Qui Italia-Europa, 2026. La gente comune mortale che non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese (il sottoproletariato e quello che una volta veniva chiamato “ceto medio”, che oggi non esiste più e si è impoverito fino alla soglia di sopravvivenza) è stanca di subìre ingiustizie sociali e, fondamentalmente, non è più disposta a pagare il prezzo più alto delle conseguenze delle crisi e recessioni economiche scatenate dalle politiche economiche neoliberiste scellerate e dalle guerre imperialiste portate avanti da decenni dai nostri padroni colonialisti (ricordiamolo sempre che dal 1945 l’Italia e ciò che viene definito “Unione Europea” sono serve e vassalle dei governi U.S.A., e la classe politica/industriale/militare/finanziaria nostrana è aperta fiancheggiatrice politica/economica/militare di un genocidio etnico che si sta consumando dall’altro lato del mar Mediterraneo) i cui effetti si ripercuotono sulla vita di tutti i giorni, col carovita e l’aumento di qualsiasi cosa (dal prezzo dei beni di prima necessità al gas, carburante alle stelle, caro-affitti… giù giù fino ai biglietti dei concerti) e che sono i responsabili di un malessere socio-economico che sta crescendo sempre più e sta arrivando a vessare strati sempre più ampi delle società europee.
L’italiano medio continua a essere un telerinkoglionito che si abbevera ancora alla TV generalista e ai telegiornali (militarmente controllati dal Potere) non ha una coscienza politica definita e solida, non sa usare strumenti alternativi per formarsi e informarsi, e finisce per credere a tutte le baggianate che gli raccontano i fuffaguru tuttologi sui social media e le veline di regime dei vari tigggìuno e derivati. E finiscono per credere che due cazzo di vetrine spaccate di negozi di brand capitalisti siano più importanti delle proteste, legittimissime, degli studenti, degli agricoltori e autotrasportatori esasperati, volutamente minimizzate o ignorate perché il governicchio italiota di turno ha le mani legate e deve chiedere il permesso alla succitata “Europa” delle élites bancarie/finanziarie (e quindi col cacchio che tasseranno mai i famosi “extraprofitti” delle grandi banche o delle multinazionali petrolifere/energetiche) per avere più soldi per tenere a bada il popolo che, sporcandosi le mani col proprio lavoro, manda ancora avanti questa nazione sgangherata… mentre per il “riarmo” e le guerre per procura però si trovano e spendono subito miliardi di euro che invece potrebbero benissimo essere utilizzati per la prevenzione e messa in sicurezza del nostro territorio geologicamente disastrato, ammodernare le infrastrutture ferroviarie che sono vecchie come il cucco, riqualificare la scuola e la sanità pubbliche che sono in condizioni pietose, istituire un reddito minimo di sopravvivenza per tutti, e altro. E, per chi ancora si scandalizza per la “violenza” dei manifestanti e dei “soliti facinorosi”, va ricordato che le lotte per le conquiste sociali e civili degli anni Sessanta e Settanta non sono state ottenute col pacifismo da hippies fattoni, ma con il sudore e il sangue delle battaglie di tanta gente militante manganellata, picchiata e anche uccisa perché credeva negli ideali della LOTTA DI CLASSE… quella che oggi è esercitata al contrario, praticata dalla casta della borghesia dei super ricconi contro il (sotto)proletariato.
E’ in questi tempi paradossali e distopici che si registra il ritorno discografico dei partenopei 24 Grana, una band che non si è mai tirata indietro sul piano dell’impegno sociale e dell’appoggio a battaglie sacrosante di solidarietà politica (e lo dimostra la ragione sociale del loro moniker, ispirato dall’omonima moneta d’argento in uso nel regno di Napoli, un conio povero, scelto per voler rimarcare tanto il legame con la tradizione artistica partenopea quanto la vicinanza a una cultura che al denaro conferisce poco valore) come quella in sostegno dei manifestanti colpiti dalla brutale repressione poliziesca e accusati nei processi a seguito dei fattacci del G8 di Genova nel 2001, o quella nei confronti della causa del martoriato popolo palestinese.
L’ormai veterana band (formata dal bassista Armando Cotugno, dal batterista Renato Minale e dal frontman/chitarrista Francesco Di Bella nel 1995, in un periodo storico in cui l’Italia e, in particolare, Napoli erano nel pieno di un grande fermento sociale e culturale, segnato da un movimento artistico underground che trovò espressione nel fenomeno musicale delle posse e nel dub, un genere col quale i 24 Grana erano molto familiari agli inizi, insieme al reggae e all’elettronica, poi gradualmente diminuiti di disco in disco per lasciare il passo a una decisa virata sull’indie-alternative rock, il tutto adottando, per la maggior parte dei testi, il dialetto napoletano, una vera e propria lingua che caratterizza il loro concetto di identità culturale) si era presa una pausa dai contorni temporali indefiniti, tanto che nel 2013 fu annunciato anche l’abbandono di Di Bella (il penultimo album dei nostri, “La stessa barca“, risaliva al 2011, registrato negli Stati Uniti, presso gli iconici studi Electrical Audio di Chicago insieme al compianto Steve Albini) che si era principalmente dedicato ad altri progetti e a una dimensione solista, ma nel 2019 il gruppo si era riunito in formazione originale (con Di Bella, Cotugno, Minale e il chitarrista Giuseppe Fontanella, e nel 2022 era stata rilasciata la compilation “A raccolta“) e quest’anno, anche per celebrare un percorso che va avanti da 30 anni, il combo campano è tornato a pubblicare un nuovo studio album – il loro settimo complessivo – “Bidonville“, uscito il 16 ottobre per la storica casa editrice musicale napoletana La Canzonetta.
