The Queen Is Dead Volume 241 – Fane, Allume, Trenchwar – recensione

Sludge della Louisiana per i Fane, post-stoner in italiano per gli Allume, hardcore sludge olandese per i Trenchwar: tre dischi pesanti nella rubrica.
The Queen Is Dead Vol. 241: Fane, Allume, Trenchwar

Si parte con un disco di sludge molto vario, si passa per un disco post-stoner in italiano e si finisce con un massacro hardcore sludge olandese.

 

FANE

I Fane sono Ryan Ashmore (voce) e Trey Porche (tutti gli strumenti), due nomi profondamente radicati nell’underground metalcore e hardcore della Louisiana, quella terra che ha partorito i Crowbar, gli Eyehategod e un’umidità che si sente perfino nei riff. Cinque tracce, trentatré minuti, “Armageddon scars” su Octopus RIsing è un full-length d’esordio che arriva dopo l’ottimo EP “Gallant Shroud” del 2024. Lo stile musicale del duo è uno sludge bello pesate e umido, con intarsi di black metal ed un tocco di hardcore e di folklore americano.

Il risultato è un disco che si inserisce benissimo nello stile dello sludge della Lousiana, e ne è uno dei migliori rappresentanti degli ultimi tempi. I Fane possiedono la rara capacità di diventare soffocanti con la loro lentezza e poi improvvisamente aprirsi con melodie che arrivano dalla disperazione. Il suono dei Fane è qualcosa di speciale ed unico, partono da un codice conosciuto e riconoscibile immediatamente, lo sludge della Louisiana, per arrivare ad un risultato unico e molto originale.

Questo disco fin dal titolo parla di ferite, e anche di apocalisse nella quale siamo oramai immersi fino al collo, e trova attraverso il dolore la via non per la salvezza, ma per trovare angoli di pace e di riposo, prima di immergersi nuovamente nella tempesta. Un disco molto bello, una connessione fra mondo antico e mondo moderno, con un suono possente ma anche melodico e malinconico. Un ottimo debutto sulla lunga distanza.

FANE -ARMAGEDDON SCARS.- STREAMING

FANE -ARMAGEDDON SCARS.- TRACKLIST

  1. Flatline (00:08:43)
  2. Dead Shepherd (00:04:41)
  3. Poisoned Crown (00:04:55)
  4. The Mariner (00:07:49)
  5. Passages (00:07:03)

 

ALLUME

“Ex luto” su Octopus Rising è il secondo disco del quartetto italiano Allume, post-stoner in italiano con testi molto interessanti. Il suono degli Allume mette assieme elementi disparati e molto interessanti, l’intelaiatura è stoner, diciamo dalle parti dei Queens Of The Stone Age e Kyuss giusto per intenderci, e poi a questa base si aggiungono psichedelia, rock italiano e momenti di post-metal. Il risultato è unico, raramente abbiamo avuto in Italia un disco che suonasse così.

Gli Allume fanno un genere a loro stante, e questo disco ne è la testimonianza migliore. “Ex luto” è un disco straordinario, spazia in maniera nervosa e sinuosa fra vari generi con bellissimi testi in italiano. Qui si passa dallo stoner al post-punk, dal doom all’hard rock italiano anni novanta, sena soluzioni di continuità. Gli Allume sono uno dei pochi gruppi in attività che riescono ad avere un’idea totalmente personale di musica e di come proporla.

Fin dai primi riffs del disco si ha la precisa idea che qui si viaggia nei contorti meandri bui dei nostri cervelli, e ci sono momenti bellissimi, tutte le canzoni sono da ascoltare avidamente. Pezzi come il singolo “La stessa idea” o “Apparire confuso” sono una fusione totale fra musica e testi, ed entrambi sono qualcosa di unico. Gli Allume recuperano quel guizzo creativo tipico dell’underground italiano che era un pò andato perduto in questo mare di merda della musica attuale.

Qui è tutto distorto da apparire ragionevole, le grida sono sussurri, e il mondo che abbiamo dipinto ci guarda affondare indifferente, i nostri tantissimi sbagli e le nostre stupide scuse. “Ex luto” è un disco che ti scava dentro, inventa un genere musicale a sé stante, libera forti emozioni e ci porta molto vicino alla nostra vera essenza. Ascoltare un disco così, oltre che soddisfare enormemente gli amanti delle distorsioni, è come una seduta di analisi, ti guarda dentro e ti sputa in faccia.

