L’alfabeto dei sassi, di Francesca Baraghini – recensione

L’alfabeto dei sassi di Francesca Baraghini (People Edizioni): il racconto del padre Domenico, il mare del levante ligure e il dolore di chi resta.
L’alfabeto dei sassi, di Francesca Baraghini (People Edizioni) MMXXVI

L’alfabeto dei sassi, di Francesca Baraghini (People Edizioni) MMXXVI

Francesca Baraghini, giornalista e scrittrice, ma soprattutto volto noto di Sky TG24, nasce a Genova, sponda blucerchiata. Nonostante le incontrovertibili evidenze anagrafiche, spinti da quel legame che non ha mai nascosto con lo specchio d’acqua tra Framura, Deiva Marina e Bonassola, ci piace pensarla, a suo modo, intimamente legata a quell’estremo levante ligure che ci ha dato i natali. Con una premessa di questo calibro, è stato inevitabile andare a celebrare il suo debutto letterario, L’alfabeto dei sassi, uscito sul finire dell’estate per People Edizioni. 

Spinti dalla necessità di dare un senso, da un lato, al suicidio del mio partner in crime in Toten Schwan, e dall’altro, dal peso del costante confronto con la sofferenza incontrata negli anni in ospedale, non potevamo restare indifferenti davanti a un libro così intenso. Senza contare che L’alfabeto dei sassi tratta argomenti, come la morte, e la sua accettazione, ma soprattutto il dolore, e le difficoltà di chi resta, che hanno spesso trovato spazio nelle pagine virtuali di Confessioni di una maschera, qui su InYourEyes.

Non si è mai pronti davanti alla morte. È la realtà dei fatti che lo testimonia, al di là di ogni nostra velleità. Anche se ci piace provare a raccontarci il contrario, come quando ci dipingiamo invincibili, pur sapendo che stiamo solamente mentendo a noi stessi. Questo deve essere il punto di partenza. Non siamo preparati a perdere una persona cara. Ed è folle anche solo pensare che possa esistere un momento in cui finiamo per accettare l’idea.

Potremmo divagare, iniziando a raccontare come, un testo come questo, ci tocchi da vicino. E continuare con tutte quelle considerazioni che nascono da un lavoro che continua a toglierci molto più di quanto non ci dia, ma che che non riusciamo ad abbandonare. Ma finiremmo per parlare di noi, anziché di tutto quello che il racconto personale di Francesca ci ha trasmesso. Finiremmo per porre noi stessi al centro della narrazione. E sarebbe un errore, enorme. Perché è dei sentimenti di lei che dobbiamo raccontare.

Lo facciamo sottolineando come – al di là degli eventi personali – con L’alfabeto dei sassi la Baraghini sia stata in grado di cogliere perfettamente quel misticismo straniante che, irrazionalmente, ruota intorno all’idea che la sofferenza dei reparti ospedalieri sia una cosa viva, e per certi versi quasi tangibile. Francesca non si limita a raccontare le giornate, ci porta dentro il suo vissuto, e ci mostra il suo punto di vista, senza tralasciare anche quei dettagli che possono sembrare secondari, ma che, alla lunga, si trasformano in un valore aggiunto.

La sue è una percezione non facile da descrivere, ma che ci sentiamo addosso, ogni giorno, già dal primo istante in cui, al mattino, affacciandoci nel corridoio ancora poco illuminato del reparto, scivoliamo silenziosamente in cucina, a preparare un pessimo caffè, in grado solo di bruciarci lo stomaco. È qui, durante il rituale scaramantico, di un mattino che è in parte ancora notte, che tutto ha inizio, e tutto diventa reale. E a poco, o nulla, serve l’aroma industriale della caffeina in cialde. Gli odori del reparto si stanno già impadronendo di noi, dei nostri pensieri, e di tutti quelli, come Francesca, condannati alla stasi forzata dentro queste mura. Odori che ti entrano dentro, che senti addosso anche a casa, a distanza, impedendoti il distacco con la corsia.

Qui, in questo luogo alienato dal resto della città, in grado di appiattire anche le persone più intellettualmente dinamiche, e che sembra contagiare tutti coloro che vi accedono, va in scena la maggior parte del racconto di Francesca, alle prese con la (gestione della) malattia del padre. I due sanno perfettamente quello che sarà il loro destino. È tutto chiaro sin da subito, messo nero su bianco nel momento in cui la diagnosi irrompe nelle loro vite, sentenziando, inappellabilmente, che nulla sarà più come prima. Una diagnosi. Poche parole in gergo tecnico che cambiano le prospettive, i sogni, e minano le certezze, che andranno a cadere, una dopo l’altra.

Le uscite in mare lasciano il posto a visite specialistiche, accertamenti, e ricoveri. Mentre inizia a palesarsi all’orizzonte il pensiero che, il momento in cui accadrà l’inevitabile, sarà durissima provare a depotenziare l’effetto dirompente della separazione. Domenico, che ha sempre rappresentato per la figlia il faro dell’esistenza, fatalmente si spegnerà, condannando Francesca a trovare da sola la rotta di casa nel buio della notte.