Il full length, sin dal suo titolo, assume contorni politici, essendo le bidonville insediamenti urbani di baracche e catapecchie costruite con materiali di scarto, che simboleggiano il degrado e l’estrema povertà delle zone periferiche delle città e delle metropoli – a Napoli come a Milano, New York, Parigi o altrove – i margini che la società “perbene” ha riservato alla “feccia”, ai “maranza”, agli “ultimi” da tenere segregati e lontani dalle facciate scintillanti dei centri storici e delle zone più esclusive delle città, trasformate in lussuosi parchi/giochi per turisti e facoltosi clienti-consumatori. Ma è un sottoproletariato che non si arrende e prova ancora immaginare una alternativa alle ingiustizie sociali di questo mondo, cercando una qualche forma di dignità anche attraverso azioni comunemente definite ripugnanti come il rovistare nei bidoni dell’immondizia, facendo tesoro di ciò che le classi sociali benestanti scialacquano e sprecano. “Overdose” critica in modo aspro il modello di società consumistica che ci è stato imposto dal capitalismo neoliberista, che fa il lavaggio del cervello alla gente propagandando competizione sfrenata, arrivismo sociale e l’accumulo senza fine di denaro come unici scopi da perseguire nella vita, un paradigma tossico che inquina le menti con le nuove tecnologie invasive che obnubilano il cervello, restringono la fantasia dell’individuo e sono state create con lo scopo di non far pensare le persone e tenerle occupate con l’ossessione del possesso e dell’avere tutto e subito.
Tutto il disco si regge su una impalcatura alternative rock essenziale e asciutta, ricalcando a grandi linee le coordinate di “La stessa barca”, ma riallacciando anche i fili con un certo background digitale. Fragilità, contraddizioni, struggimenti e sfaccettature dei personaggi dei brani offrono spaccati di vita quotidiana (raccontati da Di Bella con tono narrativo informale e mai giudicante né accusatorio) che si intrecciano con questioni e temi di attualità contemporanea universale: l’autore disegna un immaginario dialogo in cui viene dispensato di consigli un certo “Nino“, esortato a fronteggiare le difficoltà lavorative e umane senza abbandonarsi alla malinconia e senza riporre troppa fiducia nei suoi prossimi, imparando a poter contare solo su se stessi; “L’ora ‘e turnà a faticà” tratta della piaga dell’ansia e dell’instabilità emotiva causata da una situazione lavorativa dominata dal precariato che tiene in scacco le vite di chi non è nato ricco (o col culo parato) e potrebbe ritrovarsi in mezzo a una strada dall’oggi al domani, ed è impossibilitato a immaginare di organizzare la propria vita e il proprio futuro, segnato da quella spada di Damocle che gli impedisce di vivere serenamente e godersi anche le piccole cose, vittime di un sistema predatorio che considera i suoi sottoposti solo numeri intercambiabili da spolpare fino all’osso, e non più esseri umani; rioni e quartieri popolati dalle vicissitudini dei suoi abitanti davanti alle vetrine, al bar a fumare, ad aggiustare finestre soffrendo per la separazione dalla moglie, i Ciro e i Giovanni in “Stadera” (uscito anche come singolo) chi desidera conciliare una dimensione intimista (“Nisciuno parla cchiù“, “Buono a se fà piglia“, “Je songo comme sò“, “Dimme comme fai“) con l’indignazione per quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza nel canto di “Gaza (ce chiamma ancora)” amaro nel denunciare la complicità di chi (Europa e Stati Uniti) ha avallato la distruzione territoriale e umana di un territorio e nel massacro di un popolo che però, nonostante fame, miseria e morte (causate dai coloni invasori fascio-imperialisti “vicini di casa”) continua a (r)esistere e cantare , sforzandosi di sperare in un futuro di pace che, ad oggi, appare impossibile. Dal profano al sacro non cambia la visione del mondo, anche “Sotto San Gennaro” narra della volontà di non piegare la testa sotto i soprusi di un potere (sia esso politico o criminale) e la speranza di lottare ambendo al desiderio della realizzazione di una comunità che, col benestare della religione, possa raggiungere un livello di uguaglianza che sconfigga le ingiustizie sociali e riporti gli esseri viventi a una condizione di empatia più umana e meno robotica.
“Bidonville” si potrebbe riassumere così: il mondo è ostaggio di una classe politica/economica/finanziaria scellerata, malata di avidità e ingordigia di potere, l’umanità sta scivolando dritta verso la Terza Guerra Mondiale e la catasfrofe nucleare, mentre le masse incoscienti pensano a “scrollare” i “reels” e a fare i balletti e i karaoke sui social network, alla stregua dei passeggeri del Titanic che, incuranti del disastro imminente, continuarono a danzare e brindare. Eppure, anche dal letame nascono i fiori, e non bisogna di smettere di credere che prima o poi, dalle macerie di situazioni disperate, possa germogliare un futuro rinascimento di lotta e di resistenza culturale alla barbarie.
TRACKLIST
1. Nino
2. Stadera
3. Bidonville
4. Nisciuno parla cchiu’
5. Je songo comme so’
6. Gaza (ce chiamma ancora)
7. Dimme come fai
8. Buono a se fa piglia’
9. Sotto San Gennaro
10. Overdose
11. L’ora ‘e turna’ a fatica’










