Come spesso accade riusciamo ad accostare album che altrimenti troverebbero differenti collocazioni, ma è proprio questo che ci spinge a proseguire con :: acufeni :: e cioè l’idea che in ogni cosa si possano trovare le stesse emozioni, magari ritagliate e incollate su uno sfondo diverso, ma comunque riconducibili alla stessa idea di base. Today, for you Cairiss, Chelsea Wolfe, Hämnd, Hawksmoor, e Jehovah on Death. Uno di questi dischi avrebbe meritato maggiore approfondimento, ma il tempo è da sempre il nostro peggior nemico. Adieu.
Cairiss :: Wilderness
I Cairiss avevano dato il primo segno di vita al tempo della pubblicazione del loro EP a tre tracce Fall esattamente dieci anni fa. Tornano due lustri dopo, e lo fanno alla grande, con un album imponente come Wilderness. Nel frattempo la formazione originaria si è allargata, passando dai quattro elementi dell’esordio ai sei odierni, in modo da garantire una profondità di suono, e una varietà espressiva decisamente più ampie, grazie alla doppia voce femminile di Lydia Williams e Freya Brown. Concettualmente il disco guarda (ambiziosamente) all’idea di doversi fare carico del dolore altrui, mentre si cerca la speranza, e una via d’uscita dall’oscurità, in modo da andare oltre la frammentazione dissociativa del sé in seguito a un trauma che ci ha cambiato la vita. Ma questo non deve portarci fuori strada, l’album è tutt’altro che indirizzato verso un approccio cupo e depresso, anzi, la ricerca della bellezza, dell’eleganza, e della strada che porta alla luce, sono gli ingredienti che il sestetto di Southampton ha scelto per modellare la propria creatura.
Inquadrando Wilderness da un punto di vista strettamente sonoro ci piace sottolineare come la band stia cercando di spostare il metal al di là degli steccati che siamo soliti vedere in contesti come questo. Il loro è un tentativo che permette di andare a riscrivere le coordinate sonore di un genere che ha vissuto troppo spesso di scelte conservative, troppo legate alla tradizione. Tentativo che non può prescindere dalla scelta di ripescare nel passato ciò di cui necessitano, senza paura, con l’intelligenza di chi non copia, ma si limita a mostrare di aver capito la lezione di chi ci ha preceduto. Se solo riuscissero a limitare gli eccessi e le sfuriate che ancora – purtroppo – caratterizzano le loro composizioni, potremmo pensare di avere a che fare con una realtà di primissimo piano, matura al punto giusto, ma non possiamo avere tutto, e subito, per cui pensiamo a questo album come a un punto di partenza per un domani ancor più a fuoco, dove l’eleganza diventa l’ingrediente principale del loro credo. Un album catartico, di grande effetto, e di altrettanta atmosfera, che, per essere un debutto, suona fin troppo bene.
La band mostra infatti di possedere già una forte identità, granitica e fortemente radicata, in alcuni frangenti ancora forse troppo acerba, ma il tempo, e soprattutto le qualità potenziali del progetto fanno ben sperare per il futuro
Chelsea Wolfe :: The Dark
Partiamo da un certezza. Non occorre ripercorre la carriera di Chelsea Wolfe per raccontare questo suo ultimo album. Sappiamo perfettamente tutti chi sia, e quale sia il tenore e la portata degli album che ha realizzato negli anni. Siamo forse un pò più distanti da quello sfumato confine tra oscurità e bellezza che ha caratterizzato il precorso della Wolfe, ma non per questo il pathos dell’album viene meno, anzi, proprio l’idea di spogliarsi di tutti i pesi che si sta portando dietro da un’infinità di anni, e alleggerire il carico dell’esistenza, dopo essere caduta a lungo, potrebbe essere la chiave di lettura di questo album. The Dark si caratterizza infatti per un approccio sonoro classico, quasi scarno, rispetto ad alcuni passaggi degli anni scorsi, ma non per questo meno privo di fascino, anzi, a suo modo, quest ultimo disco mostra di avere un qualcosa di estremamente seducente.
