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Jerry, conosciuto come Jet4

Intervista a Jerry, aka Jet4: writer milanese dagli anni ’80, tra graffiti, hardcore punk, DIY, treni, crew e riflessioni sulla street art oggi.

Jet4

Ho conosciuto Jerry, meglio conosciuto come Jet4, durante la seconda edizione del Tutti Pazzi Day, l’ultimo sabato di maggio. Oltre a essere un writer milanese attivo dalla fine degli anni Ottanta, Jerry suona nei Soviet Order Zero.

L’incontro è stato piacevole, spontaneo, di quelli che nascono tra una chiacchiera, un concerto e la voglia di scavare un po’ più a fondo in storie che meritano di essere raccontate. Da lì è nata l’idea di questa intervista: un viaggio tra writing, hardcore punk, muri, treni, crew, DIY e quella Milano sotterranea in cui certe pratiche non erano ancora “street art”, ma semplicemente urgenza, colore e attitudine.

Quando hai iniziato a fare street art e cosa ti ha spinto a farlo?

ho iniziato ad usare spray tra fine 1987 e inizio 1988 e la parola street art era ancora lungi dall’essere usata. Ma sin da piccolo avevo questa strana tendenza a scrivere sui muri e a colorarare, tante che venivo sovente sgridato dalle maestre sin dai tempi dell’asilo. Verso metà degli anni’80 ebbi l’occasione di venire a contatto ed osservare al lavoro i primi writer milanesi ed è scoccata la scintilla, volevo farlo anch’io. E fu così che al Virus di p.zza Bonomelli (l’ultimo nda) feci amicizia con TEATRO e VANDALO. E da lì iniziai ad avere info sulla pratica dal writing, con quelli che sono diventati partner in crime nella crew S13. A differenza delle altre crew milanesi votate all’hip hop, noi eravamo dediti all’hardcore punk e questo, all’inizo, ha creato qualche incomprensione. Ma non ci fu mai nessuno scontro e le cose si sistemarono subito.

Hai avuto una fase in cui eri più legato ai tag? Come erano i tuoi primi lavori sui treni?

la fase tag e treni l’ho vissuta marginalmente. Certo, praticavo, ma tra lavoro ed altri interessi (il DIY nelle sue varie forme), non fui così prolifico e lentamente l’attività si è affievolita e non sono mai progredito più di tanto a livello tecnico. Complice anche il fatto che le bombolette costavano tanto e funzionavano male. Negli anni a seguire e con l’esplodere del fenomeno writing, anche i produttori fiutarono l’affare e iniziarono ad immettere sul mercato prodotti più adatti , sia per maneggevolezza che per qualità e varietà dei colori.

Jerry, Conosciuto Come Jet4 B

Chi o cosa ti ha ispirato nei tuoi primi anni? C’erano artisti o crew a cui guardavi con ammirazione?

I primi rudimenti arrivarono insieme ai primi libri e altro materiale che ci si riusciva a procurare. Non c’era internet e bisognava ingegnarsi nella ricerca (così come lo fu per la musica). Uno dei primi “testi sacri” fu SPRAYCAN ART che raccontava la nascita del fenomeno nei primi anni ’70 a New York, proseguendo con l’evoluzione dello stile,oltre che negli states, in europa. Lì rimasi molto colpito dallo stile di RAMMELZEE e di VOLCANO capaci di destrutturare le lettere e renderle qualcosa di unico e indecifrabile. Altre influenze, in questo caso visive e dirette furono PHASE2 e SHARP che ebbi la fortuna di vedere all’opera in prima persona, e che mi fecero parecchio vergognare delle mie scarse capacità. Anche se alla fine lo spirito punk ha prevalso ed ho proseguito fregandomene altamente, cercando, nel mio piccolo, di creare uno stile personale

Come è cambiato il tuo stile dai primi graffiti fino alle opere più recenti? C’è qualche elemento che hai sempre mantenuto?

come dicevo prima è cambiato grazie al miglioramento delle bombolette e dell’abbassamento del loro costo (11.000 lire negli anni ’90 e 4 euro circa adesso). La costante del mio stile è l’utilizzo di una ampia gamma di colori, a volte con accostamenti oserei dire azzardati

 