Uno dei dischi migliori dell’underground rumoroso italiano degli ultimi tempi.

ALLUME -EX LUTO – STREAMING

ALLUME -EX LUTO – TRACKLIST

  1. Espressionismi (00:03:16)
  2. Stanco (00:02:42)
  3. La Stessa Idea (00:04:28)
  4. Apparire Confuso (00:03:54)
  5. Più in Basso (00:03:09)
  6. Ab +/- (00:05:42)
  7. Distanze (00:06:09)
  8. Il Panorama (00:05:42)
  9. Tardis (00:05:25)
  10. Cosa Sembro (00:06:00)

 

Trenchwar

I Trenchwar, cinque veterani della scena hardcore e metal olandese riuniti sotto un’unica bandiera, debuttano su Time To Kill Records con “Overlords of Cold”, un disco che non cerca scorciatoie: solo violenza calcolata e groove che affonda.

Quando cinque musicisti che arrivano da Backfire!, Born From Pain, Cliteater, Herder, No Turning Back, Reaching Forward e Modern Life Is War decidono di mettersi insieme, la domanda non è se il disco sarà pesante, ma quanto. I Trenchwar, di base a Eindhoven, sono esattamente questo: una convergenza quasi diabolica di gente che nella scena underground olandese ci ha già lasciato il sangue da un pezzo, e che ora la esperienza collettiva la mette al servizio di un progetto unico invece che di cinque curriculum separati.

Ché Snelting alla voce, Harm Haverman e Ivan Cuijpers alle chitarre, Giel Blankers al basso (e voce) e Pieter Hendriks alla batteria: gente che il pit lo ha visto da entrambi i lati del palco per vent’anni, e che con “Overlords of Cold” mette sul tavolo un debutto che non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno.

Il disco si apre con “Somp Stomp” e da lì in poi è chiaro cosa i Trenchwar vogliano fare di te: prenderti a martellate e poi lasciarti annegare piano. Nella loro metà più feroce, pezzi brevi e diretti come “Black Heart” (primo singolo, e non a caso) corrono con l’urgenza cattiva dei Nails e con lo spirito degli Integrity. Ma appena pensi di aver inquadrato il disco, ecco che “Dread of Death” o “Solace in Sulfur” rallentano fino a strisciare, tirando dentro il fango di New Orleans, Crowbar ed Eyehategod prima di tutto, riff che si trascinano come se avessero tutto il tempo del mondo per farti del male.

In mezzo a questi due estremi c’è un groove mid-’90s tosto, da strada, che richiama Sepultura e Biohazard più che il classico hardcore europeo, e che tiene insieme un disco che altrimenti rischierebbe di spaccarsi in due anime slegate. Bello anche il gesto di “Het Stof Daalt”, l’unico titolo in olandese di tutto il disco.

Il lavoro in studio si fa notare eccome: registrato e mixato da Ronnie Kessels negli Overdose Audio Studio di Helden, il disco ha un suono sporco al punto giusto, mai levigato, mai finto pulito. Il mastering è firmato da Brad Boatright negli Audiosiege, lo stesso nome che sta dietro dischi di Obituary, Nails e High on Fire: non è un dettaglio da poco, perché è proprio quella mano lì che tiene insieme i due volti del disco, quello che spacca i denti e quello che stritola lentamente, senza far perdere pressione a nessuno dei due.

“Overlords of Cold” chiude con “Martelaar”, e il titolo (martire, in olandese) è quasi un manifesto: qui non c’è spazio per l’eroismo facile, solo per la resistenza ostinata di chi il colpo lo prende e lo rende musica. Un disco di debutto che sa già esattamente chi è, brutale ma mai monocorde, capace di alternare la scarica adrenalinica alla lenta agonia senza mai perdere il filo. Per chi ama la pesantezza senza compromessi e non ha paura di stare fermo in un riff che affonda: i Trenchwar sono già una grandissima band davvero devastante.

TRENCHWAR – OVERLORDS OF COLD – STREAMING

TRENCHWAR – OVERLORDS OF COLD – TRACKLIST

  1. Somp Stomp
  2. Black Heart
  3. Overlords of Cold
  4. Dust is Dust Again
  5. Solace in Sulfur
  6. Dread of Death
  7. Funeral Hymn
  8. Het Stof Daalt
  9. The Center of Infinity
  10. Martelaar

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