Chelsea Wolfe ancora una volta è stata in grado di realizzare un album che riversa su di noi il proprio carico emotivo, fatto di atmosfere malinconiche di una bellezza tenebrosa davvero intensa, che inquietano e rassicurano quasi simultaneamente. La resa complessiva di The Dark si assesta ancora una volta su un livello eccelso – indipendentemente dallo stile che la Wolfe sceglie per esprimersi – che pare non conoscere l’erosione del tempo che scorre inesorabilmente.
Guarda all’oscurità come ad un compagno di viaggio che possa aiutarla, anziché fuggire in cerca di quella luce che manca da troppo tempo.. Attenzione però, anche se suona in modo sublime sin da subito, The Dark, è tutto tranne che un album immediato. Ad ogni ripetuto ascolto, vi accorgerete che la quantità dei dettagli che ha seminato durante la registrazione, continua ad aumentare, andando ad alzare la qualità di un album esteticamente travolgente.
Può piacere o meno, ma oggi Chelsea Wolfe è questa. Domani probabilmente sarà diversa, anzi forse lo è già adesso, nel momento in cui scriviamo, per cui non dobbiamo farci troppe seghe mentali, e accettare il disco per quello che è, e decidere, in un secondo momento, se sia un qualcosa che rientra nelle nostre grazie o se sia il caso di tornare ad ascoltare le cose vecchie a cui siamo più intimamente legati. Noi siamo dell’idea che le atmosfere di The Dark siano in grado di trascinarci in quel vortice emozionalmente intenso e toccante che da anni associamo all’artista californiana, voi fate il cazzo che volete. Come into the light / Creature of the night / Show me who you are / And I know that you’re so tired / But I know you are still alive (Swallower)
Hawksmoor :: Yclept Thorn
James McKeown è la mente occulta che organizza, e sonorizza, i rituali esoterici del suo progetto solista, a metà tra ambient ed elettronica, Hawksmoor. Artista poliedrico, ma soprattutto estremamente prolifico (questo è il suo secondo album del 2026, dopo averne realizzati altrettanti anche nello scorso anno) McKeown ha iniziato il suo percorso con Hawksmoor nel 2018, nel momento in cui ha sentito la necessità di dover dare forma alla sua ricerca onirica sull’occulto, e ha scelto di farlo sfruttando il potenziale dell’elettronica per sublimare la simbologia esoterica britannica. Non a caso è finito infatti per legarsi alla Library Of The Occult Records, etichetta inglese specializzata in sonorità occulte legate ad un immaginario esoterico.
Yclept Thorn è la sua ultima creazione, realizzata nell’estate di quest anno, e racconta, attraverso un approccio analogico volto alla creazione* di atmosfere eteree, misteriose e tribali, un mondo ancestrale in cui i misteri che lo reggono non sono ancora stati svelati. Un immaginario dove la magia governa gli eventi, e dove, quindi, sono gli sciamani, gli alchimisti, e gli stregoni a stabilire le regole di ingaggio della comunità rurale.
Un album che svela mondi arcani attraverso silenzi e riverberi che emergono dalla cupa nebbia di follia che avvolge e protegge i misteri di un mondo lontanissimo. Un disco di non facile assimilazione, proprio per il suo voler fuggire la melodia organizzata e lineare della forma canzone. Un disco che è quasi una colonna sonora, che non fatichiamo ad associare ad un horror in costume, che ci riporta indietro nei secoli. Al netto di questa ostilità, che sarebbe forse più corretto chiamare difficoltà di immedesimazione, Yclept Thorn è un album ipnotico, malinconico, e sinistro che riesce però a risultare gradevole, a patto però che si lasci andare la mente, in modo libero e spontaneo, meglio ancora se aiutati da sostanza psicotrope. Un album suggestivo a cui dovreste dare almeno una possibilità.
Hämnd :: Bortom
Gli Hämnd ci hanno preso gusto. Dopo Eldhav l’EP del 2024 ad inizio estate hanno pubblicato un secondo EP, Bortom che ne fortifica la posizione all’interno di un panorama sonoro decisamente affollato, che ha come punti di riferimento il post rock da una parte e lo sludge dall’altra, gli Hämnd si muovono esattamente a cavallo tra i generi, cercando di usare gli strumenti più consoni per rappresentare la loro intransigenza. Se Eldhav mostrava un grande potenziale espressivo questo suo seguito mantiene le promesse di allora.