Francesca e il padre Domenico vivono un rapporto inscindibile, in cui la differenza di vedute è solo apparente, e le distanze hanno una portata decisamente ridotta rispetto alla percezione dei due. Quello che li separa è la necessità di sublimare il rapporto attraverso l’eliminazione di quegli ostacoli che hanno impedito al padre di pronunciare tutti quei “ti voglio bene” che Francesca negli anni ha sempre cercato, senza però trovarli.

Per rimediare ai suoi “errori” Domenico decide di giocare, finalmente, a carte scoperte. E di dichiarare i propri sentimenti. Non c’è più ragione di continuare a tergiversare. È arrivato il momento di aprirsi, fosse anche solo per non vedersi poi costretti a rimpiangere il tempo e le occasioni perdute. Nonostante sia costretto all’immobilità, il padre non smette di trasmetterle i propri insegnamenti, in modo che Francesca riesca “a restare in piedi quando il vento arriva”.

L’alfabeto dei sassi non è solo la celebrazione, a tratti elegiaca, dell’unicità di un rapporto, ma è anche un’ode al mare, alla sua bellezza, al suo linguaggio, e ai suoi gesti, celebrata attraverso istantanee che raccontano alcuni tra i momenti più significativi delle loro esperienze marinare. Come il rituale dell’attesa del tramonto, spesso consumato nelle acque del levante, con il padre rapito dalla forza della natura, silente di fronte alla bellezza del creato, e Francesca che, assiste, altrettanto silenziosa, al tutto, ma con gli occhi che si perdono dietro di lui. Per Francesca la vera meraviglia non è il sole che scompare all’orizzonte, inghiottito dalle acque, ma il padre Domenico, immerso nella pace interiore di chi ha trovato il proprio posto nel mondo.

C’è stato un momento, durante la lettura, in cui abbiamo pensato che Francesca abbia scelto di trattenere i propri pensieri. Scegliendo di non scendere su un terreno potenzialmente pericoloso, e fermandosi sul limite, nell’istante in cui pone sul piatto della bilancia affinità e divergenze tra eutanasia e suicidio assistito. Il suo è un implicito ma non dichiarato invito a riflettere su tutto quello che ancora oggi rappresenta quello che, tecnicamente, chiamano “fine vita”.

Come abbiamo spesso sottolineato, viviamo strani giorni. In cui il rischio di cadere è costante, e concreto. Basta un attimo, e un testo toccante, e delicato, come questo, finisce per essere fagocitato, e utilizzato strumentalmente da tutti coloro che ragionano ciecamente, in preda ad ideologie ottusamente oscurantiste, che negano la libertà di scelta.

È qui che Francesca dimostra tutta la sua intelligenza, spostando il ragionamento, e andando a tributare la giusta, e doverosa, celebrazione di tutte quelle strutture sanitarie che che provano (e molto spesso riescono) a umanizzare la morte, attraverso una gestione della perdita costruita intorno alla convinzione che, se non siamo in grado di cambiare la malattia, possiamo però andare a modificare il nostro approccio, dando cioè la maggior dignità possibile a una Persona, quando non possiamo più darle la vita.

Il dolore è un sentimento intimo e privato, caratterizzato da un’unicità che ne rende impossibile la condivisione. Ma questo non deve impedirci di provare, se non a razionalizzarlo, almeno a guardarlo da vicino, per trovare la giusta distanza che ci permetta di lenirne il carico emotivo. Guardarlo con occhio diverso, per capire se l’idea che la morte non sia un posto di arrivo ma una stazione di partenza, possa essere qualcosa di reale, e non una visione filosofica del tutto avulsa dalla realtà. Ad oggi l’unica nostra certezza è che non esiste una formula magica da recitare ai parenti dei defunti. Per cui ci piace pensare che l’idea che Francesca ci racconta tra le righe, ovvero quella che ogni notte finisce sempre con un’alba, possa diventare quel qualcosa a cui guardare per una nuova partenza.

Mentre tutto scivola inesorabilmente via, è sul finire che torna a farsi prepotente il transfert con Francesca. Il tempo si assottiglia, e lascia spazio solo alla concretezza. Emerge tutto quello che ruota intorno a quella che lei chiama la “burocrazia dell’assenza”. E per un attimo, siamo portati a pensare che, forse, abbiamo guardato alle cose da un punto di vista troppo romantico. Ma è un pensiero che muore nello stesso istante in cui nasce. Per cui rimettiamo il pragmatismo al proprio posto, e torniamo all’idea che (rac)chiude il libro. Ovvero quella – impossibile da non condividere – che il peccato vero non sia tanto morire, ma quanto dimenticare come qualcuno ci ha insegnato a vivere.

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