bicchiere della staffa”) non arriva mai, tra leggende locali (il fantomatico comune di Cornia) flashback, “divine provvidenze” e le incognite di una improbabile fiducia in un “futuro” che naufraga nelle pensioni dilapidate alle slot machines.
E, infine, un personale last but not least: quando, chi vi scrive, ha visto questo film in sala (per un’ora e quaranta minuti che, per mio gusto, sono volati) pensava e ripensava alle parole e alle recensioni del compianto divulgatore culturale cinematografico underground Federico Frusciante (che aveva parlato molto bene di quest’opera) che ci ha lasciati prematuramente qualche mese fa, e tra l’altro è stato anche omaggiato con una menzione speciale ai David di Donatello per il suo contributo, da indipendente, alla cultura cinematografica in Italia. Ciao, “Frusciantone”, ovunque tu sia, chissà che cazzo starai facendo a giro per altri mondi.