Bortom è infatti un disco estremamente intenso, carico di atmosfere ipersature, in cui il quintetto svedese ha incastrato intensità e violenza, ma cercando sempre di mantenersi in equilibrio, meglio ancora se elegantemente. Siamo alle prese con una realtà sonora che sa come mantenere alta l’attenzione, e che è perfettamente consapevole del proprio potenziale a livello compositivo.
La stessa scelta di pubblicare due dischi non eccessivamente lunghi, va in questa direzione, e sposa un’intelligenza che non possiamo non sottolineare, e non inquadrare come una delle caratteristiche intorno a cui il progetto si regge in piedi. Il disco ha una marcata connotazione intimistica, a tratti quasi meditativa, che viene esaltata anche, e soprattutto, da una struttura sonora impeccabile a livello di arrangiamenti, in modo che ogni passaggio abbia la portata che necessita per aumentare la resa complessiva e l’impatto di un disco che siamo in grado di apprezzare a fondo solo dopo ripetuti ascolti, ma che, anche, di primo acchito risulta estremamente intransigente e profondo.
Guardando alla chiusura della nostra analisi non possiamo che chiudere sottolineando come Bortom si caratterizzi per una grande pesantezza di fondo, in grado di travolgere, in un crescendo, che, brano dopo brano, mostra un percorso quasi monumentale, e affascinante, che spinge verso l’idea che si possa, anzi si debba, andare a considerare l’EP come un unico pezzo diviso in quattro movimenti, da ascoltare di fila, ovviamente al giusto volume, in modo da diffondere la tensione a tutto l’ambiente circostante, e stabilire chi comanda all’interno del vicinato.
Jehovah on Death :: Lágrimas de Oro
I Jehovah on Death sono un realtà piuttosto recente, nata già con le idee chiare. Formatisi nel 2020 ad Atene, da allora hanno intrapreso un cammino, ispirato ad un occult rock ’70’s decisamente teatrale, ispirato al cattolicesimo spagnolo, e alla superstizione medievale, che li ha portati oggi a realizzare, insieme alla I, Voidhanger Records, il loro terzo album, dopo Heart of Guilt nel 2023, e Goya’s Witches nel 2024. Lágrimas de Oro prosegue nella direzione maestra, con ancora maggior decisione e perizia espressiva.
Siamo infatti alle prese con una band che dimostra di aver le idee chiare, e di saper come giocare, anche da un punto di vista iconografico e concettuale, con intelligenza, senza scendere nella blasfemia fine a sé stessa. Un album che non fatichiamo ad inquadrare come un classico della discografia della I, Voidhanger Records, etichetta che, da sempre, guarda all’intransigenza in ogni sua forma come a uno dei fattori da prendere in considerazione nel momento in cui decide di pubblicare un album. Un disco costruito intorno alla figura carismatica, ed eclettica, della cantante Señora Dolorosa, in grado di divincolarsi dai cliché mostrando una capacità espressiva che non le preclude assolutamente nulla, e che viene esaltata dalla varietà delle composizioni.
Una prestazione, la sua, che riesce a donare seduzione e fascino, anche alle sfumature più occulte che sfiorano il satanismo. Ma è tutto l’album a risultare gradevole e stimolante, grazie ad un approccio che non sfocia in isterismi, ma cerca di restare coerentemente inserito in quel filone occulto anni settanta di cui parlavamo in apertura. C’è un senso di diabolico misticismo che aleggia nelle tracce del disco, e che conferisce quel tocco che lo rende ancor più intrigante. Lágrimas de Oro è quindi un deciso passo avanti rispetto alle precedenti release del quintetto ellenico, un disco maggiormente carico di magia, e di eleganza sonora, che alza ulteriormente l’asticella della loro proposta, e che lascia intendere di avere a che fare con una band dalla spiccata personalità, in grado di andare ulteriormente a stupirci in futuro. Il che, per noi, è oro colato. Non vediamo l’ora.










