Dopo dodici anni, tornano gli Echo & the Bunnymen con Apples for Isaac, pubblicato il 18 settembre 2026.
Il tredicesimo capitolo discografico della band vede alla batteria il leggendario Clem Burke, già dietro le pelli dei Blondie e amico fraterno di McCulloch. Burke ha registrato le parti ritmiche di dieci brani su undici prima di morire improvvisamente durante le sessioni di lavorazione; l’album è stato quindi ufficialmente dedicato alla sua memoria.
Sul piano creativo, il controllo è saldamente nelle mani di Ian McCulloch, che cura scrittura e produzione e affida il mix finale ai due famosissimi Alan Moulder e Andrea Wright. Al suo fianco c’è lo storico chitarrista Will Sergeant, fedele compagno di viaggio che, negli ultimi anni, a mio parere è stato trattato quasi come un semplice turnista.
In questo disco vengono quantomeno abbandonati gli arrangiamenti orchestrali ridondanti che avevano appesantito diversi lavori recenti, deludendo sia il sottoscritto sia una parte consistente dei loro estimatori.
Come molti fan, non sono mai rimasto particolarmente entusiasta dei dischi successivi al 1984, con l’eccezione di Siberia, uscito nel 2005. In quell’occasione, il ritorno alla produzione di Hugh Jones — già al lavoro sul loro capolavoro assoluto, Heaven Up Here (1981) — aveva restituito atmosfere più coinvolgenti e creative, decisamente meno leggere.
Gli album degli Echo & the Bunnymen pubblicati dal 1997 in avanti sono sempre stati ben suonati ma sempre troppo rifiniti in fase d’incisione: li ho trovati, come tanti, troppo patinati, mainstream e privi dell’energia e del pathos che caratterizzano i primi quattro fondamentali dischi degli anni Ottanta.
Forse qualcosa si è irrimediabilmente incrinato con la reunion della fine degli anni Novanta. A parte una manciata di brani sparsi nei vari album, la scrittura è apparsa spesso poco ispirata e prevedibile. Più che verso l’indie rock, molte prove in studio si sono orientate verso un pop rock spesso e volentieri troppo leggero ed insipido.
Secondo alcuni, dopo la morte di Pete de Freitas, il primo batterista, in un incidente stradale, la band avrebbe perso il suono e l’ispirazione che ne avevano determinato il successo artistico e commerciale. Da allora, non sarebbe più riuscita a trovare una formula sonora davvero adeguata ai testi e alla splendida voce di Ian McCulloch.
La scrittura del nuovo album segna un lieve ritorno a una forma più scarna e diretta, dominata da chitarre asciutte e da un certo dinamismo ritmico. Segna un certo miglioramento rispetto alla media degli ultimi lavori, anche se resta ben lontano dai fasti del passato.
Il tono generale è ancora troppo disteso, melodico e solare. La matrice post-punk e psichedelica delle origini rimane sullo sfondo, percepibile solamente nei brani più atmosferici e meno ritmati. Le undici tracce scorrono rapidamente e nessuna supera i quattro minuti.
Il nuovo lavoro si apre con “Take Me by the Hand”, brano nervoso e serrato in stile Manchester. Si accelera poi con “Can’t Be Sold”, con un testo affronta i temi della libertà e dell’indipendenza che si sviluppa in territori acidi e danzerecci, ricordando certi Primal Scream — anche se, in realtà, senza l’esempio degli Echo & the Bunnymen probabilmente non sarebbero esistiti nemmeno i Primal Scream.
Segue “Brussels Is Haunted”, pezzo decisamente più trascinante impreziosito dal tremolo della chitarra di Will Sergeant, capace di ricordare la migliore neopsichedelia degli anni Ottanta ed in particolare quella dell’esordio Crocodiles (1980).
“I’ll Be Your Sunshine” rallenta il passo e si affida alla voce profonda e melodica di Ian McCulloch. Il testo utilizza la metafora del superamento delle tempeste invernali e delle nuvole scure per promettere luce e positività nei momenti difficili.
Con “Hijacked” cambia nettamente l’atmosfera: il ritmo si fa un pò più sostenuto e il testo assume una forte impronta cinica e inquieta. Il ritornello, ripetuto quasi ossessivamente, attacca figure ipocrite descritte come «vampiri» e «parassiti», metafore di persone tossiche, manipolatrici e opportuniste.
Il groove e il basso pulsante tornano nella cadenzata, ma insipida, “The Honey”, che prepara il terreno al baricentro emotivo dell’album: “An Unstoppable Force”. È una ballata al rallentatore in cui la voce profonda e teatrale di McCulloch sembra voler rievocare gemme del passato come “Ocean Rain”, dall’omonimo album del 1984, senza però raggiungerne l’intensità.
Arrivano poi le trame appena più agitate di “The Light That Surrounds You”, altro episodio poco memorabile. Il disco si risolleva subito dopo con le storture sghembe di “Lab Rats Ran”, brano spigoloso che sorprende nel finale con l’irruzione improvvisa di un graffiante assolo di sassofono.
L’album si avvia alla conclusione tra le chitarre svolazzanti e liquide di “Asimov”, per poi terminare con “We Prayed in the Dark”, un ultimo saluto in salsa pop rock che sigilla un ritorno appena dignitoso, ancora molto distante dai gloriosi lavori degli esordi.
I momenti memorabili sono davvero pochi nonostante il blasone passato e due produttori di fama perchè la scrittura dei brani risulta piatta, ripetitiva o priva di spunti melodici memorabili..
A partire dal 1997, le prove migliori degli Echo & the Bunnymen si trovano forse nei diversi album dal vivo pubblicati: qui i brani più celebri degli anni Ottanta vengono affiancati alle composizioni più recenti, che, liberate dalla produzione troppo patinata ed edulcorata delle versioni in studio, acquistano una resa sonora decisamente migliore.
Forse per loro è arrivato il momento di chiudere il sipario.
TRACKLIST
- Take Me by the Hand
- Can’t Be Sold
- Brussels Is Haunted
- I’ll Be Your Sunshine
- Hijacked
- The Honey
- An Unstoppable Force
- The Light That Surrounds You
- Lab Rats Ran
- Asimov
- We Prayed in the Dark










