Recensione : Glass Hammer – Ode To Echo

Il progressive dei Glass Hammer si allontana dalle sonorità fotocopia degli Yes e ci regala un ottimo esempio di progressive a 360°.

Glass Hammer   -   Ode To Echo - Recensioni Rock

Primi anni settanta: l’hard rock vive un periodo storico fenomenale, in una manciata di anni nascono band che faranno la storia con capolavori che vengono ascoltati ancora oggi e che sono la base imprescindibile di ogni rocker che si rispetti.

Nel correre parallelamente verso l’immortalità, anche il progressive ha in quel periodo uno stormo di gruppi che vola verso la consacrazione, garzie a musicisti eccezionali, assoluti maestri dello spartito.
Tra queste band spiccano gli Yes, autori tra il 1971 e il 1977 di un sestetto di capolavori tra cui Yes Album, Fragile, Close To The Edge e lo splendido Yessongs, uno dei più straordinari documenti live della storia del Rock.
Ma veniamo ai Glass Hammer e al loro ultimo lavoro Ode To Echo: la band americana, che esordì nel 1993, arriva al quattordicesimo album della sua lunga carriera, completamente spesa a seguire i dettami della band inglese, tanto che il vocalist Jon Davison ricopre a tutt’oggi anche il ruolo che fu dell’omonimo Jon Anderson.
Questo ha portato il gruppo ad alternare diversi cantanti che, nel lavoro in questione, si sono spartiti le lead vocals insieme allo storico frontman: così in Ode To Echo si susseguono le voci di Carl Groves, Walter Moore e Susie Bogdanowitz i quali, se non altro, rendono i brani più vari e meno marcatamente copie della band di Chris Squire.
Le novità non finiscono qui: alla batteria fa il suo esordio Aaron Raulston, mentre in qualità di ospiti troviamo il violinista dei Kansas, David Ragsdale e Rob Reed dei Magenta.
Il songwriting così risulta indirizzato verso sonorità un pò più distanti dal solito trademark, non solo Yes dunque, ma anche richiami ad altre realtà prog dei seventies come E.L.P e Gentle Giant, senza dimenticare che, in fondo, siamo nel 2014 e di acqua sotto i ponti del prog ne è passata parecchia e che, tra le band meno datate, ne esistono diverse dallo smisurato talento (Echolyn,Transatlantic, solo per citarne alcune).
Nel lotto dei brani segnalo la cover di Porpoise Song di Carole King, non un granchè comunque nel contesto dell’album, mentre I Am I con la Bogdanowicz al microfono, Crowbone impreziosita dal violino di Ragsdale e dove, nella struttura del brano compare più di un accenno al re cremisi, e la bellissima Garden Of Hedon, che apre l’album a meraviglia con i suoi rimandi ai Gentle Giant, sono testimonianze di un modo di fare musica che ancora oggi, dopo oltre quarant’anni, affascina e sopratutto fa sognare.
Perché in fondo, al di là delle doti tecniche che in questo genere sono importanti, una buona band progressive deve saper toccare le corde dell’anima di chi ascolta … e i Glass Hammer ci riescono.

Tracklist:
01.Garden of Hedon
02.Misantrog
03.Crowbone
04.I Am I
05.The Grey Hills
06.Porpoise Song
07.Panegyric
08.Ozymandias

Line-up:
Fred Schendel – Keyboards
Alan Schikoh – Guitars
Aaron Raulston – Drums
Steve Babb – Bass
Carl Groves – Vocals
Jon Davison – Vocals
Susie Bogdanowicz – Vocals
Walter Moore – Vocals

 

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