Milano negli anni ’80 era un ambiente particolare per la street art. Come ti rapportavi alla città e agli spazi urbani mentre lavoravi?
gli anni ’80 li ho dedicati principalmente all’hc punk e il writing è sempre stato un secondo “hobby”. Detto ciò a Milano si stava muovendo una schiera di giovani e meno giovani che si moltiplicarono a vista d’occhio, soprattutto grazie alla proliferazione di tag, throw up e hall of fame(quei muri conquistati dalle crew che diventavano di fatto delle vere e proprie palestre per il miglioramento e la ricerca del proprio stile). Insomma la città iniziava a riempirsi di colori. Io però che sono un ragazzo di provincia mi muovevo più liberamente dalle mie parti. Sono stato il primo writer del mio paesello ed ho scoperto successivamente di essere stato a mia volta fonte di ispirazione per le generazioni a venire

 

Hai qualche ricordo o episodio particolare dei tuoi primi lavori sui treni che ti è rimasto impresso?

di treni non ne ho fatti tantissimi in verità, ma la volta più memorabile fu a Roma. Con TEATRO scendemmo per installare la mostra dell’HIU al Forte Prenestino (su cos’è l’Happening Internazionale Underground potete fare ricerche in rete ed è uscito l’anno scorso il libro curato da Marco Teatro che raccoglie memorie, foto ,trafiletti. Io un occhio lo butterei!). Incontrammo BOL23, colonna storica del writing romano, che ci propose di andare in Yarda (deposito dei treni, nda) all’ora di pranzo il giorno seguente. All’ora di pranzo??? a Milano una cosa del genere sarebbe stata un suicidio (nel senso che c’erano vigilantes che sparavano!). Invece andò tutto tranquillo e passammo un paio d’ore a pittare senza grossi stress. Un bel ricordo
Jerry, Conosciuto Come Jet4 A
Quanto conta il fattore “illegalità” nelle tue opere? Ti ha influenzato nel modo di esprimerti?

un tempo il fattore “illegalità” era il minimo sindacale, ma col tempo mi è diventato difficile essere illegale, vuoi per l’età e vuoi per la mancanza di tempo. È cambiato anche il mio approccio al writing, ho cercato soluzioni più tranquille. Dopo un periodo di lontananza dai muri è arrivato un episodio che mi ha convinto a ritornare a dipingere. Venni contattato da una amica per fare da giudice ad un contest con tanto di premi e targhe per i partecipanti. All’inizio ero un po’ scettico, ma alla fine accettai. Durante quel pomeriggio ebbi modo di conoscere TILF e BLACKWAN, due fratelli di Como il cui stile era ben distante dai canoni classici. Li premiai, non senza lamentele di alcuni partecipanti. Mi beccai anche qualche insulto e dovetti far notare tutti i difetti “tecnici” dei loro lavori. Fatto sta che su invito dei suddetti fratelli tornai a dipingere, soprattutto in vecchie fabbriche abbandonate, a jam e contesti a cui non ero abituato. Erano riunione di writer, street artist (stiamo parlando del 2006) e pasticcioni vari, dove età e stile non avevano grande importanza. L’importante era stare insieme e riuscire ad unire i disegni in maniera a volte incoerente, ma di effetto suggestivo. Iniziammo a chiamarli DISEGNI MATTI e da queste esperienze nacque una specie di fanzine, senza grosse regole o limiti stilistici. Nove numeri in 18 anni, che però hanno coinvolto più di 50 artisti, creando di fatto un piccolo movimento. Adesso ho 60 anni e l’energie e il tempo scarseggiano e direi che è quasi ora di andare in pensione. A guardare i giovani che dipingono, con le braccia conserte dietro la schiena, e mugugnare “se fa’ no inscì, quel autlain lì g’ha da ves più sutil”

 

Cosa ne pensi della street art che entra nei musei e negli spazi istituzionali? E come vedi il futuro di questa forma d’arte?

questa è facile. La street art appartiene alla strada e alla libera fruizione da parte di chiunque. Che siano disegni, poster, stickers, installazioni varie non hanno ragione di esistere tra le quattro mura di un museo. È una pratica nata libera e tale, secondo me, deve rimanere. Vedere galleristi e curatori che si arricchiscono non è concepibile. Chiamatela museum art o anche solo arte, perchè innegabile che vi siano artisti di talento e che come tali possano trarre guadagno dalle loro opere. Ma non chiamatela arte di strada

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